Guy Gavriel Kay: La via del fuoco

Il secondo libro di una trilogia è sempre il più difficile. Non c’è più la sorpresa di un mondo meraviglioso da esplorare, e non c’è ancora la concitazione della fine. Di fatto è un libro monco, privo delle sue parti più affascinanti. E nonostante questo è indispensabile.
Io non credo che tutte le storie debbano svilupparsi a trilogie, anzi sono più facilmente irritata dalla visione di una trilogia che da un libro autoconclusivo o da una saga in enne volumi. Perché? Perché spesso una trilogia non ha senso, è solo una costruzione artificiale che viene imposta alla storia perché Il signore degli anelli, che non è una trilogia, di fatto è stato pubblicato in forma di trilogia. Ma negli anni ’50 c’era un problema di scarsità della carta dovuto al riassestamento post bellico che ora non c’è. Ora abbiamo solo esperti che cercano di seguire il mercato, indipendentemente dalla considerazione che il libro sia valido oppure no, e c’è la convinzione generale che la fantasy vada scritta a trilogie.


Guy Gavriel Kay di trilogie ne ha scritta una sola, in genere preferisce storie autoconclusive. Ne abbiamo parlato anche nell’intervista che mi ha gentilmente concesso (http://www.fantasymagazine.it/interviste/20648/i-mondi-fantastici-di-guy-gavriel-kay/) e che io ogni tanto cito:

Io penso che a un certo livello sia creativamente rischioso per un artista ripiegarsi troppo su se stesso. Il successo può incoraggiare un autore a rimanere sempre nello stesso luogo. Questo a livello commerciale può essere positivo (pensa a tutti i sequel di Hollywood!), ma può anche essere artisticamente distruttivo. Io sono abbastanza testardo (!) da aver voluto continuare a testarmi ricominciando ogni volta dall’inizio. Nuovi personaggi, nuove ambientazioni e — cosa più importante — nuovi temi, nuove ragioni per scrivere i libri (volendo anche che la gente li legga).

A me la sua testardaggine piace. Adoro i suoi libri, e se trovarsi davanti una nuova ambientazione ogni volta significa fare più fatica all’inizio del libro, ci sono comunque una tale quantità di cose da scoprire che vale la pena fare quella fatica. Ricordo, appena ho iniziato a leggere in inglese, quanto mi facevano dannare le parole inventate dall’autore perché non le trovavo sul dizionario. Dopo un po’ si impara a capire al volo quando l’autore sta inventando, ma all’inizio la frustrazione è assicurata. Lui ha bisogno dello stimolo della novità e della scoperta per scrivere? Il suo lavoro si vede in pieno leggendo ciò che scrive. E se scrive una trilogia ha un ottimo motivo per farlo. Per esempio far trascorrere abbastanza tempo fra il momento in cui Kim ha salvato Jennifer da Rakoth alla fine di La strada dei re e l’inizio di una nuova fase della storia.
Quei mesi sono necessari a portare avanti la gravidanza di Jennifer, in modo che lei possa dare alla luce un bambino prematuro ma sano, non un semplice espediente letterario. E segnano anche un cambiamento nel modo di fare dei Cinque. Nella Strada dei re è stato Loren a portarli su Fionavar, ingannandoli perché non gli ha detto che Rakoth era ancora vivo fino a quando Paul non ha fatto una domanda diretta, e ormai era troppo tardi per tirarsi indietro anche se Dave ci ha provato. Nella Via del fuoco il viaggio è una scelta. A compiere il passaggio è Kim, e tutti sono concordi nel voler andare con lei e nel combattere contro qualcuno che sembra invincibile. È una libera scelta, una delle tante compiute dai protagonisti. Jennifer lascia a Darien la libertà di compiere la scelta più difficile, ma una scelta difficile la compie anche Finn quando si incammina lungo la strada più lunga. E poi c’è il dono di Dana, e finalmente vediamo perché i suoi doni sono a doppio taglio, o la scelta compiuta da Kevin per poter mantenere la parola data. Quanto a Kim, lei porta il fuoco errante del titolo originale, The Wandering Fire, e mi piacerebbe che gli editori italiani la piantassero di dare ai libri il titolo che piace e a loro e si limitassero a tradurre il titolo originale. Ma tutti si trovano a un bivio, tutti devono stabilire cosa fare, e non è possibile parlarne davvero senza togliere il gusto della lettura. In mezzo ad avvenimenti tanto drammatici però c’è spazio anche per la leggerezza, in momenti come quello in cui Shalhassan del Cathal vede crollare le sue certezze, o quando sentiamo pronunciare la frase formale “il mio sole sorge negli occhi di tua figlia”.


I Cinque vengono dalla Terra, ne avevo già parlato commentando il primo volume. La trilogia di Fionavar contiene una quantità incredibile di riferimenti a svariate mitologie, ma il motivo per cui i protagonisti sono terrestri è uno solo: il ciclo arturiano. Nella Strada dei re c’erano già dei riferimenti, ma era qualcosa di così impalpabile che si vede solo in rilettura. Qui non ci sono più dubbi, non da quando Kim evoca Uther Pendragon nel circolo di pietre di Stonehenge.
Suppongo che tutti gli amanti del fantasy prima o poi finiscano nel ciclo arturiano. Non so più neppure quante volte io l’ho trovato nelle mie letture, anche quando non mi aspettavo che avvenisse. Persino quello che dovrebbe essere un romanzo storico di Valerio Massimo Manfredi va a finire lì, non solo gli autori che sapevo fin dall’inizio che ne stavano parlando. Come minimo conosciamo tutti Artù, Lancillotto, Ginevra, Merlino, Morgana e la Tavola Rotonda. Quanto alla strage degli innocenti come siamo messi? Se volete vedere come certi elementi si ripetano nelle mitologie provate a leggere Il mito della nascita dell’eroe di Otto Rank, alcune cose sono decisamente interessanti.
Kay parte da lì. Gli serviva un modo per legare Artù alla sua storia, e la leggenda ne ha fornito uno perfetto. Per questo i Cinque sono terrestri: provengono dallo stesso mondo da cui proviene Artù. Se non ci fosse stato un riferimento ben preciso a qualcosa che conosciamo la storia non avrebbe avuto la stessa forza. Noi dovevamo conoscere il fato di quel re che tornerà quando l’Inghilterra avrà bisogno di lui, del suo miglior amico Lancillotto, e della donna amata da entrambi, Ginevra. La storia più triste mai raccontata, scrive Kay. Non lo so, non sono brava a fare le classifiche, so che le sue parole mi toccano il cuore ogni volta che le leggo. Certo è una storia che non lascia indifferenti. Serviva una solida base perché certe scene potessero spezzare il cuore come effettivamente fanno. E non sono solo le fasi della guerra, gli scontri a farlo, ma il motivo per cui dev’essere una persona piuttosto che un’altra a fare quello che fa, o le conseguenze pagate a livello emotivo da ciascuno dei protagonisti. Ci sono cose peggiori della morte, cose che permangono dentro di noi e che continuano a far sentire il loro effetto.
Perché un libro può toccarci a questo modo? Perché in qualche modo tocca la nostra anima, ci costringe a ridefinire noi stessi e il modo in cui guardiamo il mondo. Non si tratta solo dell’avventura, della meraviglia, del legame emotivo con i protagonisti che spinge a temere per loro e a sperare con loro. Quello è l’involucro esterno. Ciò che conta davvero è quel che il libro fa dentro di noi, il fatto che non ci lascia come eravamo prima. Siamo più ricchi. Lo siamo perché abbiamo vissuto esperienze importanti, perché ci siamo interrogati su temi per noi fondamentali, il sacrificio, la libera volontà, l’amore, la necessità di compiere determinate azioni anche quando sono dolorose, il senso della vita, la caducità delle cose, persino la bellezza, e lo abbiamo fatto divertendoci. Davvero la lettura è catartica. Siamo rigenerati. Ecco perché leggo questi libri e continuerò a farlo. I richiami fra un libro e l’altro o la mitologia sono al di sotto, importanti per tenere insieme il tutto. Possiamo parlarne, analizzarli, anche se ovviamente farlo significa addentrarsi nella zona degli spoiler e limitare la lettura del mio testo a chi conosce già il romanzo. Ma quello che conta davvero è ciò che il libro fa a noi, come ci trasforma, e questo è qualcosa che si può citare ma che non si può davvero spiegare. Va vissuto. La via del fuoco, come gli altri libri di Kay, in italiano è fuori catalogo perciò lo potete trovare solo in biblioteca o, se siete fortunati, fra i libri usati. L’alternativa è la lettura della versione originale, The Wandering Fire. La storia terminerà a breve con Il sentiero della notte. Tornerò a parlarne.

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2 risposte a Guy Gavriel Kay: La via del fuoco

  1. Cose buffe che a volte capitano: io ho pubblicato questo articolo oggi per puro caso visto che lo avevo scritto diversi giorni fa e che avrei potuto tranquillamente pubblicarlo ieri invertendo l’ordine con quello relativo a Wild Cards 5 di Martin. E l’editore di Kay ha deciso che oggi è il Kayday: https://twitter.com/search?q=%23kayday&src=hash e https://www.facebook.com/hashtag/kayday?source=feed_text&story_id=10151945150802003

  2. Pingback: Challenge Guy Gavriel Kay | Les lectures du petit panda

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