Joe Abercrombie: The Heroes

Verso la fine della sua recensione di The Heroes di Joe Abercrombie (http://www.fantasymagazine.it/libri/17990/the-heroes/) Cristina Donati ha scritto “Scrivi da dio e di sicuro leggerò gli altri tuoi libri però… Cerca di dare un attimo di respiro all’Affezionato Lettore”. La mia conclusione è diversa: Abercrombie scrive bene, infatti ho assegnato quattro stelle al suo romanzo, ma è improbabile che io decida di leggere qualche altro suo libro. Per me manca di magia, e non mi riferisco a quella capacità di alterare la realtà che li circonda propria dei maghi. Anche The Lions of Al-Rassan di Guy Gavriel Kay è praticamente privo di elementi magici intesi in senso tradizionale, eppure è uno dei libri che amo di più. Se ci sono editori in ascolto…

Leggendo The Heroes mi sono venuti in mente alcuni spunti per un approfondimento, vedremo se e quando troverò il tempo per scriverlo.

Al suo interno la magia è praticamente assente ma, come provano le opere di Kay, questo non è un problema. C’è una notevole crudezza nel descrivere la guerra, come c’è nelle Cronache del ghiaccio e del fuoco di George R.R. Martin. I personaggi subiscono ferite che li sfigurano o li storpiano per sempre, molti di loro muoiono, e a volte la morte viene anche vissuta “in presa diretta”, con gli occhi del moribondo. E anche Martin a volte si dà da fare con le descrizioni e i dettagli, e sempre si premura di ricordarci che la realtà è ben diversa dalle canzoni. La maggior parte di The Heroes è dedicata a tre giorni di una battaglia che sembra non finire mai nei pressi di un monumento megalitico chiamato Gli Eroi e nel piccolo territorio circostante della vallata di Osrung. Perciò nemmeno il togliere l’aura di eroicità alla guerra per farla vedere negli aspetti più crudi, di per sé è un problema.

Guerra, guerra e ancora guerra. In A Memory of Light, firmato da Robert Jordan e Brandon Sanderson (e ricordo che la sua traduzione con il titolo Memoria di luce è prevista per il prossimo mese di luglio) il 37° capitolo, da pagina 617 a pagina 806, si intitola The Last Battle ed è dedicato all’Ultima Battaglia, ma non è che prima e dopo non siano descritte scene di guerra. In quel caso non mi ero annoiata né avevo trovato pesanti o lunghe le descrizioni. Muoiono molti personaggi, alcuni minori ma anche altri che sono stati punti di vista in non so quanti libri, e per me la loro morte è stata estremamente dolorosa.

Qui no. Secondo me il focus è troppo ristretto. Curden lo Strozzato, Bremer dan Gorst, Calder e gli altri personaggi dopo un po’ prendono vita, anche se Abercrombie fornisce le informazioni con il contagocce e a volte lascia molto all’immaginazione. Anche Steven Erikson tende a svelare poco dei retroscena, e forse la difficoltà a capire i suoi personaggi e le loro motivazioni è una delle cose che mi ha bloccata nella lettura della Caduta di Malazan. Ma anche con Martin non tutto è evidente a prima vista, anzi, tutt’altro, e non ho mai avuto problemi. Il problema, forse, è che qui era tutto terra terra. La crudezza di Martin, anzi, una crudezza ancora maggiore. Scene di battaglia più lunghe di quelle di Jordan e Sanderson, con però personaggi con i quali non ho convissuto per anni, e i cui destini m’interessavano molto meno. La scarsità di spiegazioni. La mancanza di uno sguardo più ampio, con un’eccessiva focalizzazione sul qui e ora. I continui, troppo insistiti, dettagli truculenti. Va bene mostrare la realtà, ma sono capace di afferrare il concetto con molto meno. Oltre vent’anni fa ho letto Il talismano di Stephen King e Peter Straub. Non ricordo nulla della trama, solo che all’epoca mi era piaciuto ma che avevo trovato troppo lunghe le parti di horror. Quando i due autori attaccavano con una descrizione io pensavo “sì, va bene, qui dovrei aver paura. Ora, per piacere, potreste finirla e andare avanti con la storia?”. Anche con Abercrmbie avevo questo desiderio, la voglia che certe descrizioni fossero abbreviate per poter andare avanti con la storia, e sì che da fan di Jordan dovrei essere allenata alle descrizioni lunghe. E il banchetto dalle 77 portate di Martin dove lo mettiamo? Eppure è uno dei momenti più esaltanti della saga.

Calder e Curden ripensano a Bethod, ma a me di lui non importa proprio nulla. Analogamente a Bethod non ho mai visto né Rhaegar né Lyanna, sono tutti morti e sepolti ben prima dell’inizio della storia, ma sono avida di informazioni su di loro. I personaggi di Abercrombie soffrono, a volte perdono pezzi e a volte muoiono? Alla fine, anche se sono descritti solo in rapporto alla guerra, qualcosa (non tutto) del loro passato emerge e le loro motivazioni diventano comprensibili. Più comprensibili, per me, rispetto a quelli di Erikson. Sono personaggi vivi, a tutto tondo, ma sono vivi solo nell’istante. Non c’è nessuna prospettiva per loro anche se fanno piani per il futuro, perché non c’è nessun mondo al di fuori del campo di battaglia. Il fatto che Gorst pensi a Sipani non rende il luogo reale. E nonostante tutto il suo pianificare non riesco a immaginare Finree al di fuori del contesto in cui ho letto di lei. Cos’è l’Alleanza? Quali territori comprende il Nord? Tutto è sfumato, indistinto, e quindi per me poco reale. Onestamente, ma chi se ne frega di chi dominerà quali territori!

Non c’è magia perché anche se i personaggi di Abercrombie sono vivi, segno di un’indubbia capacità di scrittura, rimangono delle figure legate a un piccolissimo ambito. Il mondo non esiste e il mondo, per me, è una parte fondamentale del fantasy. Ne abbiamo parlato in un numero di Effemme, il quinto, dedicato ai mondi fantastici, ma anche nel sesto è confluito un mio articolo, Un solo mondo, mondi diversi per Robert Jordan che avevo preparato per il numero precedente e che non avevamo pubblicato lì per problemi di spazio. Westeros è vivo. Randland è vivo. Il Kitai è vivo. Darkover è vivo. La Terra di Mezzo è viva. Potrei andare avanti così per un bel pezzo, e mi sa che finirò per scriverne ancora. La valle di Osrung? Un ammasso di terra e rocce per cui non vale la pena combattere e morire.

Chi l’ha detto che un morto è una tragedia, sei milioni di morti una statistica? The Heroes è una statistica. Scritta bene, magari anche coinvolgente mentre la si legge, ma che per me smette di essere interessante una volta chiuso il libro. Recentemente Gargoyle ha pubblicato anche Il richiamo delle spade. Dubito che lo leggerò mai.

Edit: alla fine ho scritto l’articolo che avevo preannunciato più su, lo potete trovare in tre parti qui, qui e qui.

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14 risposte a Joe Abercrombie: The Heroes

  1. M.T. ha detto:

    La critica che manca la magia già la feci sulla recensione su The Heroes. Ho letto Il Richiamo delle Spade e da questo romanzo e dagli altri due che verranno si capirà perché in The Heroes ce n’è così poca. Abercrombie è uno scrittore valido e continuerò a leggerlo: diretto e rivelatore dell’oscurità dell’uomo, privo d’abbellimenti e fronzoli.

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    • Non parlo di magia nel senso di incantesimi, ma di magia della lettura. Ci sono romanzi storici come quelli di Colleen MecCullough (I giorni del potere e seguiti) o Il macedone di Nicholas Guild o anche Il tormento e l’estasi di Irving Stone che per me sono pieni di magia. Essendo romanzi storici non c’è nessun incantesimo, nessun evento “soprannaturale”, in qualche caso magari c’è pure qualche errore, come nel caso di Stone che non conoeseva alcuni eventi della vita di Michelangelo che sono stati scoperti in seguito. Però quando leggo quei libri sono totalmente immersa al loro interno e la realtà esterna sparisce. è questo quello che conta, e che rende un libro magico. Con Abercrombie ero sempre conscia di essere intenta nella lettura di un libro, una parte di me non ne voleva sapere di entrare nella storia.
      In Robert Jordan la magia abbonda. Fin dall’inizio vediamo cosa può fare Moiraine, e tutte le varie Aes Sedai, e in seguito anche gli Asha’man, si danno abbondantemente da fare con l’Unico Potere. In George R.R. Martin per tutto il primo romanzo, ultime righe a parte. gli unici elementi magici e/o fantastici che si vedono sono gli Estranei e il non morto nel prologo e altri due non morti in seguito. Per il resto è una storia di persone, con intrighi di corte, odi e forti passioni.Per me le due saghe si equivalgono, perché entrambe mi hanno consentito di immergermi totalmente in quei mondi. E non è nemmeno una questione di tempo di lettura forzatamente lungo perché sono saghe che ho letto fin dall’inizio e alle quali i loro autori hanno dedicato un bel po’ di anni. Amo allo stesso modo i romanzi di Guy Gavriel Kay, e sono quasi tutti opere autoconclusive che leggo in un arco di tempo piuttosto breve. Però quando le leggo io sono davvero lì dove mi ha portata Kay. Questa è la vera magia.

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      • M.T. ha detto:

        Ho capito cosa intendi per magia: io uso il termine poesia. La prosa di Kay ne è l’esempio.
        Abercrombie non è al suo livello, anche se trovo la lettura gradevole e scorrevole, cosa che a esempio con Jordan, per quanto lo apprezzi, non sempre avviene, specie nei primi libri dove a volte è un pò prolisso.
        Certo è che Abercrombie con tutto il fantasy adolescenziale e harmony che c’è stato, è una boccata d’aria fresca: era nauseante avere caterve di libri con ragazzini che senza la benché minima capacità sono salvatori del mondo. I protagonisti di quelle storie sembrano i giovani d’oggi: di certo non il futuro della società e non una risorsa su cui contare.

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  2. Ludus ha detto:

    Ciao, mi permetto di dissentire in parte dalla tua recensione. Quando lessi The Heroes lo presi per quello che era..un sequel che, mentre in Italia è uscito prima della trilogia (solo ora pubblicata), negli altri paesi era precedente a quest’opera singola. Così il contesto, l’abientazione e i personaggi inevitabilmente finiscono per perdere quei contorni definiti che li caratterizzano e di cui si portano dietro gli strascichi in The Heroes. Parte della magia l’hai persa in virtù di questo espediente editoriale, a mio avviso. Nonostante ciò ho trovato piacevole lo stile di Abercrombie e voglio leggere la trilogia precedente per capire quanto trapelava in The Heroes. Jordan e Martin li leggiamo di seguito, secondo un ordine cronologico. Vien da se che in tal caso tutto acquista uno spessore in costante aumento, al pari del coinvolgimento.
    Con Abercrombie ciò non è stato possibile per la scelta della casa editrice, non dell’autore. Non voglio sponsorizzarlo, ne tantomeno convincerti. Solo puntualizzare un elemento fondamentale, secondo me, a causa del quale ti è sfuggito quel coinvolgimento, quella “magia” come la chiami tu, che hai tanto apprezzato altrove. Qui non è che manca, è semplicemente stata manomessa da terzi che ora stanno cercando di ripristinare il giusto piano dell’opera.

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    • Ludus ha detto:

      Scusami, preciso un errore. La parola “precedente”, al terzo rigo, sostituiscila con “successivo”. 🙂

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      • Ciao Ludus
        conosco bene le vicende editoriali dei romanzi di Abercrombie. L’anno scorso al salone del libro di Torino mi ero fermata allo stand Gargoyle a chiaccherare con la loro addetta stampa, che mi aveva anticipato quel che avevano in programma. La loro idea era di partire prima con The Heroes perché era un romanzo che poteva essere letto anche in modo autonomo per valutare la risposta del pubblico e iniziare a far conoscere l’autore. Poi, ma questo intendevano farlo fin da subito, avrebbero tradotto le altre opere.
        Questo libro contiene in sé una storia compiuta, perciò anche se fa parte di qualcosa di più grande può essere letto da solo. Il cavaliere errante di Martin può essere letto e amato da chi non conosce i romanzi, mentre Il regno dei lupi (o Il regno dei lupi e La regina dei draghi se vogliamo fare un romanzo completo) no. La storia è un frammento, non ha inizio né fine e quindi non può essere letta da sola.
        La mia impressione è che The Heroes sia più vicino al Cavaliere errante che al Regno dei lupi. La trama regge, ha un inizio e una fine, i personaggi sono convincenti, ma nonostante questo non sono comunque riuscita a entrare nel libro. Abercrombie mi sembra un ottimo scrittore, ma almeno per ora il feeling fra lui e me non è scattato, e considerando il numero enorme di libri che vorrei leggere e il poco tempo a mia disposizione dubito che leggerò qualcos’altro di suo. Per ora valuterò le recensioni degli altri.

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  3. Ludus ha detto:

    Certo..è autonomo come il Cavaliere Errante. Ma quanti avrebbero apprezzato appieno quest’ultimo senza conoscere nulla della relativa saga da cui è tratto? Penso non molti…lo stesso discorso può valere per The Heroes nel tuo caso. Ad ogni modo fai bene a centellinare le letture in base a ciò che maggiormente ti aggrada, da lettore faccio la stessa cosa. I gusti sono personali e più di tanto non si possono discutere.
    Mi ha fatto piacere scambiare due chiacchiere su una lettura che abbiamo condiviso. Alla prossima.

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    • In Italia abbiamo una cultura del racconto molto inferiore rispetto agli Stati Uniti, dove le riviste sono ottime palestre per formare i giovani autori. Lì i racconti hanno un peso, e la gente li legge volentieri. Da noi vengono visti spesso dagli autori come un ripiego, e dai lettori come qualcosa di comunque inferiore al romanzo. Io so di aver letto racconti meravigliosi, che non hanno nulla da invidiare a testi più lunghi, ma la percezione generale è diversa dalla mia.
      Martin ha dichiarato che gli è capitato di aver incontrato parecchie persone che sono rimaste affascinate dal Cavaliere errante, racconto letto perché avevano comprato l’antologia Legends solo per poter leggere uno degli altri racconti presenti al suo interno (ricordo che in Legends compaiono autori come Stephen King o Robert Jordan). Dopo aver letto il racconto molte persone sono andate a cercare i romanzi.
      Comunque la possibilità di incappare prima nel libro sbagliato esiste, se la prima cosa che avessi letto di Jordan fosse stato l’unico romanzo di Conan tradotto in Italia non avrei mai letto La Ruota del Tempo perché quel romanzo mi ha detto ben poco. Certo, lì il mondo non l’aveva inventato Jordan, avrei anche potuto immaginare che L’Occhio del Mondo sarebbe stata tutt’altra cosa, ma avrei mai iniziato la lettura? Ne dubito. A volte è anche solo questione di fortuna in base a quale libro capita per primo nelle nostre mani.

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  4. @M.T.
    Come sempre le definizioni sono insufficienti, la mia come la tua. Possiamo provarci, ma ogni termine ha bisogno della sua spiegazione. Capisco cosa intendi, ma io preferisco non usare il termine poesia perché se è vero che il linguaggio di Kay è poetico non lo è né quello di Martin né quello di Jordan. Possiamo dire che fra le loro opere e me c’è affinità, ma il singolo termine è davvero difficile da trovare.
    Altri libri di Abercrombie? Per ora non li leggo di sicuro, anche se continuerò a leggere le recensioni, in futuro si vedrà. Magari prima o poi riuscirò persino a essere meno incasinata di adesso, anche se ne dubito. Pensa che sono anni che dico che dovrei leggere Il conte di Montecristo, e ancora non l’ho fatto.

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  5. M.T. ha detto:

    Già, è una questione di termini. Per quanto apprezzato, il linguaggio di Jordan non raggiunge quello di Kay, almeno per me.
    Io invece mi fermo con la lettura di Morgan: interessante e oscuro il mondo, ben strutturato l’intreccio, ma l’approccio avuto con Ringil non l’ho apprezzato.

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  6. Dany ha detto:

    Arrivo con un annetto di ritardo su Abercrombie, ma visto che nel blog c’è il tasto “cerca” proprio per ricercare gli articoli vecchi, ne approfitto per lasciare il mio commento 🙂 .
    Ho cominciato da poco a leggere “il richiamo delle spade”. Non ho letto altro di Abercrombie. Diciamo che sono poco dopo un terzo del libro, quindi ogni mia considerazione potrebbe essere prematura, in ogni modo, in generale bastano poche pagine per capire se si ha “feeling” con uno scrittore e devo ammettere che tra i miei gusti ed Abercrombie, a primo impatto, c’è molto “feeling”.
    Anche io do molta importanza al mondo e soprattutto alla credibilità dello stesso, ma non ho ancora strumenti per giudicare l’operato di Abercrombie. Mi fido molto di quello che dice Martina, e la cosa mi intimorisce un pò … sinceramente speravo di ritrovarmi di fronte ad un mondo tipo quello di Sanderson ne “Le cronache della folgoluce”, ma avendo appena letto l’articolo, suppongo non sarà così … Mi sento però di sottolineare quello che sto apprezzando della sua scrittura : 1) Il ritmo : mi piace il ritmo della sua scrittura : in generale, al momento (per quel poco che ho letto) non mi sono mai annoiato, anzi! 2) La sua capacità di far “vivere” le scene descritte nella mente del lettore, ossia, “vedere e vivere la scena mentre si legge”. Mi sembra che è una cosa che gli riesce piuttosto bene e a cui io do molto peso.

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    • Come ho detto, Abercrombie sa scrivere. I suoi personaggi sono ben caratterizzati, ma è mancato quel qualcosa che mi ha fatto divorare il lobro. L’ho letto, ma la cosa era un po’ forzata anche se riconoscevo le capacità dello scrittore. è una semplice questione di gusti presonali. Nessun autore, per quanto bravo, può piacere a tutti e io con The Heroes sono quasi sempre rimasta fredda. Troppo per poter desiderare di leggere altri libri suoi, anche se non è detto che in futuro non possa cambiare idea.

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  7. Dany ha detto:

    P.S. Credo che la “Poesia” d cui parla M.T. e la “Magia” di cui parla Martina siano più o meno lo stesso concetto che io ho provato goffamente a descrivere al punto 2 qui sopra… Nel libro “il richiamo delle spade” a me sembra che questa “posia/magia” ci sia.

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    • In questo caso io e M.T. abbiamo usato termini diversi ma ci riferivamo alla stessa cosa. Peccato che a volte i libri, anche se ben scritti, possano riuscire a parlare alla nostra mente e non trovare la strada per il nostro cuore.

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