Intorno a Una storia per l’essere tempo di Ruth Ozeki

Chi era al corrente dell’esistenza del libro di Ruth Ozeki Una storia per l’essere tempo prima di aver visto questo mio articolo alzi la mano. Non chi lo ha letto, chi sapeva che la Ozeki aveva scritto questo libro, o anche solo chi sapeva dell’esistenza di Ruth Ozeki.

Io non posso vedere mani alzate perché non siamo nello stesso posto, ma ho il sospetto che se io e i miei lettori fossimo tutti nello stesso posto continuerei a non vedere nessuna mano alzata. Oviamente se ho sbagliato siete liberi di farmelo sapere nei commenti. Sono comunque ragionevolmente certa di avere ragione perché il negozio in cui lavoro ha un numero di clienti superiore rispetto al numero dei miei lettori, e noi abbiamo venduto una sola copia del libro. Sono pure ragionevolmente certa di aver dato io il libro alla signora che me lo ha chiesto, e non lo dico per vantarmi visto che non ho alcun merito. Una cliente mi ha chiesto un libro, a me titolo e autore non dicevano nulla, ho fatto una ricerca a computer e ho visto che lo avevamo, capito che tipo di libro era, quindi sono andata a prenderlo e l’ho dato alla suddetta cliente. Sono azioni talmente normali che io e i miei colleghi non le ricordiamo neppure, le facciamo e basta, chissà quante volte ogni giorno, e certo non ricordo nulla della cliente. I libri però rimangono più a lungo nella mia memoria. Qualche maligno potrebbe chiedersi quanto io sia asociale se ricordo meglio i libri delle persone, ma lasciamo stare. Avevo dimenticato il libro abbastanza presto, anche se il rivedere ora la copertina me lo ha fatto tornare in mente. La mia memoria visiva funziona bene con opere d’arte e copertine dei libri, quando si tratta di persone faccio figure di emme enormi, ma anche qui lasciamo stare.

La copertina mi era parsa abbastanza insulsa, certo nulla su cui avrei soffermato il mio sguardo due volte. Lo avevo pensato anche all’epoca. La cliente non si era limitata a prendere il libro e ad andare via, aveva fatto qualche commento sul fatto che fosse una storia abbastanza particolare e che fosse scritta molto bene, ma è passato troppo tempo perché io riesca a ricordare qualcosa di più preciso.
I commenti li ho ascoltati con interesse, ogni volta che un cliente ci parla di un libro è un aiuto che ci fornisce per aiutarci a dare consigli ai clienti successivi. Magari quel che ci viene detto non ci servirà mai, ma spesso parliamo di libri di cui non abbiamo una conoscenza personale dicendo che “mi hanno detto che…” Quanto al consiglio di leggere il libro, l’ho ignorato senza pensarci due volte. La mia coda di libri da leggere è già fin troppo lunga senza bisogno di aggiungervi tutto quel che mi consigliano i clienti. Una manciata di volte ho dato retta al consiglio, ma giusto una manciata.

L’editore è Ponte alle Grazie. Per chi non lo conosce fa parte del Gruppo editoriale Mauri Spagnol, perciò è un editore ragionevolmente solido, non grande ma nemmeno piccolo, che pubblica principalmente narrativa e saggistica per adulti. Fra i suoi autori c’è una certa Margaret Atwood, scrittrice che, a differenza della Ozeki, sono ragionevolmente convinta che tutti i lettori di fantastico non proprio alle prime armi abbiano quanto meno sentito nominare.

Una storia per l’essere tempo è in libreria da poco più di un anno, dal 26 settembre del 2013. Dovrebbe essere in libreria da poco più di un anno, perché noi non l’abbiamo più. Lo abbiamo reso tutto, a parte quell’unica copia venduta.

Ho letto molte lamentele sul fatto che la vita del libro in libreria ormai si è ridotta a soli tre mesi. Brutto a dirsi, ma più o meno è così, e io faccio la mia parte e se devo rendere il libro della Ozeki lo rendo. No, in realtà quello non l’ho reso io, non è il mio reparto ed è raro che faccia rese, soprattutto rese pesanti, in un reparto che non è il mio. Io mi occupo di narrativa fantastica (qualcuno ne dubitava?) e gialli. Non leggo i gialli, non mi interessano, di quel reparto credo di aver letto forse una trentina di romanzi contro le centinaia di fantasy e fantascienza. Ma non dobbiamo leggere i libri per occuparcene, dobbiamo solo esporli e fare rifornimento. Non possiamo conoscere tutto. Ogni anno vengono pubblicati 60.000 nuovi libri, il che significa che ogni giorno che passa noi siamo sempre più ignoranti. Pensateci, 60.000 libri significa 164 libri al giorno, tutti i giorni Natale compreso, perciò anche se leggessimo un libro al giorno ogni giorno diventeremmo più ignoranti di 163 libri.

In realtà il calcolo non è così semplice, la nuova edizione di un vecchio libro conta come libro nuovo, i classici i cui diritti d’autore sono scaduti possono essere pubblicati anche da trenta editori diversi e quindi contano come trenta libri ma alla fin fine sono comunque una storia sola, e nel calcolo entrano pure guide turistiche, manuali di cucina e libri per bambini. Tagliamo drasticamente, e diciamo che vengono pubblicati solo 6.000 libri nuovi? Sono comunque 16 libri e mezzo al giorno, diventiamo più ignoranti di oltre 15 libri. E nessuno che io conosco legge un libro al giorno.

Non vi sto sommergendo di numeri tanto per fare, ora arrivo al punto. Sul tavolo dei gialli ho spazio per… facciamo un’ipotesi perché non ho contato davvero gli spazi… 150 titoli. Credo sia qualcuno in meno ma non ne ho la certezza, prendiamo per buona la cifra tonda sapendo che sto parlando di novità e non di edizioni tascabili. Se ogni settimana io devo esporre su quel tavolo 10 novità (cifra assolutamente ragionevole, a volte sono di meno ma a più spesso sono di più) significa che in 15 settimane io cambio tutti i titoli. Sono meno di quattro mesi. Ma io davvero cambio tutti i titoli? Fra le novità gialli io ho ancora La verità sul caso Harry Quebert di Joël Dicker, pubblicato nella prima edizione nel maggio del 2013 e in una lievemente più economica nel maggio di quest’anno. Poco più in là sul tavolo c’è Le ossa della principessa di Alessia Gazzola, pubblicato nel gennaio di quest’anno. Discorso analogo per La sirena di Camilla Läckberg, pubblicato a marzo 2014. Se questi (e altri) libri hanno abbondantemente superato i quattro mesi, significa che ci sono libri che su quel tavolo stanno molto meno di quattro mesi. Se non vendono un mese è più che sufficiente per farli finire a scaffale, dove le loro probabilità di essere acquistati diminuiscono drasticamente, e poi vanno in resa, magari anche tutte le copie, ma questa è una cosa che decidiamo di volta in volta in base alle statistiche di vendita. Non è cattiveria nei confronti dei libri, è semplice necessità: se io ho un certo numero di libri da esporre, e lo spazio non si dilata, qualcosa devo togliere, e la scelta cade su ciò che vende meno.

La scelta, a un certo punto, è caduta su Una storia per l’essere tempo, libro che non vi avevo neppure segnalato un anno fa, al momento della sua pubblicazione, perché non mi ero accorta che era di genere fantastico. Da alcuni editori me li aspetto, ogni volta che esce un libro di Fanucci o di Nord controllo, con parecchi autori non ho dubbi, ma a volte serve un elemento esterno per farmi notare libri un po’ particolari. Mi ero interrogata, per esempio, su Il genio e il golem di Helene Wecker per via della parola golem. Genio invece non è indicativo visto che può avere più significati. Sì, è un romanzo fantastico, e ne ho pure sentito parlare bene perciò forse prima o poi lo leggerò, ma se mi fossi fermata al primo sguardo ora non sarei qui a citarlo con curiosità.

Helene Wecker, chi è costei? Il genio e il golem è il suo primo e per ora unico romanzo, quindi non la potevo conoscere da opere precedenti. La casa editrice è Neri Pozza, casa che generalmente ignora il fantastico, perciò quel titolo poteva sfuggirmi. Comunque lo abbiamo – li abbiamo parlando anche del romanzo della Ozeki – esposti fra la narrativa mainstream e non fra quella di genere. Una catalogazione rigida è impossibile, e a volte anche controproducente. Il libro deve andare dove crediamo che abbia maggiori probabilità di essere acquistato, e questa è una valutazione che facciamo di volta in volta, altrimenti avremmo messo in fantascienza Gli umani di Matt Haig invece di metterlo nel mainstream.

Quanti libri non notiamo? Io tantissimi, nonostante il lavoro che faccio, nonostante i libri che leggo e nonostante i siti che leggo. Ma a volte qualcosa torna a reclamare attenzione, anche se a questo punto reputo improbabile la lettura di Una storia per l’essere tempo. Pure il titolo mi sembrato brutto quando me lo aveva chiesto quella cliente, anche se a differenza di quanto accade fin troppo spesso il titolo italiano è una traduzione dall’originale A Tale for the Time Being.

Una storia per l’essere tempo ha appena vinto il Sunburst Award assegnato annualmente alla migliore opera canadese di genere fantastico. Non me ne sono accorta per caso, si tratta di un premio canadese. Fra i finalisti ci sono altri tre romanzi che non conosco (e neppure ora ho controllato se sono stati tradotti) e River of Stars di Guy Gavriel Kay.

Kay, ancora. Ho iniziato a controllare regolarmente quello che scrive dopo aver scoperto che era venuto a Milano un paio di giorni dopo che lui era tornato in Canada. Dovesse tornare un’altra volta non lo mancherei, anche se sono ragionevolmente certa che se dovesse tornare un’altra volta sarebbe lui a dirmelo.
Kay, come tutte le persone che usano il cervello e che non si rodono d’invidia, sa che si può vincere come si può perdere. Aveva espresso la sua gioia per la nomination, qualche tempo prima, e ha fatto i complimenti alla Ozeki dopo, per un libro che ha definito very fine. E da quel che ho visto delle sue abitudini (ma qualcosa già lo immaginavo dal suo modo di scrivere, dalle sue capacità e dalla sua scelta di fare quel che gli interessa davvero e non quel che è più commerciale) quando lui fa un complimento di questo tipo lo pensa davvero. I suoi giudizi li prendo sul serio.

Ho letto Incontro in Egitto di Penelope Lively (brutto titolo che non c’entra nulla con l’originale Moon Tiger) e Il fanciullo d’oro di Penelope Fitzgerald dopo aver visto che erano piaciuti a lui. So da anni che gli piace Dorothy Dunnett, anche se a me sta antipatico Niccolò e io non riesco ad amare i libri in cui detesto i protagonisti. Prima o poi dovrò provare a leggere Le cronache di Lymond, magari con questa saga va meglio anche se visto che i libri sono fuori catalogo dovrò andare a cercarli in biblioteca. Consiglia Mary Renault, ed è un po’ che mi dico che dovrei provare un secondo libro suo. Mannaggia al tempo! E poi Le baccanti di Euripide (va bene, consigliare i classici è semplice), La tigre. Un’avventura siberiana di vendetta e sopravvivenza di John Vaillant, HHhH. Il cervello di Himmler si chiama Heydrich di Laurent Binet (e questo mi incuriosisce perché ha parlato di un modo molto particolare di gestire il tempo, già che ci sono vi piazzo il link a un estratto: http://www.einaudi.it/var/einaudi/contenuto/extra/978880622024PCA.pdf), e il compianto Graham Joyce di cui ho appena finito Vita di Tara (libro che mi incuriosiva da prima che lui esprimesse il suo dolore per la morte dello scrittore, e anche in questo caso il titolo italiano è terribile e non ha nulla a che vedere con l’originale Some Kind of Fairy Tale). E poi è affascinato dalla narrativa di viaggi e dalle esplorazioni, sono sempre più convinta che se solo potesse leggere i libri di Filippo Tuena (che non sono mai stati tradotti in inglese, e Kay non conosce l’italiano) li apprezzerebbe. Me li vedo i due scrittori senza problemi lì a parlare di Ernest Shackleton con un Martini in mano.

La tigre e HHhH erano libri ai quali non avevo dedicato nemmeno uno sguardo, al di là del vederli sui tavoli fino a quando ci sono stati (e so di averli visti) mentre della Lively non avevo neppure notato l’esistenza, anche se va detto che l’edizione economica del suo romanzo è stata pubblicata quando io ero a casa durante la mia prima assenza per maternità. Nemmeno della Fitzgerald ho memoria. Quanti libri interessanti, o potenzialmente interessanti, non ho notato semplicemente perché i libri sono troppi? Siamo sommersi dai libri. Talmente sommersi che non solo non riusciamo a leggerli, ma non li vediamo neppure.

Sono partita da Una storia per l’essere tempo, ho scritto parole su parole e non ho neppure detto che libro è. Ovviamente non posso dare un giudizio mio (edit: il primo commento contiene il link alla recensione scritta da una persona che lavora nell’editoria e che il libro lo ha letto, cosa vi dicevo sul fatto che servono anche i commenti degli altri?), questa è la quarta di copertina:

A Tokyo, la sedicenne Nao crede che ci sia una sola via di fuga dalla sua dolorosa solitudine e dal bullismo dei compagni di classe. Ma prima di farla finita, si ripropone di raccontare la vita della sua bisnonna, una monaca buddhista ultracentenaria. Un diario è il suo unico passatempo, un diario che toccherà molte vite in modi che Nao non immagina neppure. Sull’altra sponda del ‘Pacifico troviamo Ruth, scrittrice che vive su un isola sperduta e rinviene una serie di oggetti dentro un contenitore per il pranzo di Hello Kitty, portato a riva dalle onde. Che si tratti di un relitto del devastante tsunami del 2011? Man mano che il mistero del suo contenuto viene svelato, Ruth si lascia trascinare nel passato, nel dramma di Nao e nel suo destino ignoto, e contemporaneamente in avanti, nel proprio futuro.

La Ozeki è nata negli Stati Uniti il 12 marzo 1956 da padre americano e madre giapponese, ma viene definita canadese-americana forse perché vive fra New York e Vancouver. Oltre a essere scrittrice è anche regista (un suo film ha partecipato al Sundance Film Festival, e voi sapete cosa penso di Robert Redford) e prete buddista, quindi ha un background molto particolare. E questo è un brevissimo brano del suo libro:

Mi chiamo Nao e sono un essere tempo. Sai cos’è un essere tempo? Allora, dammi un minuto e te lo spiego. Un essere tempo è qualcuno che vive nel tempo, quindi tu e io e tutti quelli che sono, furono e saranno. Io, per esempio, adesso sono seduta in un maid café francese ad Akiba Electricity Town e sto ascoltando una chanson triste suonata in chissà quale momento del tuo passato, che sarebbe il mio presente, e sto scrivendo mentre immagino te, chissà dove nel mio futuro. E se stai leggendo, magari a questo punto anche tu stai immaginando me. Tu immagini me. Io immagino te.

A me incuriosisce, anche se sono davvero molti i libri che per un verso o per l’altro riescono a incuriosirmi. E anche se prendo sempre con le pinze i giudizi segnalati dall’editore, perché è ovvio che seleziona i giudizi migliori, questo è quanto hanno detto alcuni scrittori:

“Originale e toccante.” (Philip Pullman)

“Una storia senza tempo. Ruth Ozeki è una scrittrice molto intelligente e molto umana, e propone le sue intuizioni con una grazia che incanta.” (Alice Sebold, se il nome non vi dice niente ha scritto Amabili resti, romanzo che parla di una ragazzina stuprata e ammazzata e della vita della famiglia che deve fare i conti con questa perdita, storia incredibilmente delicata considerando il tema)

“Ruth Ozeki è una delle mie scrittrici preferite e questo è senz’ombra di dubbio il suo miglior romanzo.”(Junot Díaz, ricordo che ha vinto il Pulitzer per La breve e favolosa vita di Oscar Wao)

“Un romanzo appassionante, un’ampia meditazione sulla scrittura, sul tempo e sulle persone nel tempo.” (Publishers Weekly)

Probabilmente non leggerò il libro, certo non lo farò ora e quando rimando non so mai se recupererò quel che ho rimandato anche perché non so quante altre cose attireranno la mia attenzione, ma quanti libri non vediamo, quante cose non vediamo, semplicemente perché siamo sommersi da troppi stimoli?

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3 risposte a Intorno a Una storia per l’essere tempo di Ruth Ozeki

  1. ciabattinasx ha detto:

    Ciao, Una storia per l’essere tempo era candidato al Man Booker Prize, l’ho scoperto così e l’ho letto in lingua originale. E’ bellissimo!
    Ne ho scritto sul mio blog http://ciabattine.net/2014/06/30/perche-mi-e-piaciuto-una-storia-per-lessere-tempo-con-qualche-se-e-qualche-ma/.
    E per quanto trovi poco attraente il titolo in italiano, consiglierei di leggerlo!

    • Grazie per il commento e anche per la recensione, che sono subito andata a leggere. In effetti tu non sei esattamente la mia lettrice tipo visto che non leggi fantasy.
      Un giudizio positivo in più da parte di una persona che i libri li conosce davvero fa sempre piacere, così come la candidatura al Man Booker Prize, uno di quei premi davvero interessati alla qualità delle opere.
      Non dico che leggerò certamente il libro, ma di sicuro continuerò a pensarci, e poi si vedrà.

  2. I miei lettori mi sorprendono e smentiscono piacevolmente. Una persona su Facebook mi ha detto di avere in casa il libro della Ozeki, anche se ancora non l’ha letto. E così sono due, quando io pensavo che non lo conoscesse nessuno. Bravi, a me fa sempre piacere vedere quando l’interesse va anche su libri poco conosciuti.

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