Andrzej Sapkowski: Il battesimo del fuoco

Non ho problemi con le saghe. Le amo. Quando lo scorso anno La Ruota del Tempo è finita, io mi sono sentita “orfana” di Robert Jordan tanto quanto mi ero sentita orfana nel 2007, quando lo scrittore era morto. La mia vita è cambiata durante la lettura della Ruota del Tempo, e non avrebbe potuto essere altrimenti considerando che lo letto per la prima volta L’Occhio del Mondo nel 1992 ho impiegato ben 21 anni a leggere un’unica storia. Ed è un’unica storia, anche se è divisa in libri. Piccoli problemi potevano venire risolti nei singoli volumi, ma la minaccia costituita dal Tenebroso evidente fin dal prologo veniva risolta solo alla fine dell’ultimo. E tutti i passi narrati da Robert Jordan, e poi anche da Brandon Sanderson, erano necessari per questa soluzione. Ritrovarmi, dopo oltre vent’anni, con la consapevolezza che non avrei potuto più scoprire nulla di nuovo nel mondo della Ruota del Tempo, accanto all’appagamento per aver finalmente potuto conoscere la fine della storia mi ha lasciato anche un senso di vuoto. E per quanto a qualcuno possa sembrare strano, per me la conclusione dei singoli libri è sempre stata soddisfacente, e non ho mai avuto quel disorientamento che può cogliere il lettore quando fatica a seguire la direzione presa dallo scrittore.

87268-adwd2bukSospetto che con George R.R. Martin trascorrerò ancora più tempo che con Jordan. Ho iniziato Le cronache del ghiaccio e del fuoco nel 1999, quindi ora sono 15 anni. Certo, con HBO così vicina la prospettiva fa un po’ paura, ed è la cosa che mi preoccupa di più. Ma quando ho terminato A Dance with Dragons, nel 2011, ho avuto una sensazione che Jordan non mi aveva mai dato, quella di aver letto qualcosa d’incompiuto. Le cronache del ghiaccio e del fuoco sono un’unica storia, è ovvio che leggendole un libro per volta leggiamo solo dei pezzi. Però alcuni libri hanno una conclusione, a volte anche molto forte. Lo è la conclusione di A Game of Thrones, ma pure quella di A Storm of Swords. Con A Dance with Dragons ho avuto l’impressione che lo scrittore si fosse fermato lì dove aveva raggiunto il limite delle pagine rilegabili insieme. La storia è andata avanti, e qualche trama ha anche una conclusione sensata, ma in alcuni casi sentivo il bisogno di qualcosa di più che lo scrittore ha rimandato a The Winds of Winter. Quel libro, per quanto bello, è un frammento di una cosa più grande.

La sensazione è aumentata ancora con La paura del saggio di Patrick Rothfuss. Il nome del vento ha una conclusione, La paura del saggio no. Lo scrittore ha finito le pagine a sua disposizione e si è fermato, e davvero per me la sua fine è stata vuota anche se ho apprezzato la gan parte del libro.

Ora ho appena letto un altro libro senza finale. Si tratta del Battesimo del fuoco di Andrzej Sapkowski. Più passa il tempo e più leggo lo scrttore polacco con una certa perplessità.
Il guardiano degli innocenti è una raccolta di racconti che affonda le sue radici in fiabe e folclore. Sword and sorcery fatta bene e appassionante visto che Sapkowski sa scrivere. Anche La spada del destino è costituito da racconti ma sono legati fra loro in modo più stretto e l’atmosfera si fa più cupa. Con Il sangue degli elfi iniziano i romanzi, costruiti in modo particolare, con salti avanti e indietro nel tempo narrativo, o scene descritte attraverso un punto di vista assolutamente marginale, comunque la costruzione è interessante. Sapkowski è stato anche capace di fare il passaggio che Robert Jordan ha compiuto tanto bene e su cui Terry Goodkind si è arenato.

L'occhio del mondo neNell’Occhio del Mondo abbiamo la compagnia e la cerca. La storia, variata dalla fantasia del nuovo autore, portava chiaramente l’impronta del Signore degli anelli di J.R.R. Tolkien. Per un po’ Jordan è andato avanti su questa strada, ha creato certe aspettativi nei lettori dando un confortevole senso di familiarità, e poi ha fatto tutt’altro. Nell’Occhio del Mondo impieghiamo davvero poco a capire che colui che è destinato ad affrontare il Tenebroso è Rand. Gli altri, Mat, Perrin, Egwene, Moiraine, Lan e compagna dicendo ci sembrano gli equivalenti di Sam, Merry, Pipino, Gandalf, Aragorn e di tutti gli altri. Ma nel Drago Rinato Rand, il Drago del titolo, quasi non si vede. Com’è possibile che in un libro di oltre 700 pagine Rand si veda così poco? Semplice, perché il protagonista non è lui ma è il mondo, che il lettore ha modo di esplorare in quattordici lunghi e meravigliosi romanzi.

Anche Terry Goodkind crea la sua compagnia e parte per la sua cerca. Come Rand anche Richard si scopre un mago potentissimo e il sovrano di una vasta fetta del mondo. Allora cosa succede? Jordan ha un cast di comprimari enormi, ricordo che una volta ho contato oltre 120 punti di vista nella saga quando la storia non era ancora finita. Con così tanti personaggi, sparsi per tutto un continente, di cose da raccontare ce ne sono parecchie. Goodkind ha molti meno personaggi. Rand a volte deve combattere con la spada in mano, a volte con la magia, ma ha anche problemi politici da gestire, gente che lo tradisce, eserciti da guidare, costumi che non conosce con cui deve fare i conti, la sua stessa insicurezza dovuta a una vena di follia destinata a crescere con il tempo. Richard no. Continua a combattere le sue battaglie solitarie o con un piccolo gruppo di amici, spada o magia alla mano. Le sue storie sono ripetitive perché Goodkind non è stato capace di portare il mondo nei romanzi.

Geralt di Rivia non è più lo strigo ammazzamostri dei primi racconti. Le capacità sono rimaste, al di là di quando qualche ferita limita i suoi movimenti, ma il suo scopo non è più ammazzare qualche nuovo mostro in modo da guadagnare abbastanza per poter mangiare. È stato invischiato nella politica e nella guerra perché Sapkowski è stato capace operare sulle sue storie lo stesso cambiamento operato da Jordan, anche se in formato più ridotto. Peccato solo che nella sua politica io mi sia persa almeno un paio di libri fa.
Se non ho problemi a focalizzare i vari intrighi orditi da Martin, e con Sapkowski non distinguo un regno dall’altro (tranne Cintra e Nilfgaard) e non distinguo una maga dall’altra (tranne Yennefer) significa che ho qualche problema. Significa che io fatico ad andare avanti, a raccapezzarmi in quello che sto leggendo, e che evidentemente lo scrittore non è riuscito a mettere nelle sue storie quel qualcosa in più che me le avrebbe davvero fatte capire e amare. Un anno di distanza fra un libro e l’altro non è un intervallo così lungo da farmi dimenticare ciò che è avvenuto prima, non se quegli avvenimenti mi hanno davvero coinvolta. Invece in questo caso non so cosa stiano combinando i vari personaggi, mi perdo in intrighi che dovrei capire e quando mi sono resa conto che non stavo capendo nulla dell’albero genealogico di Ciri invece di prendere una matita e trascriverlo in forma ordinata – cosa che con altri autori ho fatto – me ne sono infischiata perché non l’ho ritenuto così importante. Non ero interessata a sapere, io che su certe cose ho sempre la brama di sapere.

L’aspetto politico di questo libro per me è inesistente, sono parole su parole ma non mi comunicano nulla. I movimenti delle truppe ho smesso di capirli parecchio tempo fa, la presenza di una cartina nel libro non avrebbe fatto male. Ne ho scaricata una da internet ma quando ormai mi ero già persa, perciò ho rinunciato a fare i controlli che abitualmente faccio. Non mi interessavano. Sono andata avanti con quello che avevo, principalmente parole che parlavano di un viaggio, anche se di mezzo ci sono un intrigo da maghe che ho capito solo in parte e una ragazzina che non sa più chi è e sta diventando un po’ troppo assetata di sangue. La ragazzina non mi piace quanto Arya Stark, sono preoccupata per lei ma non così tanto. Le maghe non le distinguo, prima o poi mi tireranno qualche altra mazzata e io non capirò neppure da che parte è arrivato il colpo. Quanto al viaggio è un viaggio nel nulla. Scontri, profughi, fughe, nemici che spuntano fuori da tutte le parti perché in quel contesto anche chi dovrebbe essere un amico diventa un nemico, e una situazione di tempo sospeso, di storia sospesa, che non porta a nulla. Alla fine siamo dov’eravamo all’inizio, solo che Sapkowski non ha neppure la scusa, come Rothfuss, che il libro era troppo lungo e che doveva chiuderlo. O forse davvero era troppo lungo e doveva chiuderlo, cosa ne so io del mercato editoriale polacco? Questo in fondo è il suo libro più lungo, almeno fino a questo momento. L’ultima scena fa ridere, solleva un po’ il morale rispetto al tono precedente della storia, a quanto è appena avvenuto, ma alla fine ci fermiamo in mezzo al nulla, come se questo libro non ci fosse mai stato. Carino, scritto bene, anche qualche riflessione interessante, ma davvero c’era bisogno del Battesimo del fuoco?

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4 risposte a Andrzej Sapkowski: Il battesimo del fuoco

  1. Pino Morsolo ha detto:

    Forse superficialmente, a me è bastato il primo libro di racconti per capire che questo scrittore non fa per me.

    • Perché superficialmente? Perché hai letto un libro solo? A volte può capitare di essersi imbattuti nel libro sbagliato: se come primo romanzo di Turtledove avessi letto Il libro dei poteri e non La legione perduta difficilmente avrei provato qualcos’altro di suo, e mi sarei persa un autore che adoro. Però molto più spesso se non ti piace un libro è tutta l’opera di quell’autore che non fa per te, indipendentemente dalla sua importanza.
      I fan di Steve Erikson per esempio lo adorano, e qualcuno prova ancora a dirmi quanto siano meravigliosi i suoi libri. Anche persone che apprezzano molti libri che apprezzo pure io, e che quindi per molti autori hanno gusti simili ai miei.
      Io ho letto il primo romanzo di Erikson e non mi è piaciuto, anche se gli riconosco di aver creato un mondo notevole. Vista l’insistenza dei suoi fan nel magnificarlo ho provato a leggere anche il secondo, sperando che il mio problema con il primo fosse stato che l’ho letto nel periodo in cui ho conosciuto mio marito e che quindi la mia mente non era esattamente sui libri. Mi sono annoiata anche con il secondo, ma visto che ero più lucida sono riuscita a identificare il problema: non mi piace lo stile di Erikson. Non mi piace il suo modo di scrivere, di portare avanti la trama, di tratteggiare i personaggi che, nella quasi totalità, mi erano indifferenti. Se non ti importa se il protagonista di un libro vivrà o morirà allora c’è qualche problema. Il problema però non è nelle capacità di scrittura di Erikson ma nel fatto che noi non leghiamo. Evidentemente tu non leghi con Sapkowski, quindi fai bene a ignorarlo e a leggere altro. Con tutti i libri che ci sono in circolazione, perdere tempo dietro a un autore che hai già scoperto che non ti piace sarebbe assurdo.

  2. Mattyss ha detto:

    mi è capitato sottomano ora questo articolo, e nelle prime righe pare ci sia un errore: forse al posto di 1997, volevi mettere 2007 ?😛

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