Guy Gavriel Kay: A Song for Arbonne

Arbonne è una terra dominata dalle donne. È questo ciò che si dice in Gorhaut di quel territorio che si trova più a sud e che, dopo il trattato di Iersen Bridge, potrebbe offrire al regno un nuovo sbocco sul mare dopo che i porti settentrionali sono stati ceduti a Götzland. Una terra dominata dalle donne, e sotto molti aspetti l’affermazione è vera. Non solo al governo c’è l’anziana duchessa Signe, vedova da poco più di un anno, ma al fianco del dio Corannos, venerato anche al nord, lì viene tributato un pari omaggio alla dea Rian, cosa che Galbert di Garsenc, sommo sacerdote di Corannos, reputa la peggiore delle eresie. Inoltre la cultura di Arbonne, dichiaratamente ispirata a quella provenzale, dà grande importanza ai trovatori e alla loro arte, alle passioni e al corteggiamento, tanto che la nobile Arianne di Carenzu è la regina della Corte d’amore, una sorta di corte parallela a quella politica in cui ciò che conta sono la bellezza, l’eleganza, la musica e i rituali di un mondo che sembra non avere preoccupazioni concrete.

Non sempre però è vero quel che appare a prima vista, e anche se queste cose sono importanti, e se le donne hanno un potere che altrove non potrebbero avere, ciò non significa che Arbonne sia in sé inferiore ai suoi vicini. Se ne accorge per primo Blaise, pur impegnato in una missione che fatica a comprendere. Per lui l’intera vicenda fra Mallin, un barone minore, sua moglie Soresina e il trovatore Evrard, che l’ha corteggiata secondo le convenzioni della sua cultura e che se ne è andato sdegnato nel momento in cui è stato pubblicamente (e forse involontariamente) offeso, è talmente assurda da essere ridicola. Persone serie non dovrebbero preoccuparsi di episodi come questo. O no? In fondo, con una sola eccezione, tutti gli uomini di Castel Baude posti sotto i suoi ordini sono competenti e fanno quel che devono fare bene e senza la minima esitazione, come se fossero soldati di Gorhaut e non di Arbonne.

A questo punto anche chi non ha letto A Song of Arbonne non può non aver notato il fatto che continuo a contrapporre i due stati. Ovviamente non è un caso. Guy Gavriel Kay, l’ho già detto più volte, si ispira a periodi storici e a luoghi ben precisi per narrare le sue storie, anche se quest’ispirazione non lo porta mai a scrivere un romanzo storico. Per lui è una questione d’etica, un non voler attribuire a personaggi realmente esistiti dei sentimenti che, per ovvie ragioni, non può sapere se il personaggio in questione ha provato davvero. E così ecco che Kay parte dal reale e si inoltra nei territori del fantastico. Arbonne non è la Provenza, terra amata dallo scrittore che avrà un ruolo importante molti anni più tardi in Ysabel, la corte dominata da Ariane non è quella della cultura provenzale e in questo romanzo non c’è nessuna crociata contro i catari. La partenza è quella, ci sono elementi riconoscibili, ma la storia appartiene senza dubbio al genere fantasy, e non solo perché si parla di stati che non sono mai esistiti sulla Terra. L’elemento magico è ridotto al minimo, giusto qualche capacità profetica, solo in determinate circostanze, e una capacitò di guarigione che a volte (una sola nel libro) ha del miracoloso, ma sono comunque episodi importanti per la trama. La capacità di vedere dentro di lui che mostra Beatriz nel primo capitolo è uno di quegli elementi che inizia a scuotere Blaise e ad allontanarlo dalle convinzioni degli abitanti di Gorhaut.

Ci sono molti elementi del nostro passato che possiamo riconoscere in questo romanzo, così come c’è un conflitto fra due fedi diverse. In questo caso entrambi i popoli adorano Corannos, ma Arbonne vi aggiunge una pari adorazione per Rian. Per un abitante di Arbonne la religione di Gorhaut è incompleta, per un abitante di Gorhaut quella di Arbonne è eretica. I monoteisti sono sempre più intolleranti dei politeisti, per i primi è vera solo la loro fede mentre gli altri sono più disposti ad adattarsi e a fare spazio ad altre divinità o anche ad altri modi di credere nei loro dei.

Conflitti di religione se ne troveranno ancora nell’opera di Kay. A Song for Arbonne è del 1992, i protagonisti di The Lions of Al-Rassan, pubblicato nel 1995, appartengono a tre fedi diverse che più o meno potremmo ricondurre a cristianesimo, ebraismo e islamismo, anche perché l’ambientazione ricorda quella della Spagna al tempo della cacciata dei moriscos. Del Sarantine Mosaic (Sailing to Sarantium, 1998, e Lord of Emperors, 2000), del fatto che secondo le credenze di Valerius II Alixana è un’eretica, e che c’è qualcuno che sente fortemente il problema dell’iconoclastia, ho già parlato. A Song for Arbonne, come tutti i romanzi di Kay, è un libro molto ricco, e un commento parziale come quello che faccio io non gli rende giustizia. Non parlo della bellezza della prosa, che percepisco anche in una lingua che non è la mia (anche se sicuramente perdo parecchio), mi limito a segnalarvela. E non parlo di un’infinità di altre cose, perché altrimenti dovrei stare qui per giorni e non ne ho il tempo. Mi limito a parlare di un tema a me molto caro, il modo in cui sono tratteggiate le figure femminili.

Sono una donna. Lo so, ve ne siete accorti da un pezzo, ma ogni tanto è bene sottolinearlo. Per molte cose il mio sesso non è importante, ci sono cose che appartengono a tutti noi come membri del genere umano, ma a volte le differenze fra uomini e donne sono importanti, definiscono il nostro modo di essere, il modo in cui percepiamo il mondo e il modo in cui il mondo percepisce noi. Non per nulla ho letto Il secondo sesso di Simone De Beauvoir.

Donna non si nasce, lo si diventa. Nessun destino biologico, psichico, economico definisce l’aspetto che riveste in seno alla società la femmina dell’uomo; è l’insieme della storia e della civiltà a elaborare quel prodotto intermedio tra il maschio e il castrato che chiamiamo donna.

E se l’affermazione vi sembra eccessiva, se non vi sembra che ci sia discriminazione nei confronti delle donne, vi ricordo che l’ultimo premio Nobel per la pace è stato assegnato congiuntamente a Malala Yousafzai e a Kailash Satyarthi. Confesso la mia ignoranza, non sapevo chi fosse Kailash Satyarthi fino a quando non gli è stato assegnato un premio che, da quel che ho letto subito dopo, è più che meritato. Di Malala però abbiamo sentito parlare tutti in abbondanza. Hanno provato a ucciderla a 12 anni per il semplice fatto che lei, una femmina, voleva studiare. Se i talebani sono estremisti che comunque non rappresentano l’intero Islam, di episodi gravissimi ce ne sono molti. Per una Reyhaneh Jabbari impiccata per essersi difesa da un tentativo di stupro abbiamo in Italia (e non solo, pensiamo a Oscar Pistorius che in Sud Africa ha subito una condanna ridicola per l’omicidio della fidanzata Reeva Steenkamp) un numero impressionante di donne che subiscono una violenza o che vengono ammazzate i cui aggressori/assassini se la cavano con pene ridicole (lei indossava i jeans quindi doveva essere consenziente, lui era ubriaco perciò non era davvero responsabile di quel che faceva, lei se l’è andata a cercare perché lo sapeva che sarebbe finita così, lui era davvero innamorato e non ha retto all’essere stato abbandonato e via dicendo).

Non è certo la prima volta che mi soffermo a guardare come sono tratteggiate le figure femminili nella narrativa. Tendo a entrare in modo molto vivo nelle storie che leggo, a immedesimarmi davvero con i personaggi, e sono sempre stata affascinata dalle donne forti. Ho iniziato ad analizzarle davvero dopo aver letto Dalla parte delle bambine di Elena Gianini Belotti, ma anche prima di iniziare a scriverne sentivo che molte di loro parlavano a una parte importante di me.

Il quarto numero (cartaceo ed ebook) di Effemme contiene un mio articolo di dieci pagine intitolato Jolanda e le sue figlie: eroine in cerca d’avventura in cui a partire proprio dall’impatto che ha avuto su di me la Jolanda di Emilio Salgari (che non era propriamente un autore fantasy ma che non era neppure troppo lontano dal genere) parlo brevemente di alcune figure femminili presenti in romanzi successivi.

E nel nono numero (cartaceo ed ebook) in un articolo di nove pagine intitolato Guy Gavriel Kay: donne forti in mondi di uomini cito molto rapidamente alcune donne dei precedenti romanzi di Kay per analizzare poi un po’ meglio le protagoniste di La rinascita di Shen Tai. La scelta del romanzo analizzato ovviamente non è casuale, visto che quando ho scritto l’articolo La rinascita di Shen Tai era l’unico romanzo di Kay in commercio in Italia. Ora esiste solo in versione ebook o, in formato cartaceo, solo acquistandolo dal sito dell’editore, e secondo me è un peccato. Confesso di essere stata tentata d’inviare il mio articolo a Kay perché so che legge volentieri articoli incentrati sui suoi libri, ma so anche che non legge l’italiano e imporgli la lettura di nove pagine con l’ausilio di Google Translator non mi sembra una cosa tanto gentile. Come se questo testo fosse breve, ed è pure meno professionale con i miei continui commenti personali e una maggiore tendenza a saltare da un pensiero all’altro senza curare davvero i collegamenti.
Ma torniamo al libro, e alla frase iniziale.

Arbonne è una terra dominata dalle donne, ed è su questo concetto che ruota la trama. Ma come viene esercitato questo dominio? Ci sono un bel po’ di spoiler qua sotto, ma non sempre ho voglia di parlare di un libro senza addentrarmi davvero al suo interno Un approccio privo di spoiler è molto limitante, e ora non ho voglia di stare nei limiti. Vi ricordo, comunque, che anche se ho letto l’undicesimo romanzo della Ruota del Tempo di Robert Jordan conoscendo tutte le svolte più importanti per colpa di alcuni articoli letti su internet prima della traduzione del romanzo, la lettura mi ha ugualmente divertita parecchio. Un libro non è composto solo dagli eventi della trama ma anche dal modo in cui la trama è narrata, e questo si può apprezzare solo leggendo il libro. Se l’unica cosa importante di un libro fosse la sua capacità di sorprenderci con le svolte della trama le riletture non avrebbero alcun senso, mentre io sono una che rilegge molto.

Il romanzo inizia con una breve biografia del primo dei trovatori di Arbonne, Anselme di Cauvas. Ci fa conoscere da subito l’importanza di poesia e musica in Arbonne, e una delle opere di Anselme farà capolino più avanti nel romanzo, ma questa pagina serve solo a iniziare a farci entrare nell’atmosfera. La storia inizia con un prologo che, scopriremo poi, è ambientato 23 anni prima rispetto al resto del romanzo. Protagonista è la giovane Aelis, figlia del duca Guibor e di sua moglie Signe e moglie di Urté di Miraval. Aelis è bella, piena di vita e determinata. Sa che è suo dovere essere da esempio, si preoccupa con tenerezza della cugina tredicenne e non si fa problemi ad adoperare le armi. L’ho amata fin da subito. Più avanti ho scoperto che lei in realtà sapeva di non correre alcun pericolo, ma una donna con uno spirito meno forte avrebbe accettato il “rapimento” senza problemi. Peccato che, molto più avanti, ci rendiamo conto che Aelis ha commesso due errori gravissimi.

Fin da quando Ariane ci racconta della sua morte, e del figlio di cui tutti ignorano il destino, sappiamo che Aelis non avrebbe mai dovuto dire al marito che il padre del bambino in realtà era Bertran. È per colpa del suo orgoglio, della rabbia provata nella consapevolezza della morte, e dell’odio per il marito, che ha legato in una ragnatela d’odio Urté e Bertran. Era figlia di Guibor e Signe, anche se non poteva sapere che Bertran sarebbe diventato duca di Talair avrebbe dovuto comunque immaginare che una rivelazione di questo tipo avrebbe fatto nascere fra i due un odio molto forte.

Non le importava? In fondo aveva vent’anni e stava morendo, è comprensibile un rifiuto dei problemi del mondo in quel momento e una certa concentrazione su se stessa. Io ho avuto parti relativamente semplici, e certo non mi sentivo in condizioni di essere empatica con nessuno, al di fuori delle mie due bimbe. No, non ero empatica nemmeno con mio marito, perché in quei momenti una donna si chiede perché lui non possa sentirne almeno una di doglia, per capire davvero cosa stia provando lei. Posso giustificare Aelis, essendo mamma anch’io? Certo non la amo più come all’inizio perché non posso non essere coinvolta nella spirale dei vari “e se…”. Lo so che questo è un romanzo, e che se non ci fosse stato alcun problema l’autore non avrebbe avuto nessuna storia da narrare, ma se non ci si interroga sui libri che si leggono anche dopo averli chiusi sono libri che valgono poco. Il divertimento di qualche ora, se va bene, e poi l’oblio. No, preferisco libri che mi fanno pensare, e se penso non posso (fra le altre cose) non chiedermi se davvero le cose non sarebbero potute andare in un altro modo.

Aelis però ha fatto anche un altro errore, e questo lo scopriamo alla fine. Lei odia Urté perché è convinta che lui l’abbia sposata solo per motivi politici, perché dopo la morte dei fratelli (solo accennata, i fratelli non sono mai parte del romanzo) è diventata l’erede di Guibor e quindi di tutto Arbonne. Eppure sbaglia. Urté, a differenza di Bertran, non è un trovatore, non sa comporre musica o versi, e neppure suonare uno strumento, e Miraval non è il centro di Arbonne come invece lo è la corte di Barbentain, tutte cose che la fanno soffrire. Nelle poche pagine in cui la si vede Aelis è chiaramente innamorata di Bertran, e se è possibile perdonarla per essersi innamorata dell’uomo sbagliato, in fondo il suo è un matrimonio politico sul quale non ha potuto dire nulla, avrebbe potuto accorgersi dei sentimenti di Urté e non ferirlo deliberatamente per cose di cui lui non aveva colpa. Se lei non lo avesse odiato probabilmente non gli avrebbe detto quel che gli ha detto e Arbonne avrebbe avuto una storia completamente diversa. Sapendo questo amo ancora Aelis, ma non posso fare a meno di compiangerla, compiangere la sua cecità e compiangere chi è rimasto intrappolato in quella rete d’odio. Anche Urté, che per buona parte del libro riveste uno dei ruoli da antipatico. Salvo poche eccezioni è difficile provare un sentimento unico nei confronti di un personaggio, e prima della fine Urté trova il suo momento di riscatto.

Il prologo finisce con la consapevolezza che Aelis e Bertran avranno un figlio. Una consapevolezza data dalla dea, non dimentichiamo che la maternità è uno degli aspetti fondamentali delle divinità femminili. Nascita, vita, morte. Si dice spesso che la dea ha tre volti, e in questa scena ci sono in nuce tutti e tre. La vita che esaltano Bertran e Aelis con la loro passione, la nascita del bambino che avverrà di lì a qualche mese e la morte di Aelis, che coincide con la nascita. Poi il prologo finisce, e nella primavera di 23 anni dopo dobbiamo iniziare a scoprire un mondo (qui c’è una parte del primo capitolo).

Soresina si vede poco, potrei anche sbagliarmi ma mi pare che non dica direttamente una sola parola, e che le poche che pronuncia noi le sentiamo solo attraverso i ricordi di Blaise. Principalmente questo libro è la storia di Blaise, è a lui che Kay dedica lo spazio maggiore, ed è intorno a lui, al mutare delle sue convinzioni e alle conseguenze delle sue azioni, che si sviluppa la trama.

L’impressione di Soresina che ha Blaise non è bella, in fondo lui è un uomo di Gorhaut. La moglie di Mallin appare vanesia e troppo interessata ai rituali dell’amor cortese, ma c’è da chiedersi quanto quest’immagine sia offuscata dai pregiudizi dello stesso Blaise. Certo lei fa la sua parte nel creare un problema insieme a un altro personaggio vanesio e troppo convinto della sua importanza, il trovatore Evrard, perciò la colpa è da spartire in uguale misura fra i due. La situazione è ridicola, in questo concordo con Blaise, quello che Blaise ancora non sa è che nonostante il verificarsi di situazioni di questo tipo in Arbonne, come in tutti i luoghi della Terra, ci sono un bel po’ di persone in gamba, e che amare la musica e la vita non significa essere incapaci di agire quando è necessario.

Blaise è lo specchio in cui vediamo le donne, e il graduale mutare delle sue convinzioni è affascinante. Scopre che, nonostante la cultura in cui vivono, gli uomini al servizio di Mallin sono in gamba. Viene sorpreso da Soresina, che a quanto pare non resiste al fascino di Bertran ma che incredibilmente acquista una nuova dignità grazie al tradimento. E, in uno scarno scambio di battute su una scala poco illuminata, viene a sapere che il vanesio duca di Talair si porta dietro una ferita d’amore che dopo ventitré anni non si è ancora rimarginata.

Non amo particolarmente i donnaioli, la ricerca continua di nuove conquiste per una notte per me è indice di scarsa serietà. Avrei potuto odiare Bertran per questo, se non lo avessi visto pieno di amore e timore reverenziale nei confronti di Aelis nel prologo, e se non lo avessi sentito confessare a Blaise che in tutti quegli anni nessuna donna è stata capace di cancellare la memoria di colei di cui si era innamorato e che ha perduto per sempre. Sono solo due frasi, ma sono il cuore di ciò che Bertran è, e per questa confessione posso perdonargli davvero molte cose. Così come posso perdonare Diarmuid per lo stesso peccato perché alla fine si innamora di Sharra. No, forse Diarmuid lo posso perdonare anche perché non ha mai avuto dal padre l’approvazione che cercava, per quello che ha fatto nella sala del trono al momento del ritorno di Aileron e per il suo duello contro l’urgach al grido “per l’onore del Cinghiale nero!”. Ma questo è un altro libro.

Alla fin fine Soresina ha guadagnato dall’incontro con lui, e pure Mallin, anche se mi chiedo quale sia davvero il rapporto fra i due coniugi. Temo però che, come Blaise, non riuscirò mai a capirlo.

All’inizio Soresina per Blaise (e per noi, non dimentichiamo che gli occhi di Blaise sono i nostri) è il modello di tutte le donne sciocche che fanno cose sciocche, si lasciano guidare dal capriccio e hanno un’influenza fin troppo forte nello svolgersi degli eventi. Però, fra quando ci viene spiegato il problema fra Soresina ed Evrard, e quando Bertran seduce la duchessa di Baude, incontriamo Beatriz, e questo ci spiazza.

Beatriz è la sorella maggiore di Aelis, l’unica dei figli di Signe ancora in vita. Ora è somma sacerdotessa di Rian, ruolo che le conferisce un potere e una dignità notevoli. Entrata al servizio della dea quando c’erano altri che avrebbero potuto ereditare il ducato di Arbonne – i due figli maschi di Guibor e Signe sono morti giovani, non è chiaro se prima o dopo l’ingresso di Beatriz fra le sacerdotesse, ma Aelis è certamente morta dopo – prende molto sul serio la sua vocazione sacerdotale, al punto da aver scelto di rinunciare ai propri occhi pur di avere la possibilità di ricevere, di tanto in tanto, le visioni della dea. La scelta della rinuncia alla vista può essere stato un atto di ribellione nei confronti del padre, un modo per impedirgli di riportarla nel mondo per sfruttarla a fini politici e continuare invece a seguire la sua vocazione religiosa, ma la sua vocazione è reale. Questo lo si scopre molto avanti nel romanzo, anche se una veggente cieca non è certo una novità.

Kay si era già accostato a questa figura con Gereint, lo sciamano dei Dalrei nella Trilogia di Fionavar. Lo so, non riesco a non saltare da un libro all’altro. La cecità, c’insegna l’etnologia, non è una menomazione ma un modo in cui lo sciamano può vedere oltre le cose del mondo terreno, scoprendo cose invisibili a tutte le altre persone. Beatriz vede in Blaise e sa di quando è stato con Rosala, non dimentichiamo che l’atto d’amore – anche se in questo caso non c’era passione fra i due ma la rabbia che entrambi provavano nei confronti del mondo e la necessità di generare un erede da parte di lei – è una delle cose che maggiormente rientrano sotto il dominio della dea. Beatriz chiede un prezzo per la missione di Blaise, un uomo per un uomo, la dea è giusta ma raramente compassionevole, specie con chi invade il suo dominio. Viste le azioni di Luth però viene da chiedersi quanto Beatriz sapeva, già all’epoca, del ruolo che il futuro sacerdote avrebbe giocato nel destino della sua terra. Qualcosa Beatriz sa con anticipo, anche se la visione del lago avviene verso la fine noi sappiamo che Luth si stava addestrando già da prima. Domande senza risposta, misteri, in fondo non tutto può essere svelato nel romanzo altrimenti diventerebbe un saggio e non una narrazione. Beatriz, tanto solenne quanto impone il suo ruolo, ma anche figlia che non ha dimenticato il rapporto con la madre. Al di là di tutto, sono i rapporti umani che fanno di noi ciò che siamo, e nessuno può ricoprire sempre i panni ufficiali senza perdere la propria umanità.

Beariz è in gamba, al di là del fatto che serve un coraggio notevole per rinunciare alla propria vista pur sapendo che questa decisione comporterà dei vantaggi. Il suo ruolo nel decidere di provare a portare Blaise dalla loro parte, e nel farlo concretamente, è fondamentale. Il sacerdozio, per lei, non significa chiudersi ai problemi della sua terra, e la sua presenza nei consigli di guerra non è affatto forzata. Blaise all’inizio è a disagio, la incontra per la prima volta in un momento delicato e non sa come rapportarsi a quei poteri che gli ricordano che non tutte le donne sono Soresina. Prende per vera una battuta, quando si incontrano culture così diverse è difficile distinguere la realtà dalla superstizione, ed esce dall’incontro più turbato di quanto non voglia ammettere. La rivede dopo alcuni mesi a Tavernel, quando già ha avuto modo di conoscere un po’ la cultura dei trovatori – Bertran stesso è un trovatore, ma è anche terribilmente in gamba e lui non può non riconoscerlo – e si trova a provare per lei un enorme rispetto tanto per la sua guarigione di Valery quanto per la sua partecipazione alle discussioni politiche. Beatriz è una sacerdotessa della dea, ma la dea opera nel mondo.

Alla riunione partecipano altre due donne. Una è Signe, madre di Beatriz e Aelis, duchessa di Arbonne e una delle tante dimostrazioni di cosa possono diventare le donne nelle giuste condizioni. Era bella a suo tempo, è stata la regina della corte dell’amore così come ora lo è Ariane. Una carica simbolica, certo, che può facilmente essere sminuita come futile e poco importante. Ma, nelle mani giuste, una carica che consente di guidare la cultura e di indirizzare i pensieri nella direzione voluta, che può anche influenzare fortemente le sorti delle persone. La penna è più potente della spada, dice un vecchio proverbio, e sulla forza delle parole Kay si è soffermato parecchio, spesso modellandole sotto forma di canzoni. Sono molte le canzoni che riverberano con forza nei suoi romanzi e che conducono la trama. Lo ricordate il Canto di Rachel?

Amore, ricordi ancora
Il mio nome? Mi sono perso
Quando l’estate si è trasformata in inverno,
Colpita dal gelo.
E quando giugno diventa dicembre
È il cuore a pagarne il prezzo.

Il canto prosegue, ci sono altri dodici versi, ma per capire davvero l’importanza di queste righe bisogna leggere il romanzo. Quando giugno diventa dicembre è il cuore a pagarne il prezzo. Che prezzo paga colui che, ascoltando la canzone dal buio di una strada vuota, decide di non tornare indietro? Anche ora che conosco perfettamente quell’episodio, che so cosa sta avvenendo e quali saranno le sue conseguenze, non posso non sentire una fitta al cuore. Il libro è La strada dei re.

Del Lamento per Adaon invece non conosciamo le parole. Viene cantato una prima volta verso l’inizio, durante il funerale di Sandre, e noi sappiamo che si tratta di un’esecuzione notevole. Viene cantato una seconda volta, molto più avanti, in un momento in cui noi siamo emotivamente scossi per quanto è appena avvenuto, e in strada

la gente si fermò, smise di parlare, e, vinta dal fascino di quella musica, si affollò all’esterno della locanda per ascoltare il canto del dolore e dell’amore.

Non trascrivo la frase successiva perché in sole tre righe contiene due spoiler da Tigana (Il paese delle due lune), e qui preferisco limitarmi agli spoiler di A Song for Arbonne. Ovvio, anche in Arbonne la musica è importante, a partire dal canto scritto da Bertran in onore di Aelis, un canto che nel prologo affascina anche se nessuno conosce i nomi dei due protagonisti di quell’amore che viene così appassionatamente cantato, e che ventitré anni dopo è diventato un classico. Un altro canto importante è quello offerto da Ramir in una taverna di Lussan, in cui si sente tutto l’amore per la sua terra e per un determinato modo di vivere. Sono solo una manciata di pagine, Ramir all’interno del romanzo è solo un personaggio minore, ma per quelle pagine giganteggia e il suo contributo alla storia è importante.

Kay ha ripetuto spesso di essere affascinato da tutti i suoi personaggi, anche da quelli minori, ed è vero che per le pagine che gli dedica – poche o tante che siano – i suoi personaggi sono vivi. Kay ha recentemente ritweettato un commento di Jonny Geller:

There is no such thing as a minor character. Every character has their own novel, but their story is for another time.

Non esistono personaggi minori. Ogni personaggio è protagonista del suo proprio romanzo, ma la sua storia è per un altro momento. A leggere i romanzi di Kay ci si rende conto che è davvero così, comunque visto che sono dispersiva e che metto insieme cose molto diverse non posso non dirvi che le storie rimandate a un altro momento mi fanno pensare a Michael Ende e alla sua Storia infinita, con la frase “ma questa è un’altra storia” ripetuta non so quante volte. Va bene, quella è principalmente la storia di Bastiano e di Atreiu, ma anche quelle storie appena accennate avevano un loro fascino ed è un peccato non aver potuto seguirle. Così come abbiamo storie appena accennate nel Signore degli Anelli, cosa di cui J.R.R. Tolkien era ben consapevole visto che ha scritto che “il fascino [del Signore degli anelli] consiste in parte nell’intuizione dell’esistenza di altre leggende e di una storia più ampia, di cui quest’opera non contiene che un accenno”, o ancora che “penso che tu sia emozionato da Celembrimor perché provoca una sensazione improvvisa di infinite storie non raccontate”. Quella di Ramir è una storia non raccontata, ma non ho dubbi sul fatto che se Kay avesse scelto di raccontarcela l’avrei amata come quelle che racconta.

Ci sono i canti di Lisseut, quello di mezza estate in Tavernel al cospetto di alcuni dei più potenti duchi di Arbonne, quelli semplicemente citati come il Lamento per la dolce musica scomparsa composto dopo la battaglia del lago Dierne e l’elegia per la morte di Blaise, ma soprattutto c’è un canto composto da Bertran che parla di una guerra insolitamente combattuta d’inverno. Conoscevamo il lato mondano di Bertran prima di quella canzone, la sua abilità come trovatore, il suo amore giovanile per Aelis e la sua successiva fama di donnaiolo, non avevamo idea di quali fosserlo le sue capacità a livello politico. E, dopo una prima parte in cui avevamo avuto a che fare solo con problemi piccoli e circoscritti – un’impossibile storia d’amore fra una donna sposata e un trovatore, o un episodio al limite del ridicolo fra un’altra donna e un altro trovatore – ecco che quel canto ci fa capire che c’è in ballo qualcosa di grosso:

Where went the manhood of Gorhaut and Valensa
When war was abandoned and pale peace bought
By weak kings and sons long lost to their lineage?

Davvero, cosa comporta quella pace? Qui iniziamo a farci delle domande, e iniziamo a trovare risposte nel momento in cui Lisseut segue Blaise dopo l’attentato in cui Valery ha seriamente rischiato la vita. Ma volevo parlare delle figure femminili, non dell’intero romanzo.

Signe era stata la regina della corte dell’amore, ma se quella corona può essere deposta in favore di una donna più giovane lei non può rinunciare al governo di Arbonne. E governa bene, quando compare in scena abbiamo modo di vedere che la sua mente è acuta, che comprende i problemi che deve affrontare e che non si nasconde dietro a pie speranze per paura di riconoscere le verità più dure. Probabilmente l’unica cosa che proprio non capisce è il fatto che Roban è innamorato di lei, e anche questa è una storia che viene lasciata in sospeso perché non è il suo momento. Il fatto comunque che il solido e affidabile Roban abbia perduto il cuore per lei è un’ulteriore conferma della bontà del suo modo di operare nella quotidianità.

Quanto alla crisi, Signe collabora fin da subito al piano di Beatriz e Bertran e i suoi commenti e le sue decisioni sono sempre puntuali. Potrebbero essere solo il segno di una grande capacità di governo, elemento importante che però costituisce solo una parte della sua personalità. Quello che per me maggiormente la contraddistingue è la sua compassione. All’inizio abbiamo scoperto che non aveva voluto ordinare a Bertran e Urté di essere presenti per la commemorazione di Guibor perché aveva preferito concentrarsi sui sentimenti e non su una dimostrazione di forza, e più avanti vedremo la sua tenerezza nei confronti di Rosala e di un neonato che, ne è ben consapevole, significano guerra. Ma quando Signe e Rosala si incontrano l’anziana duchessa ha già tutta la mia ammirazione. Parecchie pagine prima, quando nel bel mezzo di una riunione in cui si stava discutendo di un tentato omicidio e di una probabile guerra, nel sentire come mandante del tentato omicidio il nome del padre di Blaise Signe aveva esclamato “But that must be terrible for you”, e con quelle parole aveva conquistato il mio cuore. La sua esclamazione echeggia quella di Sharra nel Sentiero della notte (The Darkest Road): “«Ma è terribile! Quel povero bambino! Nessun altro, in nessun mondo, può essere così solo»“. La compassione, il pensare ai sentimenti degli altri prima che al proprio tornaconto, anche se in ballo ci sono il destino di una nazione o di tutti i mondi. E naturalmente è Signe la prima a recarsi da Rinette, alla fine del libro, e lo fa a braccia aperte. Non sappiamo cosa le diranno gli altri, il padre che l’ha ritrovata e l’uomo che diventerà suo marito, ma sappiamo che Signe le porta tutto il suo amore, e che Rinette non avrebbe potuto fare un incontro migliore.

Nel terzo capitolo ci rechiamo in Gorhaut, ed è qui che troviamo le uniche due figure per le quali non posso provare alcuna simpatia. Ademar è un debole che agisce spinto dalle macchinazioni di Galbert, ma anche con Galbert al suo fianco non avrebbe dovuto lasciarsi ridurre così come lo vediamo. Sarebbe quasi un personaggio degno di compassione, se non fosse che ha il potere di un re e che con le sue decisioni sbagliate, con il suo lasciarsi trascinare da un fanatico, fa del male a un bel po’ di gente e non glie ne importa nulla. Quanto a Galbert, come detto è un fanatico. Bernardo di Charavalle, per aggirare il fatto che il V° comandamento proibisce l’omicidio, diceva che uccidere gli infedeli non è omicidio ma malicidio, in pratica uccidento gli infedeli si combatteva quello che a suo modo di vedere era il male assoluto, il paganesimo, la mancanza di fede nel dio in cui credeva lui. Galbert in questo è un discepolo di Bernardo, e ci ricorda che tutti i tipi di fanatici sono pericolosi.

Galbert riesce a essere velenoso fino alla fine: uccide Ranald, che stava cercando un riscatto dopo alcuni anni vissuti da ameba a dimostrazione che volendo gli occhi si possono sempre aprire (cosa che invece Ademar non è interessato a fare), e trova modo di colpire Blaise un’ultima volta. Quella conversazione finale fra padre e figlio non era realmente necessaria, se si ragiona solo sulle azioni. Galbert poteva morire banalmente in uno dei tanti momenti della battaglia, o essere ucciso in un duello con uno dei suoi avversari. Bertran, Rudel, Valery, persino Blaise, anche se un duello con il figlio avrebbe lasciato strascichi enormi nel suo animo, tutti avevano ragioni in abbondanza per volerlo morto. Ma i personaggi sono composti da sentimenti, e Kay sceglie per Blaise il sentiero più difficile ed emotivamente più forte: il confronto verbale con il padre, e la morte di quest’ultimo non in un momento di guerra ma come atto di giustizia. Quanto possono essere difficili i confronti con i genitori? Lo sa bene anche Alessan, il cui rapporto con la madre è offuscato dall’ombra di Tigana.

Non era di Ademar e Galbert però che volevo parlare, ma di Rosala, e il fatto che io continui a deviare da quel che ho in mente indica almeno un paio di cose. La prima è che sono terribilmente dispersiva, e che se non mi impongo un approccio professionale (e qui non lo sto facendo) tendo ad allargarmi in tutte le direzioni perché sono troppe le cose che vorrei dire. La seconda è che Kay scrive davvero bene.

Voi sapete come sceglie su quali argomenti o periodi scrivere? Legge. Legge tutto quello che attira la sua attenzione, e man mano che qualcosa lo affascina legge sempre di più su quell’argomento e su quel periodo. Sul suo sito autorizzato (http://www.brightweavings.com/) sono indicati diversi testi che gli sono stati d’aiuto nelle ricerche, quando ancora i romanzi dovevano prendere forma nella sua testa o che gli hanno fornito spunti o informazioni in momenti successivi. Lui inizia a scrivere partendo dall’ambientazione, mentre la maggior parte degli scrittori dichiara di partire dai personaggi. Scopre il suo mondo, e se il mondo ha determinate caratteristiche questo comporta determinati tipi di problemi, che possono essere affrontati solo da personaggi dotati a loro volta di un certo tipo di caratteristiche. È un approccio insolito, ma che gli consente una grande libertà creativa. Se sono i personaggi a dover avere ben precise caratteristiche in base al mondo in cui vivono, questo comporta che cambiando il mondo, cambiando il romanzo, cambiano anche i personaggi. Ogni tanto faccio collegamenti, parlo dell’importanza delle canzoni, delle esclamazioni di Signe e Sharra, o del rapporto fra Alessan e la madre e fra Blaise e il padre, ma personaggi e situazioni sono molto diversi fra loro. A volte emergono dei punti di contatto, sto parlando pur sempre di esseri umani, ma questo modo insolito di accostarsi alle storie porta Kay a creare personaggi ricchi, affascinanti e molto diversi fra loro, che le mie parole descrivono solo in minima parte.

Ci eravamo spostati in Gorhaut per Rosala, e cambiando stato cambiano molte altre cose. Lei appartiene a una cultura che mette le donne in secondo piano, al di là del fatto che Galbert è un fanatico e che ha esasperato certe convinzioni. Quando Lisseut si confronta con Blaise dopo che quest’ultimo ha ferito Remy, ci viene spiegata chiaramente quale sia la legge nei paesi più settentrionali, e in diversi altri punti del romanzo possiamo trovare altri elementi che ci ricordano la netta supremazia degli uomini sulle donne. Eppure Rosala non si piega. Deve essere cauta, fa del suo meglio per non confrontarsi apertamente con Ademar, anche se ha notato come la guarda, e con Galbert, anche se evitare completamente i conflitti con lui è impossibile a meno di essere disposti a lasciarsi calpestare. Il merito va anche a suo padre, certo, se Rosala non fosse stata educata in un determinato modo non avrebbe avuto il coraggio né le capacità per opporsi a Galbert. Perché un individuo possa esprimere le sue potenzialità ci devono essere le premesse giuste, e nel caso di Rosala si tratta di una famiglia di origine che l’ha sempre rispettata come persona e che non le ha mai posto limiti solo perché era una donna. E se anche il matrimonio non l’ha deciso lei, questa era una cosa normale anche nel nostro passato, e se Galbert non fosse stato quello che è magari le cose con Ranald sarebbero potute andare in modo diverso. Lo dimostra la scena finale quando un Ranald morente cerca la sua approvazione per il gesto appena compiuto e si preoccupa per lei e per il bambino, e Rosala s’inginocchia e cambia il nome del figlio aggiungendo a quello del padre anche quello del marito.

Per lungo tempo Rosala vive come meglio può nelle difficili condizioni in cui si trova, circondata da uomini che disprezza. Il suo unico atto di ribellione – al di là di qualche parola detta comunque con cautela per evitare gravi conseguenze – è la notte trascorsa con Blaise, e alla base di quel gesto al di là del dolore provato per quanto è appena avvenuto fra i tre Garsenc ci sono motivazioni pratiche. Se lei non avesse concepito un figlio Galbert avrebbe potuto farla accantonare da Ranald, e la sua vita sarebbe diventata molto più complicata. In più la maternità la protegge almeno in una certa misura dalle attenzioni di Ademar. Quando però Galbert la minaccia di portarle via il figlio lei reagisce nell’unico modo che può salvarla: scappa. Poco importa il fatto che fosse tutta una macchinazione di Galbert, se lei non fosse stata quello che è, se fosse stata molto più passiva, non avrebbe neppure pensato di poter scappare. Eppure è disposta a tornare indietro, sapendo che la sua vita diventerebbe un inferno peggiore di quello che è stato in passato e sacrificando anche il figlio, pur di fermare la guerra e proteggere persone che non ha mai incontrato. La compassione, quella che guida Signe, è ben presente anche nell’animo di Rosala.

Se Rosala è la madre (non riconosciuta) del primo figlio di Blaise, un’altra madre destinata a rimanere nascosta è Lisseut. Lo storiografo che ha narrato la vita del trovatore Lisseut di Vezét non dice nulla sul padre di suo figlio Aurelian, se non che si tratta probabilmente di qualcuno di nobili natali, ma noi che abbiamo visto l’animo dei personaggi non abbiamo dubbi sulla sua identità.

Confesso che lo spostamento su Lisseut in un primo momento mi aveva infastidita. Anche Signe, anche Rosala, avevano portato Kay ad allontanarsi da Blaise, ma Signe si era soffermata a ricordare Aelis e Bertran, e Rosala forniva un necessario retroscena per Blaise. Non dimenticate che questo è il terzo romanzo che ho letto in inglese, e che prima di quella freccia stavo arrancando.

And so saw, by a trick, an angle, a flaring of torchlight far down to the dark river, how the arrow – white-feathered, she would remember, white as innocence, as winter in midsummer, as death – fell from the summit of its long, high arc to take the coran in the shoulder, driving him, slack and helpless, from the rope into the river amid laughter turned to screaming in the night.

Questo dopo che Valery aveva appena fatto quello che aveva fatto. Ero anch’io lì a tifare per lui a quel punto, come nel Sarantine Mosaic mi sono ritrovata a tifare per Scortius. Quando c’è una simile dimostrazione di abilità ed eleganza non si può non amare l’atleta che sta compiendo quell’impresa.

Proprio perché anch’io stavo tifando sono stata colpita con forza da quella freccia, bella, bianca come l’innocenza, e mortale. Amo il contrasto, il modo in cui Kay si ferma per raccontarci con delicatezza di qualcosa che rompe la delicatezza e che distrugge tutto quello che eravamo, e che credevamo di sapere, fino a un attimo prima. In questo punto la storia smette di essere un susseguirsi di piccole schermaglie, magari anche pericolose (non dimentichiamo che Blaise ha seriamente rischiato di essere ammazzato il giorno in cui ha preso servizio presso Bertran) per diventare qualcosa di molto più vasto. E da questo punto non ho più percepito la difficoltà della lettura.

DSCN2274Lisseut è il mondo dei trovatori, quel mondo di musica a cui Bertran non può appartenere completamente perché lui è anche il duca di Talair, come ci viene ricordato chiaramente nel confronto con Remy. Serve il suo punto di vista per farci capire meglio Arbonne, come serve un trovatore anche all’incontro con Ademar, Galbert e Ranald presso il lago Dierne. E la sua presenza a spiare Blaise e Rudel serve a fornirci informazioni fondamentali per il romanzo senza finire nell’infodump. Ma ridurre Lisseut a questo significherebbe farle un grosso torto.
Lisseut è impulsiva, tante volte si rimprovera lei stessa per azioni che non può giustificare in modo razionale, ma in ciò che fa mette tutta sé stessa. Nella difesa di Remy, anche se Blaise le fa notare che ha scelto il bersaglio facile e noi sappiamo che lei sta giudicando cose che non conosce fino in fondo, nell’impulso a seguire lo stesso Blaise dopo l’attentato, o nell’andare a trovarlo dopo il suo duello con Quzman in Lussan.

And it had been in the next moment, precisely then, she would afterwards remember – the Arimondan’s flung dagger slicing through Blaise’s ear as he twisted away, then the swift, bright flowering of blood – that Lisseut of Vezét realized, with a cold dawning of despair, that her heart was gone from her. It had left without her knowing, like a bird in winter, flying north to a hopelessy wrong destination where no haven or warmth or welcome could even be imagined.

A quanto pare sono un’inguaribile romantica. Avete idea della fatica che ho fatto per trattenere le lacrime a queste parole? Anche se era la quarta volta che le leggevo, ma il sapere che qualcosa avverrà non sempre cancella l’impatto emotivo. Se non fossi stata nel bar dove pranzo regolarmente quando sono in pausa dal lavoro le lacrime non le avrei certo trattenute. Io sono fortunata, io e mio marito ci amiamo davvero, e so cosa significhi rendersi conto che il nostro cuore non ci appartiene più (anche se per fortuna io non me ne sono accorta nel corso di un duello mortale). Ho detto che posso perdonare molte cose a Bertran per Aelis (e a quanto pare anche per Rosala, ma solo perché Rosala è arrivata quando lui non la stava cercando e non credeva nemmeno più alla sua esistenza) e a Diarmuid per Sharra, vedere la forza dell’amore ha sempre effetti notevoli su di me. Il che significa che quando, a breve, rileggerò The Lions of Al-Rassan, mi ritroverò in lacrime un’altra volta. Lì la situazione è ancora più complicata, ma non è questo il momento adatto per parlarne. E Lisseut, per quanto innamorata, coraggiosa e testarda, tutte cose che me la fanno amare, è anche intelligente e sa quando fare un passo indietro. Capisce quando Blaise ha bisogno di riposare, e quando è troppo turbato per poter accettare la presenza di chiunque perché, come sa anche Bertran, non c’è abbastanza seguignac per quanto è appena accaduto. Prende quello che la vita, e le persone intorno a lei, possono offrirle, donando in cambio tutta sè stessa. E alla fine riesce ad avere successo in un campo che, nonostante tutto, è dominato dagli uomini e nel quale le donne solo quasi solo soggetto e destinatario delle loro opere.

Se con Lisseut Blaise conoscerà l’amore – non lo vediamo ma viste le premesse non è difficile arrivare a questa conclusione – la sua prima passione è per Lucianna Delonghi, una specie di Lucrezia Borgia ante litteram. Più volte moglie e più volte vedova, Lucianna è bella e sa essere spietata, ma la vediamo troppo poco per poterla inquadrare davvero. L’unica volta in cui la sentiamo parlare sta recitando, portando avanti una recita dentro una recita, ma quando Blaise le dona la rosa negli occhi della donna può leggere il dolore. Non riusciremo mai a capire Lucianna, quanto c’è di vero o di costruito in lei, ma quanto davvero conosciamo anche le persone reali che vivono intorno a noi?

Per un certo periodo di tempo Blaise ne è ossessionato, ed è per allontanarsi da lei (oltre che per contrastare il padre) che si reca in Arbonne. E lì trova in Ariane molto più di quanto non si aspettasse di trovare. L’avevamo vista all’inizio Ariane, è la cugina che galoppa con Aelis in una bella giornata di primavera, mentre gli uccelli cantano e una brezza gentile soffia dal lago. Troppo rapida e osservatrice per una tredicenne, aveva pensato Aelis, ma quella tredicenne ingenua e allegra è maturata trasformandosi in una donna notevole. Ha conservato la bellezza e l’attenzione per gli altri, non l’ingenuità. Quella l’ha persa per sempre nella notte in cui è morta Aelis, anche se i dettagli li verremo a sapere solo alla fine. Anche lei però ha dovuto accettare un matrimonio politico, e curiosamente è un matrimonio che a modo suo funziona. Ariane e Thierry de Carenzu si rispettano e se lui è omosessuale ed entrambi cercano il piacere fuori dal letto coniugale… fino a quando la cosa viene portata avanti con discrezione riguarda solo loro. Thierry è serio e affidabile e pure Blaise, che potrebbe avere dei pregiudizi per via della cultura in cui si è formato, si trova ad ammirare la sua competenza e la sua capacità di gestire le cose sopperendo senza fanfara alle mancanze degli altri.

Ariane è stata segnata dalla morte della cugina, da quello che lei stessa ha vissuto e dal peso di un segreto che non le apparteneva e che per oltre vent’anni ha dovuto portare, e se anche riveste il ruolo frivolo di regina della Corte dell’amore la sua presenza nelle riunioni che decidono il destino di Arbonne non è per niente forzata. Come fanciulla di nobili origini in una terra che lascia ampio spazio alle donne ha ricevuto un’educazione completa, e si vede quanto lei sia a suo agio nel discutere le questioni politiche più imprtanti. Nelle riunioni parla come potrebbe parlare un uomo, con competenza e con la consapevolezza che il suo parere sarà ascoltato. Ma che lei non è un uomo per Blaise è più che evidente, e non mi riferisco al fatto che condividono un letto. Lucianna aveva sedotto Blaise e si era divertita a giocare con lui, Ariane non gli chiede nulla di più di quanto lui non sia disposto a dare, e nel trattarlo da pari a pari mette a nudo la sua anima. L’incontro con qualcuno capace di donare senza chiedere nulla in cambio è ciò che serviva a Blaise per iniziare a guarire le sue ferite, il resto lo hanno fatto i molteplici incontri avvenuti nel corso di un paio di stagioni straordinarie.

Arbonne è una terra dominata dalle donne. È quel che si dice in Gorhaut, ed è il pretesto per lo scontro fra due diversi modi di vivere. Sono molte le donne che ricoprono un ruolo importante in questo romanzo, donne di cui io ho indicato solo alcuni aspetti perché già così ho scritto un testo lunghissimo. Non è però un romanzo di donne o sulle donne, gli uomini sono altrettanto quando non più importanti anche se io li ho lasciati quasi completamente da parte. Io detesto quei libri che sanno proporre solo figure femminili passive, incapaci di fare qualsiasi cosa che non sia accettare passivamente lo svolgersi degli eventi o che, al contrario, prendono in mano la situazione comportandosi né più né meno come se fossero degli uomini. Qui i personaggi, uomini e donne, sono veri perché agiscono essendo ciò che sono, senza rinnegare la loro natura e senza sminuirla, perché si trovano costretti a portare avanti la loro vita in mezzo a problemi di vario genere e a volte commettono errori. Non ci sono eroi designati o obiettivi chiari da perseguire al di là del cercare di andare avanti con la loro vita. E non ci sono personaggi minori, anche se di alcuni personaggi Kay ha raccontato solo un frammento della loro storia. Nessuno è un personaggio minore, indipendentemente da quello che fa, dentro o fuori le pagine di un romanzo.

Ogni volta che finisco un romanzo di Kay sento qualcosa dentro di me, qualcosa che non riesco a definire a parole. Quello che so è che questo qualcosa mi rende più ricca, e mi dà una gioia capace di superare le banali difficoltà quotidiane e che mi riporta in armonia con ciò che mi circonda.

He was not a musician, not a very good singer at all; he knew that. But songs were not only for those who could perform them with artistry. He knew that, too. And so [he] lifted his voice without shame, feeling a deep richness, a glory in the night, as he galloped his horse down the winding, empty road to the south, past farm and castle, village and field and forest, under the risen moons and the stars above Arbonne.

 

Qualche tempo fa mi sono imbattuta in un blog francese (sì, a fatica ma leggo anche il francese) che ha lanciato una sfida di lettura dei romanzi di Kay con lo scopo di aumentare gli articoli sullo scrittore canadese e di conseguenza la conoscenza delle sue opere. Potevo evitare di iscrivermi? Naturalmente no, e ovviamente ho dichiarato che avrei letto e commentato tutti i romanzi di Kay. Se siete interessati a commenti o recensioni (in francese) il blog è questo: http://leslecturesdupetitpanda.wordpress.com/2011/01/06/challenge-guy-gavriel-kay/.

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5 risposte a Guy Gavriel Kay: A Song for Arbonne

  1. IronMarinai ha detto:

    bellissimo articolo, ogni volta che parli di lui mi viene sempre più voglia di leggerlo!!! peccato che non so l’inglese 😦 ma in qualche modo rimedierò 😀 p.s. ti ho aggiunto tra gli amici su anobii 😀

    • Grazie. Io adoro i libri di Kay, perciò quando ne parlo inevitabilmente nei miei articoli entra tutto il mio entusiasmo.
      Come detto, La rinascita di Shen Tai è fuori catalogo ma se controlli sui siti tipo ibs, libreriauniversitaria o amazon magari lo puoi trovare in vendita come remainder a un prezzo ridotto. Se non ricoordo male l’ho visto su tutti e tre i siti non troppo tempo fa. Altimenti è regolarmente in commercio la versione ebook.
      Gli altri quattro libri tradotti, La trilogia di Fionavar e Il paese delle due lune, sono più difficili da trovare perché sono degli anni ’90, ma magari li puoi prendere in biblioteca.
      La lettura in inglese è una delle dimostrazioni che quando voglio so essere testarda. Io ho fatto francese alle scuole medie e il Liceo Artistico, scuola in cui non era previsto l’insegnamento di una lingua straniera, come scuola superiore.
      Non so quante volte ho guardato le copertine di libri in inglese pensando che non avrei mai potuto leggerli. Tre mesi dopo aver iniziato a lavorare in libreria mi è stato assegnato, fra gli altri, il reparto di linguistica e dizionari. Io vendevo dizionari e corsi, e a un certo punto mi sono detta che potevo comprarne uno anch’io. Dopo cinque mesi di studio costante – tutti i giorni, a seconda del tempo che avevo a disposizione, studiavo da un quarto d’ora a un’ora e mezza – ho acquistato il mio primo libro a livello. Dopo quattro libri a livelli sono passata ai romanzi nella loro versione integrale. All’inizio usavo molto il dizionario, ma man mano che leggevo il mio vocabolario si è arricchito. Ora sono capace di leggere romanzi di 1000 pagine senza dizionario, di fatto lo uso solo se per qualche motivo (tipo la scrittura di un articolo) voglio essere assolutamente sicura non solo di capire il senso ma di capire tutte le parole con precisione e c’è una parola su cui ho qualche dubbio.
      Al’inizio è faticoso, vero, ma una parte consistente dei libri più belli che ho letto negli ultimi anni è costituita dai libri in inglese. Imparare la lingua è stata una delle migliori decisioni che ho preso.

  2. IronMarinai ha detto:

    Infatti a breve seguirò un corso d’inglese non tanto per leggere libri ma proprio perché conta molto nel mondo del lavoro!!! io ho fatto inglese alle medie e alle superiori ma seguendo il corso all’università mi sono accorto di sapere ed infatti come esame universitario ho scelto francese XD cosa intendi per libro a livello?!

  3. Pingback: Challenge Guy Gavriel Kay | Les lectures du petit panda

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