Silvana De Mari: La bestia e la bella

Bruno Bettelheim, Il mondo incantato

Bene o male tutti sappiamo di cosa parla la fiaba della Bella e la Bestia. Probabilmente non abbiamo letto la versione classica di Jeanne-Marie Leprince de Beaumount ma ci siamo limitati a qualche adattamento per bambini che ci hanno letto quando eravamo piccoli e che noi ora leggiamo ai nostri figli. Nella peggiore delle ipotesi ci siamo limitati al film Disney con l’inserimento del personaggio di Gaston, che in teoria dovrebbe dare maggiore drammaticità alla storia ma in pratica la stravolge completamente. Se volete sapere perché io non amo i film Disney, e perché ai bambini dovremmo leggere le fiabe nella loro versione originale, leggete Il mondo incantato di Bruno Bettelheim. Alle sue considerazioni posso aggiungere che mi irrita profondamente vedere stravolta la storia di Pinocchio così come è stato fatto con il cartone animato. Quando non conosco la storia originale magari posso apprezzare di più il cartone animato, come avviene con La carica dei 101, ma se ho in mente il romanzo, come nel caso di Carlo Collodi, faccio davvero fatica ad accettare quel che ha fatto Disney.

Tanto per cambiare ho divagato, e stavo per farlo ancora di più. Per fortuna mi sono fermata.

Come innumerevoli testi più o meno antichi anche La bella e la bestia è stata riscritta innumerevoli volte. Una versione che io amo particolarmente è La bestia e la bella di Silvana De Mari. Notata l’inversione dei due nomi nel titolo? Qui il protagonista principale è la bestia, anche se pure la bella fa la sua parte. La De Mari è sempre molto attenta agli Orchi, a coloro che non si preoccupano del male che fanno agli altri perché sono concentrati solo su sé stessi e sul loro piacere, e che se vedono qualcuno che soffre la loro scelta è fra ignorarlo e goderne. Ma, come ama ripetere Silvana, gli Orchi possono essere salvati, e questa è la storia di un salvataggio. Perché il salvataggio ci sia l’orco deve collaborare in prima persona a far cambiare le cose, quindi ci deve essere la volontà. È anche una storia di compassione, perché se le persone non si tendono la mano l’un l’altra non possono che incattivirsi e far andare il mondo sempre peggio.

Silvana De Mari, Gli ultimi incantesimi

La De Mari è cattolica. Io sono agnostica. Abbiamo modi di vedere il mondo molto diversi ma su alcune cose siamo perfettamente d’accordo. Ci sono cose per cui si deve lottare, cose che non si possono accettare. Ciascuno è artefice del proprio destino. Le persone vanno giudicate per ciò che sono, non per l’ambiente da cui provengono. Noi siamo quel che scegliamo di essere, ha scritto più volte la De Mari. Siamo le scelte che facciamo, e con le nostre scelte possiamo cambiare il mondo. Magari solo su piccoli dettagli, non sono io a prendere importanti decisioni che riguardano la nostra economia o la politica internazionale. Il mio modo di rapportarmi agli altri però influenza le loro vite, le può rendere migliori o peggiori, e questo non lo devo dimenticare. Non lo posso dimenticare, se è parte di me. Un piccolo gesto di gentilezza gratuita fa sentire meglio la persona che lo riceve, ma fa sentire meglio anche me.

Mi rendo conto che ho cominciato a fare un sermone, e non era mia intenzione. Qua sotto ci sono spoiler in abbondanza, ma quello che conta nella Bestia e la bella non è la trama. Non che sia costruita male, ma in una storia la trama non è tutto. In questo caso la cosa più importante è la scrittura, e il messaggio trasmesso dalle parole. Come detto, io e Silvana abbiamo modi diversi di vedere le cose, ma la sua sensibilità cristiana per me non è mai stata un problema. Ci sono persone che fuggono da qualsiasi contatto con la religione. Per essere onesti a me le chiese interessano solo da un punto di vista storico-artistico, ma se la religione non diventa una scusa per mettersi i paraocchi se ne può anche parlare. Mi fanno ridere gli occidentali che indicano la religione cristiana come la responsabile di un’infinità di mali che tormentano il mondo e poi accettano senza problemi la religione islamica perché fa parte della cultura di determinati popoli.

L’altro motivo per cui parlare di Silvana De Mari può suscitare polemiche è la sua decisa presa di posizione contro la religione islamica. E allora, per chi non se ne fosse accorto, è vero che gli orchi degli Ultimi incantesimi fanno deliberatamente pensare ai musulmani, ma se all’inizio gli orchi sono visti solo come odiose creature assetate di sangue con il procedere della storia la scrittrice dona un punto di vista anche a loro, e li rende molto più umani. Alcuni dei suoi orchi compiono scelte drammatiche e fondamentali, perché quello che conta non è la razza a cui appartengono ma le scelte che fanno. E, alla fine di tutto, orchi ed esseri umano trovano un modo di convivere pacificamente. Gli orchi possono essere salvati. Però lo devono desiderare, devono essi stessi combattere per la loro salvezza, perché ci sono azioni che non possono essere tollerate, e quando si oltrepassano i limiti della decenza bisogna combattere.

Robert Jordan e Brandon Sanderson, Memoria di luce

Noi siamo le scelte che facciamo. L’ho scritto anche in un approfondimento su Robert Jordan che pubblicheremo su FantasyMagazine a settembre. “«Quando ci viene sottratto tutto il resto, questa scelta dovrebbe rimanerci»” afferma Perrin a pagina 371 di Memoria di luce. La persona con cui sta parlando, e non aggiungo dettagli sulla sua identità o sull’argomento della conversazione per evitare spoiler, gli mostra come, di fatto, le vittime di una determinata situazione in realtà una scelta l’avevano. “«Non è un granché come scelta.»

«È così che ordisce il Disegno, Perrin Aybara. Non tutte le opzioni sono buone. A volte devi trarre il meglio da un destino avverso e cavalcare la tempesta.»”

Silvana De Mari, La bestia e la bella

E allora il nostro amico Manrico Ildebrando Alberto di Roccanova prende atto della sua trasformazione in cane e cavalca la tempesta. Io sapevo fin da subito che la trasformazione non poteva essere definitiva. Probabilmente ho letto troppi libri per non notare certi dettagli, o per non trarre subito le conseguenze dall’uso di alcune parole.

“È stato il mio ultimo giorno da principe”. Questa è la prima frase del romanzo. Da principe, non da essere umano. La figura del principe è resa estrema nella sua mancanza di empatia nei confronti degli altri e nella sua inutilità. Non fa niente, è vuoto, e per questo per lui anche gli altri sono vuoti. Ritiene che i suoi privilegi siano dei meriti e non sa guardare al di là delle apparenze. Spesso nelle storie i personaggi sono resi estremi, paradigmatici, in modo che le loro azioni abbiano una risonanza maggiore. Ma la realtà è questa. Tempo fa un’amica di mia cognata le ha raccontato di aver cambiato casa perché quella dove lei e il marito (non hanno figli) abitavano prima era troppo piccola. Io quando sento questi racconti rimango sempre sconvolta dalle persone che conoscono mia cognata e i miei suoceri, che già sono persone che stanno bene. Alcuni dei loro amici però… La tizia, che nella nuova casa ci stava appena, era passata da 100 a 180 metri quadri. Come può capire un paio di mie amiche che vivono in un 50 metri quadri con compagno e figlio? Che punto di contatto ci può essere fra queste persone? Perciò per Manrico eccetera eccetera la cosa migliore che può fare la vecchia è morire. Non è in grado di capire neppure l’esistenza di persone come lei. Maria Antonietta non ha mai detto la famosa frase che le viene attribuita, “se non hanno pane che mangino brioches”, ma questa credenza popolare basta da sola a indicare il distacco fra i nobili, i potenti, e la gente comune. Molti dei primi non sono neppure in grado d’immaginare la condizione dei secondi. Io proporrei una bella terapia d’urto, e visto che nella nostra realtà la magia non funziona dovremmo essere un po’ più concreti, ma dubito che ci arriveremo mai.

Manrico è quello che è perché è stato un bambino non amato. Ricordiamolo, ai figli bisogna prima di tutto dare amore. Sembra semplice e invece non lo è. Io conosco l’esasperazione e la stanchezza di alcuni momenti difficili ma provengo, come mio marito, da una famiglia in cui l’amore non è mai mancato, e allora tutto diventa più semplice. Le difficoltà si superano. Non per tutti è così, e allora più facilmente nascono le tragedie. La gioia di Manrico quando la strega – per quanto tempo le ragazze madri sono state malviste come se avessero fatto chissà cosa e fosse solo colpa loro? – sceglie di accoglierlo mostra come tutti abbiamo bisogno di qualcuno che ci stia vicino. E, quando non siamo del tutto disperati, quando arrivano la gioia e la speranza, possiamo accorgerci di quali incredibili bellezze ci siano al mondo, come una luna enorme che spande sotto di sé la sua luce d’argento.

Per un po’ i due – tre con il bimbo – trovano un accomodamento e le loro vite procedono tranquille, almeno fino a una certa pipì. Non che non fosse giustificata dalle circostanze, ma a volte le nostre azioni hanno conseguenze che noi non riusciamo a prevedere. Arrivano i guai, e il cagnolino pulcioso ricorda la voce del padre e le sue raccomandazioni di non alzare troppo le tasse per non sommergere di miseria il paese. Propongo di acquistare qualche centinaio di copie di questo libro e regalarle ai nostri poveri parlamentari che lavorano duramente, spesso sono vittime della politica e faticano ad arrivare a fine mese.

“Non lasciare senza controllo il borgomastro e il capo della polizia. non sono uomini ingiusti, ma vanno controllati perché le loro cariche possono portare anche un uomo giusto a essere crudele.

Non staccarti mai dalla gente, dal popolo, non dimenticare mai di ascoltarli, di proteggerli, di difenderli: sono questi i compiti dove i governi acquistano dignità, altrimenti diventano arbitrio e tirannide.”

E poi c’è la conclusione, e tutto diventa perfetto. Un libretto da leggere in un soffio, uno di quelli che scalda il cuore e non può essere dimenticato.

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