Caro editore ti odio

 

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Non ci sono. Come ogni anno durante l’estate io e mio marito facciamo vacanze separate per consentire alle bambine di stare lontane da Milano il più a lungo possibile. Io non ci sono e il computer non è partito con me, quindi ora arrivano articoli già pubblicati in passato su FantasyMagazine. Ogni tanto però aggiungo qualche commento, magari con un tono un po’ meno professionale. Questo è un blog, non una testata giornalistica, e se mi va di iniziare a parlare a ruota libera non mi faccio problemi a farlo.

Una parte della mia libreria

Una parte della mia libreria (vecchia versione. Qualcuno vuole prendersi la briga di guardare cosa è cambiato?)

“Caro editore, ti odio.

Hai deturpato il libro che a me piaceva tanto, mi hai confuso le idee cambiando titoli e formati delle opere, non sopporto quando un libro non equivale a un romanzo, i tuoi volumi sono poco maneggevoli, mi hai preso in giro abbandonando a metà la mia serie preferita, fai trascorrere troppo tempo fra un volume e l’altro, le tue traduzioni sono senza senso e pure incomplete, costi troppo, le copertine sono orribili, pubblichi solo i libri scritti dai tuoi amici e sei pure antipatico. Ti prego, non abbandonarmi mai.

Firmato: un tuo affezionato e infedele lettore”.

Quanti di noi hanno sorriso nel leggere queste righe perché si sono ritrovati in almeno una delle affermazioni fatte? Ma se il tono è volutamente scherzoso, anche nell’indicare l’ipotetico lettore come affezionato perché non si vorrebbe mai separare dai libri che ama e vorrebbe che l’editore ne pubblicasse sempre più, e infedele perché è sempre pronto a passare da un editore all’altro per poter leggere tutti gli autori che gli piacciono, i problemi sopra citati sono reali.

Quando un lettore acquista un libro investe su quel fascio di fogli rilegati insieme soldi, tempo e parecchie aspettative, e se qualcosa non va per il verso giusto la delusione può essere tremenda.

I problemi e le difficoltà posti ai lettori dagli editori possono essere di vario tipo. Proviamo a vederne qualcuno.

Cambio di titolo

Spesso un’opera viene pubblicata in più edizioni con titoli diversi. Un caso famoso è quello legato al romanzo di Philip K. Dick Do Androids Dream of Electric Sheep?, tradotto una prima volta nel 1968 con il poco suggestivo titolo Cacciatore di androidi. Che sia stata paura di disorientare i potenziali lettori con un titolo troppo oscuro, desiderio di non occupare la copertina con una scritta troppo lunga o semplice preferenza per la soluzione proposta, di fatto la scelta di non mantenere il titolo originale ha creato problemi sul lungo periodo. Una volta c’era meno attenzione alla precisione in determinati dettagli e l’editore dell’epoca, La Tribuna, non poteva certo prevedere il successo del romanzo, ma ha dato comunque il via a un’ambiguità che dura tutt’ora.

Per la sua edizione del 1986 la casa editrice Nord ha mantenuto questo titolo. È stato con la prima edizione Fanucci, datata 1996, che il romanzo è stato ribattezzato Blade Runner per rendere evidente il legame con l’omonimo film che Ridley Scott ne aveva tratto nel 1982. Infine, nel 2000, con la nascita della collana Collezione Immaginario Dick, Fanucci ha optato per la traduzione del titolo originale. Il libro è così diventato Ma gli androidi sognano pecore elettriche?, anche se va segnalato che da quel momento la casa editrice romana ha pubblicato varie ristampe del romanzo usando indifferentemente l’uno o l’altro dei due titoli con cui lo aveva già pubblicato.

Se per Dick la cosa è avvenuta anche con altri titoli, e lo stesso problema si è ripetuto con diversi altri scrittori di fantascienza — vedi, per esempio, Isaac Asimov, con il primo volume della serie della Fondazione (in originale Foundation) noto sia come Cronache della Galassia che come Prima Fondazione e con i successivi che hanno subito analoghi mutamenti — non è che la fantasy sia rimasta immune da questo problema.

Ursula K. Le Guin ha subito una trasformazione di titoli in entrambi i generi con il suo romanzo di fantascienza The Dispossessed — An Ambiguous Utopia tradotto sia come I reietti dell’altro pianeta che come Quelli di Anarres e con due dei volumi della Saga di Earthsea. A Wizard of Earthsea è stato tradotto da Nord nel 1979 come Il mago di Earthsea, ripubblicato da Mondadori nel 1989 semplicemente come Il mago, probabilmente per un desiderio di semplificazione del titolo, e ristampato nel 2002, sempre da Mondadori, nuovamente come Il mago di Earthsea.

Di comprensione più difficile il mutamento della traduzione di The Farthest Shore da quel La spiaggia più lontana usato da Nord nel 1972 a Il signore dei draghi scelto da Mondadori nel 2004. E, per completare l’opera, mentre Nord per l’intera saga aveva mantenuto il titolo originale di Earthsea, Mondadori ha deciso di tradurlo con Terramare, scelta legittima ma che a un primo sguardo potrebbe far pensare a due opere che non c’entrano nulla l’una con l’altra.

Si tratta solo di una manciata di esempi, ma l’elenco potrebbe essere molto più lungo. Il mutamento di un titolo è un problema perché crea confusione e può indurre all’acquisto erroneo di un doppione il lettore ignaro dell’esistenza delle due diverse versioni di una stessa opera. Allora perché viene fatto?

Nei casi di Dick e Asimov il primo titolo, risalente a parecchi anni fa, è chiaramente ben lontano dal titolo originale, quindi le nuove traduzioni possono essere legate a un desiderio di maggiore fedeltà alle intenzioni dell’autore. In altri casi può prevalere il desiderio di evidenziare il legame con un’altra opera molto nota che può fare da traino nelle vendite, come per la scelta di Blade Runner. Con The Farthest Shore però ci troviamo di fronte al caso di un titolo tradotto prima in modo fedele e poi in modo infedele, quindi questo discorso crolla e l’ipotesi che sembra più probabile è che a qualcuno in casa editrice il vecchio titolo non piacesse e sia stato cambiato, senza preoccuparsi della corretta traduzione o del fatto che quell’opera era già nota in un altro modo.

Sembra incredibile, ma è possibile sbagliare anche quando si traduce correttamente un titolo, come stava per fare Fanucci quando aveva annunciato che avrebbe tradotto l’undicesimo volume della Spada della verità, Confessor, come Il confessore. Peccato che per Terry Goodkind Confessor sia la protagonista femminile, Kahlan, e che in italiano la donna fosse stata definita molti romanzi prima Madre Depositaria, perciò in italiano non c’è mai stato nessun Confessore.

L’errore non si è verificato solo perché qualcuno in casa editrice se n’è accorto in tempo, anche se probabilmente all’ultimo minuto, visto che il romanzo è stato pubblicato con un paio di settimane di ritardo rispetto a quanto annunciato in precedenza con il nuovo titolo Scontro finale.

Il problema, come faceva notare tanti anni fa Umberto Eco, è che un titolo è “una chiave interpretativa” del romanzo e “non ci si può sottrarre alle (sue) suggestioni” (1). Il lettore quando acquista un’opera lo fa basandosi — oltre che su un’eventuale conoscenza dell’autore, sulla base di una recensione o su consigli di amici — sulla copertina, che è costituita dai due elementi indivisibili dell’immagine e del titolo. Il titolo perciò è fondamentale, deve catturare l’attenzione del lettore, e se l’editore ritiene che un titolo differente da quello originale possa conquistare più lettori è libero di cambiarlo. Per questo Fruttero & Lucentini nella loro traduzione di Asimov di tanti anni fa avevano optato per titoli infedeli ma suggestivi, e per questo probabilmente in Mondadori hanno deciso di cambiare il titolo del volume della Le Guin inserendovi un riferimento al più noto degli animali fantastici, un drago.

Scelta sbagliata? Per i puristi certamente sì, anche se i meccanismi che regolano il funzionamento di una casa editrice sono legati più a dinamiche commerciali volte a conquistare il maggior numero di lettori possibili che ad accontentare gli appassionati più pignoli. L’unica cosa certa è che l’esistenza di più titoli per indicare una stessa opera è il modo più sicuro per mandare in confusione il lettore.

Un’altra opzione potrebbe essere quella di mantenere il titolo originale, come ha fatto Gargoyle con la traduzione di The Eroes di Joe Abercrombie, anche se avere un titolo in lingua per un’opera tradotta appare una soluzione un po’ goffa.

Nella scelta di un titolo rientrano altri fattori come la sua lunghezza e la leggibilità. Non solo un titolo troppo lungo finirebbe inevitabilmente per lasciare poco spazio all’illustrazione di copertina, ma sarebbe anche difficile da memorizzare per il lettore. L’editore Alfred Knopf era solito rimproverare uno dei suoi autori, Dashiell Hammett, facendogli notare che “quando una persona non riesce a pronunciare il titolo o il nome dell’autore, si intimidisce e non osa più entrare in libreria per chiedere quel libro” (2). E se Knopf parlava di titoli originali, il problema si può applicare anche alla loro traduzione. Quanti ricordano correttamente il nome completo della tetralogia di Greg Keyes? The Kingdom of Thorn and Bone è diventato, con l’aggiunta di un sostantivo, La saga dei regni delle spine e delle ossa, non proprio il nome più semplice per aiutare il lettore alla sua memorizzazione.

 

La scelta è sempre difficile, e le difficoltà in agguato sono parecchie, come il rischio di possibili assonanze. In un primo tempo Patrick Rothfuss aveva pensato di intitolare la sua saga, ora nota come The Kingkiller Chronicle, The Song of Flame & Thunder, almeno finché non ha scoperto che qualche tempo prima George R.R. Martin aveva iniziato a pubblicare A Song of Ice and Fire (3). Per lui la scelta di cambiare nome è stata naturale, vista la forte somiglianza, ma casi di omonimie o quasi omonimie ne abbiamo visti parecchi. Per tornare in Italia abbiamo avuto quello di Antonia Romagnoli che nel 2008 ha pubblicato un romanzo intitolato Il segreto dell’alchimista, probabilmente senza sapere che quello stesso titolo era già stato usato da Mariangela Cerrino nel 2000. E, a ben guardare, la cosa può capitare anche con autori di diverse nazionalità che scrivono opere appartenenti a generi molto diversi fra loro.

Nel 2006, a pochi giorni di distanza l’uno dall’altro, sono usciti due libri intitolati La setta degli assassini. Uno era dell’italiana Licia Troisi, era stato pubblicato da Mondadori ed era il primo volume della saga fantasy Le guerre del Mondo Emerso. L’altro era dell’americano Ted Bell ed era un thriller pubblicato da Longanesi.

Ci possono essere, però, inconvenienti anche più insoliti. Quando, nel 1992, Sperling & Kupfer ha tradotto Tigana di Guy Gavriel Kay, ha optato per il poco significativo titolo Il paese delle due lune scegliendo di evidenziare un dettaglio assolutamente marginale dell’ambientazione. Chi ne ha fatto le spese è stato il nome dello stato che dà vita a tutta la trama, visto che quel nome è stato cancellato da una potentissima magia e che i personaggi compiono le loro azioni con il solo scopo di ripristinarlo. In questo caso il nome è stato cancellato anche dal titolo quasi certamente per evitare omonimie con il calciatore francese Jean Tigana, ritiratosi dalle competizioni solo l’anno prima, e a me viene da dire che se non avessero cambiato il titolo quando si fosse trovatodi fronte  un cliente che gli chiedeva Tigana il povero libraio non avrebbe saputo se vendere il libro o il calciatore.

Quale che sia la soluzione scelta dall’editore, fedeltà al titolo originale, ricerca di un titolo più suggestivo, mancata traduzione, ritraduzione per un qualsiasi motivo di un titolo già tradotto in altro modo, il rischio è comunque quello di incappare in problemi non preventivati all’inizio e di scontentare qualcuno. E se i titoli esistenti per diverse edizioni della stessa opera sono più di uno è altamente probabile che un buon numero di lettori si troverà in difficoltà.

Note

1) Umberto Eco, Postille a “Il nome della rosa”, 1983, in Il nome della rosa, Bompiani, Milano, 1988, pag. 507.

2) Oliviero Ponte di Pino, I mestieri del libro, Tea, Milano, 2008, pag. 126.

3) http://www.fantasymundo.com/articulos/2207/fantasymundo_entrevista_patrick_rothfuss_nombre_viento.

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