Intorno ai Benandanti di Carlo Ginzburg

Confesso, stavolta mi soffermo su un libro che non ho finito. Non tutti i libri però li prendo per leggerli, o per leggerli integralmente, anche se una frase come questa senza nessuna spiegazione potrebbe sembrare assurda. Spesso però ho comprato libri illustrati per le loro foto e non per il loro testo. Quanto a I Benandanti di Carlo Ginzburg, sapevo fin dall’inizio che probabilmente non avrei terminato la lettura, eppure ho chiesto alla mia biblioteca di procurarmelo da un’altra biblioteca.

Di Ginzburg avevo letto, parecchi anni fa, Indagini su Piero, libro incentrato sul pittore Piero della Francesca. Ginzburg è uno storico, non uno storico dell’arte, eppure il suo saggio su un artista mi era piaciuto molto. I benandanti ha come sottotitolo Stregoneria e culti agrari tra Cinquecento e Seicento, e spesso chi legge fantasy prima o poi si accosta alla stregoneria o alla magia. Non necessariamente perché ci crede, ma semplicemente perché vuole sapere qualcosa di più di quel sottofondo su cui si innestano le storie che ama.

Per me la cosa è davvero normale: se mi piace un romanzo storico poi leggo qualche saggio, o quanto meno faccio ricerche in enciclopedie, su quel periodo e quei personaggi. E se trovo altri spunti tante volte mi metto a seguirli. E, d’altra parte, mi diverto un mondo quando in un romanzo riconosco la citazione di un determinato episodio storico. Prendiamo la Saga di Videssos di Harry Turtledove. A un certo punto Mavrikios Gavras inciampa e cade scendendo dalla nave. Lungi dall’accettare l’infausto presagio bacia la terra e proclama “Ti tengo in pugno, Videssos!”. Che è quanto ha fatto Caio Giulio Cesare dopo essere caduto sbarcando a Leptis Minor nel 46 a.C., durante la guerra civile. Non ha detto il nome Videssos, ma la scena è lì. Anche la sfida portata avanti da Pullo e Vorenus in Le daghe della legione proviene dal quinto libro del De bello gallico di Cesare, mentre per un’altra scena il modello è chiaramente quello della morte di Socrate narrato da Platone nel Fedone. A livello medico posso essere molto ignorante, ma a livello letterario non ho problemi a riconoscere subito un avvelenamento da cicuta.

Certo, quando si fanno citazioni devono avere un senso. La citazione per il gusto della citazione non serve a nulla. In un caso ho criticato uno scrittore per una scena ridicola, e lui mi ha spiegato che proveniva dalle Mie prigioni di Silvio Pellico. Ok, non avevo colto il riferimento letterario, e allora? Se non funziona non funziona, mentre anche chi non conosce Cesare o Platone può apprezzare gli episodi che ho citato più su. I due di Cesare ho saputo solo dopo che provenivano uno dalla sua biografia e un altro dai suoi scritti, ma se anche non lo avessi mai scoperto le scene avevano senso e anzi erano importanti. Platone lo conoscevo già da prima, mio fratello no e la scena funzionava perfettamente anche per lui. Quanto alla citazione dalle Mie prigioni, quando ho letto l’episodio mi è sembrato assurdo, sapere da dove proviene riesce a infastidirmi ancora di più grazie alla convinzione dell’autore che basta citare opere famose per realizzare un buon romanzo.

I benandanti riporta numerose citazioni nel dialetto dell’epoca, cosa che senza dubbio rende più difficoltosa la lettura, ma è vero anche che mi sono divertita a leggere la Vita di Benvenuto Cellini e il fatto che l’artista abbia scritto quell’autobiografia nel XVI secolo non ha minimamente diminuito il mio divertimento. La lettura è un po’ più difficile, vero, ma se il libro è interessante posso sorvolare su un po’ di fatica, altrimenti non avrei mai letto nulla in inglese. Fra l’altro subito dopo aver letto il Cellini ho letto (per caso) L’anello dell’incantesimo di Lois McMaster Bujold e si vede chiaramente che anche la scrittrice statunitense conosceva quel libro. Però se parliamo di stregoneria io potrei scoprirmi non troppo interessata a conoscere tutti i dettagli di quanto è davvero avvenuto nel nostro passato. Lo so che conoscere il passato è importante, ma in alcuni casi preferisco accontentarmi di una visione d’insieme senza entrare troppo in dettagli che il mio stomaco farebbe fatica a sopportare.

Non so quanto narri Ginzburg, ma per soddisfare le mie curiosità avevo letto abbastanza. Senza considerare che se si leggono una decina di libri contemporaneamente non sempre è facile restare entro la scadenza della biblioteca. Lo so, avrei potuto dare la precedenza a questo, ma ne avevo un altro della biblioteca, uno lo dovevo assolutamente recensire in tempi brevi, da un altro non riuscivo a staccarmi, con un altro ancora sto facendo una lettura in parallelo con un’altra persona… avete capito il problema.

Nei ringraziamenti del Paese delle due lune Guy Gavriel Kay ha scritto “Con particolare piacere confesso la mia ammirazione per I Benandanti di Carlo Ginzburg”, potevo continuare a ignorare questo libro? In fondo è solo nel 1992 che per la prima volta ho pensato di dovergli quanto meno dare uno sguardo. E ora devo comprare la versione originale del romanzo di Kay, Tigana, perché mi sono resa conto che in traduzione è stato accorciato, ma alla fine al libro che lui cita ci sono arrivata. E, ho notato con piacere, lui ha usato le sue conoscenze così come aveva fatto Turtledove, in modo funzionale alla trama. Questo è quanto mi sono appuntata dai Benandanti:

  • dei Benandanti fanno parte tutti coloro che sono “nati vestiti”. Si uniscono spontaneamente agli altri e combattono fino ai quaranta anni;
  • i Benandanti portano appesa al collo la camiciuola in cui sono nati, senza di essa non riuscirebbero a combattere;
  • i Benandanti sono protagonisti di battaglie notturne combattute con canne di sorgo e mazze di finocchio che crescono nei campi;
  • la battaglia è combattuta solo con lo spirito, il corpo resta indietro;
  • i Benandanti cercano di difendere i bambini o le provviste delle case dagli stregoni malvagi. A seguito delle loro vittorie si ha un anno di abbondanza, quando invece sono sconfitti c’è la carestia.

Non so perché, ma queste cose mi suonano vagamente familiari…

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