Guy Gavriel Kay: The Last Light of the Sun

 

The Last light of the Sun era uno dei pochi romanzi di Guy Gavriel Kay che avevo letto una sola volta. Ora mi rimane Ysabel da rileggere e River of Stars da leggere per la prima volta. Ho pubblicizzato le opere di Kay a ben quattro editori, possibile che nessuno si decida a pubblicarlo? Uno in realtà l’ha fatto, visto che Fanucci ha acquistato i diritti della Rinascita di Shen Tai qualche mese dopo la mia segnalazione. Solo che il romanzo ha venducchiato, come spesso capita agli autori non particolarmente famosi – e la fama di Kay in Italia non è certo molto vasta – che non beneficiano di battage pubblicitari paurosi. Non credo sia stato un fiasco, ma neanche un bestseller, e sto iniziando a sospettare che Fanucci consideri chiuso il loro rapporto editoriale. E gli altri tre editori? Io mi sto stancando di aspettare senza avere notizie, mi sa che se non scoprirò nulla per quando verrà pubblicata l’edizione tascabile di River of Stars, l’acquisterò.

La mappa della duologia The Sarantine Mosaic di Guy Gavriel Kay

L’ambientazione di The Last light of the Sun è nordica. Il mondo è lo stesso di The Lions of Al Rassan e della duologia The Sarantine Mosaic, ma siamo in tutt’altra zona. Sailing to Sarantium e il suo seguito Lord of Emperors sono ambientati a Sarantium, che potremmo paragonare a Bisanzio. Per i suoi romanzi Guy Gavriel Kay si ispira spesso a determinati periodi storici e ambientazioni, e anche in questo caso non fa eccezione. Sarantium non è Bisanzio e non solo perché nel mondo di Kay esistono determinati elementi magici che non esistono nel nostro. Le due città sono diverse, i due mondi sono diversi, perché Kay non vuole che i fatti storici realmente accaduti limitino la sua possibilità di portare la storia nella direzione che preferisce, e vuole poter tenere in sospeso il lettore con l’incertezza su quello che avverrà. Ho già parlato della sua fantasy storica qualche tempo fa: https://librolandia.wordpress.com/2012/07/18/guy-gavriel-kay-e-la-fantasy-storica/.

La Sarantium dei romanzi è, più o meno, la Bisanzio di Giustiniano e Teodora. La loro storia, quella di Crispin e di tutti gli altri personaggi che vivono nella capitale, si interrompe solo per qualche pagina per mostrare un personaggio – di cui non ricordo il nome – che darà vita a una nuova religione paragonabile a quella islamica, la religione asharita.

La mappa di The Lions of Al-Rassan di Guy Gavriel Kay

The Lions of Al-Rassan è stato scritto prima, e la mappa delle due opere è lievemente diversa, ma è ambientato dopo. La religione asharita è ormai consolidata e c’è una certa tensione fra i seguaci delle tre religioni principali professate nella penisola in cui è ambientata la storia, quella asharita appunto, quella jaddita – che si richiama in parte a quella cristiana ed era già la religione dominante di Sarantium, e quella kindath, che ricorda la religione ebraica. Pur con tutte le differenze del caso, il romanzo è ambientato in un territorio che sembra la Spagna della reconquista e della cacciata dei Mori, e uno dei personaggi ricorda da vicino – pur senza esserlo – El Cid Campeador.

The Last light of the Sun, romanzo scritto dopo i tre già citati, è certamente ambientato dopo The Sarantine Mosaic, visto che al suo interno vengono citati fatti di Lord of Emperors. Non so come si collochi cronologicamente rispetto a The Lions of Al-Rassan visto che non c’erano riferimenti diretti, o se c’erano mi sono sfuggiti, ma la cosa è poco importante.

La mappa richiama abbastanza quella dell’Europa. Se Sarantium ricorda Bisanzio e i due stati di Al-Rassan e Esperana che si dividono la penisola ricordano la Penisola Iberica, i territori di questa nuova storia possono essere la Penisola Scandinava, la Danimarca o il sud dell’Inghilterra. In questo caso una mappa non c’è, ma non ce n’è bisogno. Thorkell Einarson e suo figlio Bern sono dei vichinghi. Il primo ha il mare e le battaglie nel sangue, non per nulla è diventato ricco e famoso grazie alle scorrerie di tanti anni prima. Bern è cresciuto in un’epoca diversa, in una situazione diversa, ma a volte la vita porta a percorrere sentieri imprevedibili, che siano totalmente nuovi o già percorsi da altri. Aeldred, re degli Anglcyn, potrebbe essere il sovrano di un territorio inglese, e infatti per certi versi è ispirato alla figura di Alfredo il Grande. Intorno a loro ruotano diversi personaggi, dai quattro figli, due maschi e due femmine, di Aeldred ad Anrid, una delle ragazze che vive presso una veggente e ad Alun ab Owyn, un giovane principe dal notevole talento musicale. Questi sono solo i personaggi che si vedono di più, ma molti altri fanno la loro comparsa nel romanzo, alcuni giocando un ruolo fondamentale, altri mostrandoci come i grandi eventi possano modificare, o sfiorare senza particolari conseguenze, la vita delle persone. Quello che ogni volta mi lascia senza fiato è la straordinaria abilità di Kay con le parole. Che siano personaggi che si vedono per un intero romanzo o per solo una manciata di pagine io finisco invariabilmente per amarli, e spesso per soffrire con loro e per loro. Non solo. Nessuno come lui è in grado di influenzare le mie emozioni con solo una manciata di parole. La sua costruzione è lenta, difficilmente le sue storie catturano dalla prima riga. Ci si entra piano piano fino a quando non ci si accorge di non poterne più uscire. E poi, all’improvviso, arriva la frase. Una sola riga, per cambiare tutta una visione del mondo. Per illuminare tutto ciò che è accaduto prima, per aprire prospettive insospettabili per il futuro. Non che le parti lente non mi piacciano. Chiunque ha letto almeno un po’ dei miei commenti sul blog o degli articoli per FantasyMagazine sa quanto io adori Robert Jordan e George R.R. Martin, non proprio gli scrittori più sintetici del mondo. Se loro mi piacciono anche quando sono lenti, che problema c’è con Kay? A differenza loro Kay quando serve sa far trascorrere mesi interi ai suoi personaggi senza narrarci nulla, vedi quanto avviene fra la prima e la seconda parte di A Song for Arbonne, perché non sono mesi significativi per la storia. Il tempo gli serve per costruire il mondo e fornirci informazioni fondamentali, prima di colpirci con una forza che ha dell’incredibile.

Quello di The Last Light of the Sun è un mondo duro, in cui solo i duri possono riuscire a vivere. Non è un facile slogan ma la realtà. In una terra in cui le incursioni dal mare possono arrivare con una certa frequenza o sai combattere o muori. E anche se sei un incursore puoi trovare difensori più forti o organizzati di te, o può arrivare una tempesta e distruggere la nave su cui stai navigando. Se sei una donna e non hai una famiglia alle spalle, o se hai un qualche tipo di handicap fisico, la sopravvivenza non è affatto facile. I personaggi di Kay lottano, e non tutti sopravvivono. Come sempre ci sono morti che spezzano il cuore, ma sempre arriva un momento nella vita in cui abbiamo il cuore spezzato. Ci sono rivolgimenti di fronti. Ci sono un paio di duelli che seguiamo con il cuore in gola. Ci sono donne che si scoprono impotenti e lottano contro i limiti imposti dalla loro condizione. Ci sono dubbi. Ci sono speranze. C’è un elemento fantastico più forte rispetto a quanto non avvenga nella maggior parte dei romanzi di Kay successivi al Paese delle due lune, la cui presenza complica ancora di più la trama. C’è una storia che, ancora una volta, mi ha catturata e non mi ha più lasciata andare. Mi sa che a breve leggerò, o rileggerò, qualcos’altro.

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9 risposte a Guy Gavriel Kay: The Last Light of the Sun

  1. Che io adori le opere di Kay è evidente, lo dico ogni volta che ne ho l’occasione. Questa volta però Guy è riuscito a sorprendermi in un modo totalmente nuovo, e che mi ha dato emozioni di tutt’altro tipo. Il mio blog è programmato per inviare automaticamente tutto quel che scrivo alla mia pagina Facebook e a quella di Twitter, anche se quest’ultima non la so usare. Comunque fra le persone che seguo c’è proprio Kay, il quale ha visto il mio testo e mi ha pure risposto. Davvero, non me l’aspettavo e ne sono felicissima. Questo è il tweet che mi ha inviato:

    Martina, thank you for this lovely commentary – and for others you’ve offered. You’re a generous, thoughtful reader.

  2. emanuele ha detto:

    Bello!
    Ascolta, potresti darmi un consiglio? Sono in un periodo di magra in termini di libri e stavo proprio cercando qualcosa da leggere, ora questo Kay mi incuriosisce e leggendoti mi pare che abbiamo gusti simili, quindi penso che potrebbe piacermi… ora la domanda è: cosa mi consigli di suo per iniziare? Mastico abbastanza l’inglese , ma almeno all’inizio preferire qualcosa in italiano, anche se mi pare di capire che di lui è stato pubblicato poco qui in italia… insomma, qualche consiglio? 🙂

    • Di Kay al momento in commercio c’è solo La rinascita di Shen Tai, quindi la scelta è abbastanza obbligata. In biblioteca potresti trovare Il paese delle due lune o la sua unica trilogia, quella di Fionavar, composta da La strada dei re, La via del fuoco o Il sentiero della notte. Io adoro tutti questi libri.
      Il paese delle due lune inizia con uno scultore come protagonista, quindi mi è piaciuto fin dal primo istante. Ho studiato storia dell’arte, perciò sono particolarmente sensibile alla presenza di artisti fra i personaggi. Quelle poche pagine comunque riescono a essere poetiche e dolorose al tempo stesso. Sono le prime scritte da Kay che ho letto, anche se è il suo quarto romanzo, e me ne sono innamorata all’istante. Poi fa un balzo temporale, e all’inizio la storia mi sembrava poco significativa… fino a quando, dopo qualche capitolo, non ho iniziato a capire cosa stesse combinando. A quel punto ho divorato il romanzo.
      La strada dei re ha un inizio davvero tolkieniano. è il suo primo romanzo, e ancora prima di sapere che aveva collaborato alla redazione del Silmarillion per me era evidente che conoscesse molto bene le opere di Tolkien. Anche se è tolkieniano la cosa non mi ha mai infastidita. Fin da subito è evidente che ha una sua voce, e poi si chiariscono anche i suoi obiettivi. Il suo percorso non è lineare e si rifà a una quantità di elementi mitologici impressionante. Per me si tratta di un capolavoro.
      La rinascita di Shen Tai ha un inizio lento, e quando ti abitui al protagonista e Kay passa su sua sorella qualche attimo di perplessità c’è. Questione davvero di poco, perché i personaggi sono meravigliosi, tutti i dettagli della storia si incastrano alla perfezione, lo stile è sempre superbo… e ancora una volta Kay è riuscito a spezzarmi il cuore.
      Tutti gli altri suoi libri non sono mai stati tradotti. Il mio preferito è The Lions of Al-Rassan, mi sa che devo fare un pensierino a rileggerlo.
      Se può rafforzare le tue convinzioni, per Sanderson Kay è il miglior scrittore in circolazione, a Jordan piaceva parecchio a anche Martin adora i suoi romanzi. Servono altre raccomandazioni?

      • emanuele ha detto:

        Grazie, mi hai messo ancora più voglia di leggere i suoi libri!
        Davvero triste però il fatto che qui da noi sia arrivato così poco di uno scrittore così quotato… anche se non mi sorprende, basta pensare a com’era considerato Martin prima che la serie Tv spopolasse…

        • Prima della serie televisiva Martin era comunque uno degli autori di fantasy più importanti anche in Italia. Solo che la sua fama era limitata al fantasy, chi amava il genere lo conosceva e gli altri no. Ora ha raggiunto una popolarità che va ben al di là dei confini del genere, come hanno fatto una manciata di autori come Tolkien, Rowling, Paolini e Meyer. Va bene, non tutti sono bravi, ma tutti vendono molto di più di quanto non vendano i vari autori di fantasy, urban fantasy, fantasy per ragazzi e così via.
          Kay non è uno scrittore semplice, e spesso il pubblico vuole opere semplici. Perciò non è popolare, che è invece quello che cercano gli editori. A volte gli editori pubblicano quello che gli piace, ma molto più spesso pubblicano ciò che pensano possa portargli un guadagno. La rinascita di Shen Tai ha venduto, ma non tanto da dare all’editore margini alti. Fanucci sarà stato soddisfatto dei guadagni? Se sì tradurrà altre opere sue, altrimenti no. Purtroppo le cose vanno così. Io cerco di cambiarle provando a influenzare le letture dei miei lettori. Non mi nascondo dietro falsi proclami d’imparzialità: pubblicizzo quel che mi piace, ma lo faccio perché ci credo e non perché ne ho un riscontro economico. Il tweet che Kay mi ha inviato qualche sera fa è stato un regalo enorme e inaspettato.
          Spingo a leggere le sue opere perché mi sono divertita e penso che anche gli altri possano divertirsi. Perché vorrei far capire che la fantasy non è solo facile intrattenimento ma che può parlare di temi importanti e che può essere scritta straordinariamente bene. Perché vorrei che gli editori capissero l’importanza di certi autori e li traducessero, e lo faranno solo quando ne avranno un riscontro economico. Perchè mi diverto a parlare di determinati libri e autori, e ogni volta che convinco qualcuno a leggere un libro di Kay mi sembra di aver fatto un piccolo passo avanti.

  3. Pingback: Guy Gavriel Kay, le traduzioni e io | librolandia

  4. Pingback: Challenge Guy Gavriel Kay | Les lectures du petit panda

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