John Williams: Stoner

Ho letto Stoner di John Williams grazie al passaparola. Ci sono libri che acquistano notorietà così, perché i lettori stessi spingono altri lettori a leggerli. Io di solito sto lontana dai libri troppo celebrati, ma a volte con il lavoro che faccio mi ritrovo a leggere libri che anni fa non avrei degnato di uno sguardo per capire meglio quel che leggono le persone. Potremmo chiamarla deformazione professionale, anche se non leggo che una minima parte dei bestsellers. Con le sfumature per esempio mi sono limitata a un paio di righe, ma questo mi sembrava un libro serio.

Stoner è un libro serio, anche troppo. Williams sa scrivere, sa narrare stati d’animo anche impercettibili, e in qualche modo riesce a portare avanti una storia sul nulla. Il romanzo narra la vita di William Stoner, figlio di contadini che va all’università per studiare agraria, si innamora della letteratura inglese e non torna più indietro. Diventa professore e conduce la sua vita attraversando due guerre mondiali, professori che cambiano in università e pochi rapporti umani veri. Quello che però lo contraddistingue è una certa passività. Non agisce gli eventi, li subisce. Sa dimostrarsi inflessibile, ma la sua è un’inflessibilità che non porta a nulla. Aspetta. Accetta quel che accade. Vive in un mondo rarefatto, distaccato, dal quale le passioni umane sembrano bandite. A volte il narratore stesso è fin troppo astratto, con una narrazione che sembra più virtuosismo che reale necessità.
Non lo so, non posso dire che sia un brutto libro, ma leggerlo è stato faticoso e sono stata più volte sul punto di abbandonarlo. È grigio come la sua copertina, come il suo protagonista di cui si vede solo una parte del volto, quasi che stentasse a proporsi come protagonista del libro che porta il suo nome. Parlando con un collega gli ho detto che è deprimente, e lui mi ha risposto che la vita è deprimente. No, grazie, se voglio deprimermi mi basta un telegiornale.
Avete presente L’attimo fuggente? Lo so, la citazione dovrebbe essee quella di Henry David Thoreau e non quella di un film che lo cita, ma io a Thoreau sono arrivata grazie a quella magnifica interpretazione di Robin Williams. “Molti uomini hanno vita di quieta disperazione” ci ricorda, e quella di Stoner e di troppe persone è una vita di quieta disperazione.


Grazie, ma anche se John Williams sa scrivere io preferisco fare un giro sulla cattedra come proposto da Robin.

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2 risposte a John Williams: Stoner

  1. progettofelice ha detto:

    Anche io ho letto Stoner quest’anno, attratta dagli entusiastici commenti. E anche io ho provato non solo l’impulso di abbandonarlo a metà (cosa che per me è abbastanza sacrilega), ma anche di mettermi ad urlare al posto del protagonista. Ho odiato l’incapacità di comunicare di Stoner, con la figlia soprattutto, ma anche con gli amici, i colleghi, la moglie. Sono troppo “caliente” per accettare persone e personaggi così passivi. Non metto in discussione la bravura dello scrittore, perchè non tutti sono bravi a scrivere del nulla, però… che nervi!

    • Stoner è molto apprezzato, ed è apprezzato da un pubblico di lettori. è facile ignorare i best sellers di scarsa qualità amati da coloro che generalmente non sono lettori (e sono tanti i libri che si possono ricondurre a questa categoria) con la convinzione spesso giustificata che spesso vengono pubblicate e lette solo le schifezze. Un prodotto di massa, proprio perché è volto a attirare più lettori possibili, quasi sicuramente si ferma alla superficie, a elementi che possono colpire la fantasia ma che alla fine non lasciano tracce nell’animo del lettore.
      Quando però un libro vende bene, e vende fra i lettori forti, che se ne dichiarano enusiasti, è un po’ più difficile snobbarlo, o etichettarlo come prodotto scadente. Infatti non lo facciamo nessuna delle due, perché riconosciamo a Williams una notevole capacità di scrittura. Però…
      Ecco, quel però è importante. Non esiste il libro bello, quello che piace a tutti, anche se sempre più spesso vedo persone che vengono a chiedermi un bel libro senza darmi altre indicazioni. Sembra strano dire di non aver amato Stoner, il mio capo mi ha guardata perplesso, come se non riuscisse a capacitarsi della cosa, e ha detto che solo a me e Linda (una collega) non è piaciuto. A me fa piacere trovare una conferma, un’altra persona che dice che Williams scrive bene, però…

      Quanto al finire i libri anche se non piacciono, a volte anch’io mi intestardisco. In questo caso l’ho fatto per lavoro, perché davvero più libri conosco più sono competente e meglio faccio quel che devo fare, anche se a differenza di quel che credono molte persone per quanti libri noi possiamo leggere alla fine conosceremo solo una minima parte di quel che viene pubblicato. E non mi piace abbandonare qualcosa a metà. Altre volte però mi dico che la cosa c he mi manca sempre è il tempo, e che non ha senso sprecarlo per un libro che non mi piace. C’è sempre la possibilità che andando avanti migliori, mi è successo più volte di divertirmi con libri che all’inizio avevo odiato, ma vale davvero la pena sprecare tutto quel tempo e quella fatica? Non ho un’unica risposta, dipende dal momento e dal libro. Stoner l’ho finito, altre cose potrei abbandonarle.

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