Guy Gavriel Kay: Tigana

Ho sempre trovato ironico che un libro incentrato sulla perdita di un nome abbia perso il proprio nome. Guy Gavriel Kay ha intitolato il suo quarto romanzo – il primo tradotto in italiano e di conseguenza il primo che ho letto io – Tigana, e Tigana è il nome di una delle nove province in cui è suddivisa la Penisola del Palmo. Il prologo narra dell’ultima notte prima di una battaglia, la storia è ambientata quasi vent’anni più tardi e narra di eventi che sono una conseguenza e una risposta a quella battaglia. Saevar e il principe Valentin, quella notte, parlano per darsi forza, per ricordare quel che di bello hanno avuto, perché sanno che il giorno dopo saranno sconfitti dall’esercito e soprattutto dalla magia del nemico invasore. Ma anche sapendo che quasi certamente moriranno trovano motivo di conforto, di orgoglio, nella consapevolezza di ciò che sono e di cosa hanno fatto.

«La nostra non sarà l’ultima generazione libera. La battaglia di domani lascerà una scia di ricordi lungo il corso degli anni. I figli dei nostri figli si ricorderanno di noi e non si lasceranno mettere il giogo senza ribellarsi.»

afferma Saevar in un brano che ho già citato, in modo più esteso, in quest’altro articolo: https://librolandia.wordpress.com/2011/03/25/guy-gavriel-kay-il-paese-delle-due-lune/.
Ma Saevar si sbaglia, come scoprirà il lettore dopo qualche capitolo, perché Brandin di Ygrath, colui che ha vinto quella battaglia,

«raccolse la sua magia, il suo potere, e mise un incantesimo su quella provincia: un incantesimo che non era mai stato fatto in precedenza. E con quell’incantesimo… ne cancellò il nome. Strappò quel nome dalla mente di chiunque non fosse nato laggiù. Fu la sua maledizione più profonda, la sua vendetta. Fu come se non fossimo mai esistiti. Le nostre imprese, la nostra storia, il nostro nome. E poi ci chiamò Bassa Corti, prendendo il nome dalla provincia che era tradizionalmente la nostra nemica.»

Brandin ha cancellato il nome di Tigana all’interno del romanzo, ed è su questo fatto che è costruita la trama, ma il nome Tigana è sparito anche dal titolo del libro, sostituito da un banale Il paese delle due lune che nulla ha a che vedere con la storia che racconta. Le due lune, per Kay, sono semplicemente un modo per ricordarci che la terra di cui sta parlando lui non è la nostra Terra. Il romanzo è stato pubblicato in Canada nel 1990 e in Italia nel 1992 e fino al 1991, ho scoperto in seguito perché fra gli sport che seguo non c’è il calcio, era attivo un calciatore francese di nome Jean Tigana. Posso solo supporre che l’editore abbia avuto paura che qualcuno, andando in libreria per chiedere Tigana, si sarebbe sentito porre dal libraio il difficile interrogativo se volesse acquistare il libro o il calciatore e che quindi abbia deciso di cambiare il titolo al romanzo per evitare spiacevoli malintesi.

Va bene, chiudo qui il discorso dei titoli cambiati in traduzione, altrimenti potrei andare avanti per giorni.

Brandin dunque ha cancellato il ricordo di Tigana da chiunque non vi sia nato per vendicarsi del fatto che gli abitanti di Tigana hanno ucciso suo figlio nella prima delle guerre d’invasione. Il lettore questo lo scopre dopo diversi capitoli, prima segue le vicende organizzative di un funerale e le complicazioni impreviste che possono turbare la vita di un giovane cantante. Ci scherzo ora, prendo in giro il libro e Devin d’Asoli, il cantante, così come ci si prende in giro fra amici. La verità è che fin dalla prima volta che ho letto il romanzo ho amato intensamente Saevar e il principe Valentin, i protagonisti del prologo. Saevar è uno scultore, e per una che ha studiato Storia dell’Arte un personaggio di questo tipo non può restare indifferente, soprattutto se si percepisce in lui una passione così forte per l’arte e per la vita. E il vedere l’ammirazione di Saevar per il suo principe mi ha portata ad amare anche lui. Il prologo dura solo cinque pagine, si possono amare due personaggi in uno spazio così breve? Forse a rendere il tutto più intenso c’è la consapevolezza della tragedia imminente e inevitabile, questo comunque è uno dei migliori prologhi che abbia mai letto (anche se ho qualche dubbio sul fatto che sia possibile avere contemporaneamente una luna calante e una luna crescente).

Il primo capitolo inizia in un’altra zona della penisola, diciotto anni più tardi, con la notizia della recente morte di Sandre, duca d’Astibar. L’atmosfera è completamente diversa, non più la cupa attesa di una battaglia ma un’aria di festa nonostante il funerale imminente perché pure la Festa dei Vini è imminente. Il contrasto non potrebbe essere maggiore, e tutto sommato la morte di Sandre non viene vissuta come un dramma. Si chiacchiera, si scommette, si compongono canzoni, in fondo per tutti gli altri la vita continua. È uno spaccato di vita quello che Kay ci mostra, con un mondo tranquillo che cerca di andare avanti sfruttando al meglio le opportunità offerte in una penisola quasi interamente dominata da due maghi invasori. Ed è sul quasi che giocano i protagonisti, coloro che, a differenza di quasi tutti gli abitanti della penisola, non hanno accettato il dominio degli invasori.

I primi capitoli servono per farci conoscere i protagonisti e iniziare a definire alcuni elementi della storia. Retroscena, miti che hanno un’importanza concreta perché in fondo questo è un fantasy, il canto come arte capace di muovere le emozioni di chi lo ascolta fino a quando, dopo una cinquantina di pagine, non si entra nel vivo. L’ho già scritto in passato, Kay non scaraventa il lettore nel bel mezzo degli eventi facendo correre i protagonisti in modo concitato per salvarsi la pelle e spiegando poi i retroscena di quanto appena avvenuto. Lui è un maestro nello svelare i retroscena, va avanti e indietro nel tempo senza problemi, ma prima di dedicarsi all’azione dà modo al lettore di entrare nella storia. Di conoscere i personaggi, gli ambienti, di sentirsi familiare e a proprio agio. Poi arrivano i problemi, e le prime e incomplete spiegazioni. Non incomplete in modo artefatto, io detesto quando un personaggio sa qualcosa di importante e palesemente si rifiuta di rivelarlo nel maldestro tentativo di tenere alta la suspance. No, noi non scopriamo alcune cose perché sono i personaggi stessi a ignorarle, o perché loro riescono a scambiarsi tutte le informazioni che gli servono riuscendo contemporaneamente a tenere noi all’oscuro. Io so che quando un personaggio si è annunciato, non invitato, con la frase «Parole splendide e terribili!» ho sentito un brivido di piacere. Non sapevo cosa stesse per accadere, ma sapevo che stavamo arrivando al punto. Ed ero molto curiosa, perché tutti i preparativi costruiti dallo scrittore canadese prima di arrivare a quell’incontro mi avevano portata proprio allo stato d’animo giusto per desiderare intensamente ogni informazione ma anche a essere preoccupata riguardo al successivo svolgersi degli eventi perché non volevo che a determinati personaggi accadesse qualcosa di male. Non erano più degli sconosciuti, e quello che stavano progettando, anche solo il progettare di farlo, era pericoloso.

Non avevo idea di quel che sarebbe successo, e ciò che ho avuto dallo scrittore è stato molto più di quel che mi aspettassi. Spesso riesco ad anticipare determinate svolte della trama, capisco dove sta andando a parare l’autore, mentre qui tutto mi ha sorpresa. I personaggi che sono intervenuti all’incontro. Lo svolgimento, con quel che si sono detti e quel che hanno fatto. Le conseguenze, con il dramma di una persona che mi ha toccata nel profondo. E quando ormai ero desiderosa di sapere quel che avrebbero combinato i nostri eroi, Kay mi ha spiazzata e anche un po’ infastidita spostandosi su Dianora.

Che importanza poteva avere questo nuovo personaggio, la concubina di uno degli odiati tiranni? Kay ha l’abitudine di fare così, ti fa amare qualcuno, ti fa partecipare ai suoi problemi, e poi si sposta altrove. Su Dave Martyniuk, quando ormai sei talmente preso dalle vicende degli altri quattro da aver etichettato (sbagliando) come poco importante il quinto membro del gruppo. Su Li-Mei, talmente lontana da Shen Tai e posta in una situazione tale da far sembrare impossibile, per lei, un qualsiasi tipo di partecipazione attiva alla storia. Su Signe prima e Lisseut poi, quando vorresti sapere di Blaise.

A voi sono piaciuti I promessi sposi? A me sì, anche se in alcuni punti Alessandro Manzoni mi irritata. Ho iniziato la lettura del romanzo di malavoglia, come penso quasi tutti gli studenti. La fama di mattone precede abbondantemente il romanzo. Solo che Manzoni era un romanziere coi fiocchi, e se non fossimo obbligati a studiarlo probabilmente lo apprezzeremmo di più. A un certo punto, lungo il corso della storia, mi sono scoperta impaziente di sapere cosa sarebbe accaduto a Renzo e Lucia. Solo che Manzoni si è distratto e con una delle sue famose digressioni si è messo a parlare della Monaca di Monza, di cui a me non avrebbe potuto importare meno. E, pagina dopo pagina, ho cambiato idea. La storia di Gertrude è diventata importante perché Manzoni me l’ha fatta percepire come una persona reale (ho saputo in seguito che il suo personaggio era liberamente ispirato a una vera monaca vissuta in quel periodo), al punto che quando lo scrittore è tornato su Renzo e Lucia io ero dispiaciuta perché avrei voluto sapere quel che avrebbe fatto la monaca. Mi sa che ho imparato a fare le digressioni dal Manzoni.

Ecco, se all’inizio Dianora mi sembrava un’intrusa, pagina dopo pagina sono arrivata ad amarla. È lei, insieme a un’altra figura di cui parlerò più avanti, in zona spoiler, il personaggio più tragico del romanzo. Lei, con la sua bellezza, la sua intelligenza, e la sua anima lacerata.

Perché amo così tanto i libri di Kay? Perché i suoi personaggi sono veri. Amano. Odiano. Sono tormentati dai dubbi. Cercano di compiere la scelta migliore sapendo che qualsiasi scelta li farà soffrire. Commettono sbagli. E la verità e la giustizia non si trovano tutte da una parte sola.
In più c’è una scrittura che a tratti è pura poesia, una passione nel testo che mi prende alla gola e non mi lascia più andar via, un modo di costruire la trama andando avanti nel tempo per poi ricostruire gradualmente gli eventi del passato che mi fa ogni volta restare ammirata. Le ambientazioni, le storie, sono sempre qualcosa di nuovo. Gli ho anche fatto una domanda in proposito quando, alcuni mesi fa, mi ha fatto l’enorme piacere di accettare di concedermi un’intervista:

Io penso che a un certo livello sia creativamente rischioso per un artista ripiegarsi troppo su se stesso. Il successo può incoraggiare un autore a rimanere sempre nello stesso luogo. Questo a livello commerciale può essere positivo (pensa a tutti i sequel di Hollywood!), ma può anche essere artisticamente distruttivo. Io sono abbastanza testardo (!) da aver voluto continuare a testarmi ricominciando ogni volta dall’inizio. Nuovi personaggi, nuove ambientazioni e — cosa più importante — nuovi temi, nuove ragioni per scrivere i libri (volendo anche che la gente li legga).

Fa sempre qualcosa di nuovo perché scrivere per lui è prima di tutto una ricerca. Cerca qualcosa che lo affascini, un motivo nuovo per scrivere libri, e anche se mi fa piacere tornare di volta in volta in mondi che conosco e che amo (e La Ruota del Tempo e Le cronache del ghiaccio e del fuoco non sono le uniche storie che hanno accompagnato la mia vita per anni), è altrettanto bello scoprire mondi nuovi e personaggi nuovi. E farsi spezzare il cuore da loro come dimostra, per esempio, l’ultima frase di Tigana.

In Tigana ci sono Avalle delle Torri/San Gimignano, collegamento per me evidentissimo vista la mia formazione, un racconto mitologico che sembra uscito da una tragedia di Euripide (anche se in questo caso i miti dimostrano di essere solidamente ancorati nella realtà, vero Erlein?), un episodio che si richiama ai Benandanti di Carlo Ginzburg, un re destinato al sacrificio, uno sposalizio col mare e una valanga di altre cose, ma se una piccola parte della mente si distacca dalla lettura con il piacere del riconoscimento di elementi noti, la maggior parte della mente e tutto il cuore sono lì a soffrire e sperare con i personaggi. L’elemento fantasy qui è presente più che nei successivi romanzi di Kay, e non potrebbe essere diversamente visto che Brandin ha bisogno di una magia molto potente per poter compiere la sua vendetta su Tigana, e che la magia di Brandin deve essere controbilanciata da altre forze magiche perché la trama possa reggersi in piedi. A suo tempo gli ho chiesto anche della magia:

In realtà non ho eliminato la magia (o il fantastico) dai miei romanzi, e anzi ce n’è una gran quantità in ciascuno di essi. Semplicemente io non lascio che le mie storie siano decise dagli elementi soprannaturali. Non ne inserisco all’interno per il semplice gusto di farlo. Preferisco lasciare che il fantastico sia uno degli strumenti disponibili allo scrittore, pronto per essere usato quando e se occorre.

Se non avete ancora letto l’intervista potete trovarla qui: http://www.fantasymagazine.it/interviste/20648/i-mondi-fantastici-di-guy-gavriel-kay/.

Il romanzo parla di memoria, tirannia e ribellione, presenta punti di vista e problematiche in conflitto fra loro e in cui è difficile stabilire chi abbia ragione, ma meglio di me ne ha parlato il suo autore qui: http://www.brightweavings.com/ggkswords/tiganaafterword.htm. Il libro, come tutti quelli di Kay, è fuori catalogo nell’edizione italiana. Per leggerlo lo dovete cercare in biblioteca o dovete procurarvelo in inglese. Le prime pagine del romanzo le potete trovare qui, mentre una parte dell’ottavo capitolo incentrato su alcuni ricordi di Dianora (niente spoiler, il pezzo è scelto con attenzione) si trova qui. Dopo averlo letto e confrontato con la traduzione italiana sto pensando di ricomprare il libro in inglese. Perché i traduttori si sentono in diritto di non tradurre alcune frasi? Ora che ho fatto questo confronto sto notando le 673 pagine (da 41 righe) inglesi contro le 506 italiane (da 43 righe), sapendo che di solito i libri nella traduzione dall’inglese si allungano. Under Heaven, 573 pagine (35 righe per pagina) è diventato La rinascita di Shen Tai, 614 pagine (e 39 righe per pagina). Quando mi ci metto con i controlli so diventare davvero pignola. Per esempio, a giudicare dal numero di pagine direi che anche il secondo volume della Trilogia di Fionavar e in modo più massiccio il terzo (anche se in misura più limitata rispetto a quanto è avvenuto con Tigana) sono stati accorciati in corso di traduzione. Paesi come Francia e Germania hanno scelto di pubblicare Tigana in due volumi per contenere le dimensioni di ogni singolo volume, Sperling & Kupfer ha optato per il riassunto. Avrei preferito l’altra opzione.
E con questa nota poco felice lascio tutti coloro che non vogliono spoiler. Cliccate sul resto del mio articolo a vostro rischio e pericolo.

Per anni non sono riuscita a rileggere Tigana. Ora sospetto che rileggerò il libro a breve perché voglio conoscerlo tutto, e non solo quel che è arrivato da noi anni fa (e che già è straordinario). Non ci sono riuscita per via di Valentin.

Se avete letto il libro conoscete la sua sorte. I morti della Deisa sono stati fortunati, ci viene detto nel romanzo, ma Valentin non è morto in quello scontro e vedere Ruhn, sapere che lui sa e non può fare nulla se non essere schiacciato dalla montagna, vedere Dianora chiedere perché sfigurare un uomo giovane e sano e Brandin rispondere che ci sono dei precedenti, mentre Rhun è presente, fa terribilmente male. E, e Brandin questo non può saperlo, Valentin soffre anche perché riconosce Dianora, sa perché si è recata su Chiara, e sente accendersi in lui una nuova speranza che pian piano si spegne, man mano che nella donna nasce l’amore per il tiranno. Una sofferenza in più per lui, che penso non abbia nemmeno odiato Dianora per la nascita di un sentimento che non desiderava e che non poteva controllare.

Quanto a Dianora, è uno dei personaggi più tragici che abbia mai incontrato. Valentin soffriva ma non poteva agire, in lui c’era un dolore di genere diverso, ed è bello che alla fine si sia potuto vendicare della sua terra, della sua gente e anche di sé stesso. Che sia morto subito dopo per lui era un evento senza importanza, l’unica altra cosa che avrebbe potuto rendere migliore il suo momento era la consapevolezza, che non ha avuto, di avere un figlio in gamba che aveva lavorato duramente per arrivare a quel confronto e che sarebbe diventato un magnifico re. Il successo di Valentin però si compie a danno di Brandin, che noi abbiamo imparato quanto meno a guardare con una certa simpatia grazie agli occhi di Dianora. Forse su Finavir anche noi l’avremmo davvero apprezzato, peccato che Finavir sia solo una leggenda.

Dianora ha in sé una lacerazione insanabile, l’amore per il suo paese e quello per l’uomo che dovrebbe odiare. Lei più di ogni altro mostra come a volte sia impossibile fare ciò che si sa di dover fare, per quanto lo si possa desiderare e almeno a livello teorico se ne abbia la possibilità. A differenza di Rhun da un certo momento in poi lei potrebbe agire ma non riesce a farlo, perché a volte i vincoli più forti non ci vengono imposti ma siamo noi stessi a forgiarli. Alla fine non poteva che morire, anche se l’incertezza su di lei tormenterà sempre Baerd così come Alessan sarà sempre tormentato dalle parole di sua madre. Non ci si si libera del proprio passato, al massimo lo si può alterare. Brandin ha provato a cancellarlo, e il passato è tornato da lui per fermarlo. E poi ci sono Sandre, che per tentare di salvare Catriana ha fatto quel che non aveva fatto per il suo stesso figlio, e la discussione fra Erlein e Alessan sulla libertà e sulle scelte difficili.

Sono tanti i momenti in cui mi sono fermata un attimo per assorbire quello che stavo leggendo, la prima volta come tutte le altre. Quando beve il vino azzurro Alessan prega che il ricordo di Tigana sia come una spada nell’anima. Lui non può dimenticare, ma le risposte ai nostri desideri spesso sono più complicate di quel che possiamo immaginare, e questa è una cosa che tutti dovremmo ricordare.
Un libro che pone più domande di quante alla fine non trovino una risposta, e non sto parlando della trama. Ci sono domande che sono più importanti della loro risposta, perché è come meditiamo sulla risposta che ci definisce. Bello, senza alcun dubbio. Ma, tornando alla trama, Kay doveva proprio chiudere il libro con una riselka?

L’inizio del prologo: http://www.terrediconfine.eu/il-paese-delle-due-lune/.

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2 risposte a Guy Gavriel Kay: Tigana

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