Tarmon Gai’don

The Last Battle. L’Ultima Battaglia. Lo sapevamo fin dall’inizio che ci sarebbe stato un capitolo con questo titolo, prima ancora che A Memory of Light fosse pubblicato, ed eccolo qui. Si estende da pagina 617 a pagina 806, in tutto sono 189 pagine. L’ho già scritto, quanti romanzi sono più corti di questo solo capitolo?

Non l’ho ancora letto, prima di iniziare a farlo rifiato e scrivo. Spoiler ridotti al minimo per chi ha letto Le torri di mezzanotte, grandi come Montedrago per chi non lo ha fatto.

L’icona è quella dell’antico simbolo Aes Sedai, un cerchio diviso in due da una linea sinuosa. Yin e Yang, Saidar e Saidin, a formare insieme l’Unico Potere, anche se sospetto che pure il Vero Potere avrà un ruolo determinante da giocare. E, contrariamente al solito, questo capitolo è aperto da una citazione.

Poche righe che sembrano togliere ogni speranza, che parlano delle armate dell’Oscurità e dell’Ombra che cala sulla Terra, vergate dalla mano di Loial figlio di Arent figlio di Halan sul suo taccuino di appunti. Perché un taccuino e non il libro che, come ci ha ricordato, deve ancora finire? La prima risposta potrebbe essere che Loial muore e non riesce a completare il libro, anche se noi sappiamo che viene pubblicato. La citazione che apre Le torri di mezzanotte proviene dal libro Il drago Rinato scritto proprio da Loial, anche se nulla ci dice che sia stato pubblicato nella Quarta Era. Una citazione della Quarta Era apriva però L’Occhio del Mondo, e il solo fatto che una Quarta Era possa esistere indica che il Tenebroso è stato sconfitto, anche se ancora non sappiamo come e anzi siamo forse nel momento più oscuro. Certo, il libro può essere stato pubblicato postumo, nulla sappiamo, per ora, di un’eventuale sopravvivenza di Loial. In fondo anche Presagi di Tempesta, Le torri di mezzanotte e A Memory of Light sono postumi, con Brandon Sanderson che li ha completati anni dopo la morte di Robert Jordan. Dagli appunti di Loial sappiamo che la situazione è brutta, ma lo sapevamo anche senza leggere queste righe.

Quanto brutta?

A partire dal 2006, anno in cui sono entrata nella redazione di FantasyMagazine, ho scritto parecchie recensioni, comprese quelle di molti romanzi di Jordan. Quella del Signore del Caos, e poi tutte quelle da Il sentiero dei pugnali in poi.

La lama dei sogni è stato l’ultimo romanzo completato da Jordan, e oltre due anni e mezzo fa io avevo iniziato la recensione con queste parole:

Ormai non ci sono più dubbi, Tarmon Gai’don sta arrivando. Se ne possono cogliere i segni ovunque, nei morti che camminano come nella moltitudine di altri eventi normalmente inspiegabili che continuano a capitare. Non esiste un posto sicuro nel quale rifugiarsi in attesa che passi la tempesta: se vogliono sopravvivere alla tempesta che sta per arrivare tutti, dai sovrani al più insignificante dei sudditi, devono fare la loro parte.

Se volete leggere il testo completo lo potete trovare qui: http://www.fantasymagazine.it/libri/12714/la-lama-dei-sogni/.

Questa è davvero la fine del mondo.

Gli appassionati di fantasy, così come quelli di fantascienza apocalittica, sono abituati a visioni terrificanti, e alla prospettiva che l’intero genere umano possa essere spazzato via da un Signore del Male o da un qualche tipo di evento catastrofico. Nel Signore degli anelli noi sappiamo benissimo che se Sauron dovesse arrivare a dominare il mondo creato da J.R.R. Tolkien gli uomini morirebbero tutti, o vivrebbero in uno stato di perenne schiavitù priva di ogni speranza. Ma quanto è forte il tocco di Sauron sul mondo? Ci sono orde di orchi, una guerra in cui la sconfitta significherebbe la fine di tutto, Denethor che impazzisce, Saruman che passa dall’altra parte, ma sappiamo entro breve chi sono i buoni e chi sono i cattivi, di chi possiamo fidarci e di chi no, e anche se le terre attraversate da Frodo e Sam sono malate a Rohan non ci sono particolari problemi, e nella Contea nessuno nota nulla o almeno nessuno capisce la portata degli eventi che si stanno svolgendo. Sauron ha un’influenza molto limitata, fatti salvi gli spostamenti degli eserciti e dei Cavalieri Neri può agire solo su poche persone e in zone molto circoscritte.

Guy Gavriel Kay si comporta allo stesso modo. Rakhot Maugrim il Distruttore lancia un segnale fortissimo della sua liberazione nella Trilogia di Fionavar, e Galadan, Signore dei lupi, crea più di qualche problema visto che, incredibilmente, ha obiettivi più pericolosi di quelli del suo Signore. Il Primo di tutti i Mondi rischia di scomparire, e gli altri con lui, ma al di là della siccità e dell’inverno perenne sconfitti dai ragazzi di Montreal, il regno di Brennin e tutti gli altri territori circostanti non se la passano tanto male. Quella che devono fronteggiare in fondo è un’invasione, anche una sconfitta significherebbe la fine di tutto.

Lo stesso schema, con eserciti e al massimo qualche problema minore, si ripete in Terry Brooks e Terry Goodkind, almeno fino a dove sono arrivata con la mia lettura (i primi otto Shannara e i primi sette Spada della Verità). Il male va sconfitto, in caso contrario il genere umano, così come lo conosciamo noi, non esisterebbe più, ma è una battaglia che si combatte principalmente contro un nemico visibile facendosi forza sulle armi fisiche e sulla forza di volontà. La magia svolge la sua funzione, ma tutto resta comunque circoscritto a un confronto abbastanza diretto che non affligge chi teoricamente non prende parte alla guerra.

Brandon Sanderson va oltre. Lui è cresciuto a pane e Jordan, e la trilogia di Mistborn ne è una prova. Nell’Ultimo impero abbiamo la cenere che cade perennemente dal cielo e clima e struttura sociale che non sono esattamente ciò che noi definiremmo ideali. Il campione delle Ere presenta il conflitto finale, e Vin ed Elend, come tutti gli altri protagonisti della storia, devono lottare in un mondo i cui confini abitabili si vanno restringendo sempre più. Lì davvero si percepisce la fine del mondo.

Ecco, questo è quanto avviene in questa saga, solo su scala molto più grande. Il cibo si guasta ovunque, anche se siamo ben lontani dai conflitti. Le bolle di male possono colpire qualsiasi località in tempi e modi assolutamente imprevedibili. Abbiamo i terremoti, o la terra che improvvisamente perde la sua solidità per risucchiare al proprio interno i malcapitati passanti. Abbiamo momenti di follia, che possono anche riproporsi sempre uguali, con l’unica possibilità di espandersi sempre più. Abbiamo edifici che cambiano, perché anche le cose più solide non sono più così solide. Abbiamo la luce risucchiata dall’oscurità, un’Oscurità talmente vasta da non poterne percepire la fine.

E non possiamo più fidarci di nulla e di nessuno, nemmeno di noi stessi.

Com’è leggere questo libro? È strano e familiare allo stesso tempo.

Ne ho letti ormai due terzi, dovrei sapere come rapportarmi a lui, cosa pensarne, e invece sono spinta solo dal bisogno di andare avanti, come un assetato, con la paura di bere troppa acqua e di finire con lo stare male dopo.

Ho letto per la prima volta L’Occhio del Mondo nel 1992, quindi ormai sono passati oltre vent’anni. Ricordo bene quel giorno quando io e mio fratello guardavamo fra gli scaffali in cerca di qualcosa da leggere. Potevamo prendere tre libri a testa, sei in tutto, e all’epoca leggevamo le stesse cose. Non ricordo quali fossero gli altri quattro, so che mentre io leggevo Jordan lui era impegnato con I giorni del potere di Colleen McCullough. Me ne parlava benissimo, e aveva ragione. Quello è uno dei più bei romanzi che io abbia mai letto, e quella lettura mi ha spinto a studiare un po’ meglio la storia romana e a leggere opere di Sallustio o Cicerone. Incredibile cosa può fare un romanzo, vero? Dal canto mio io ero convinta che il libro che stava leggendo lui non potesse essere migliore di quello che stavo leggendo io, e avevo ragione. Ricordo la febbre per quel libro, perché anche se l’inizio è decisamente molto tolkieniano in quelle pagine c’è molto di più che una mera riproposizione del Signore degli anelli. Basta solo darsi abbastanza tempo per scoprirlo, senza fermarsi delusi alla vista del cavalieri neri o alla fuga della Compagnia.

Dopo i primi tre romanzi ho dovuto aspettarne nove per andare avanti con la serie, visto che Mondadori ci ha piantati in asso nel 1995 con Il Drago Rinato. Non potevamo saperlo all’epoca che quello era l’ultimo libro dedicato alla Compagnia, per quanto sparsa ai quattro angoli di Randland, e che con L’ascesa dell’Ombra il protagonista sarebbe diventato il mondo.

Ho iniziato a studiare seriamente inglese all’inizio del 2002 perché volevo proseguire la lettura della Ruota del Tempo. Posso anche raccontare che l’ho fatto perché conoscere le lingue offre maggiori opportunità di lavoro, ma la realtà è questa. Io ho dedicato alcuni mesi allo studio intensivo della lingua per poter leggere questi romanzi. Poi, visto che Fanucci aveva ricominciato la pubblicazione della saga, ho continuato a studiare e ho iniziato a leggere altri autori, Mercedes Lackey prima e Guy Gavriel Kay poi. Ottima scelta, per quanto letti in inglese quelli di Kay sono fra i migliori libri che io abbia mai letto. È lui il mio scrittore preferito, non Jordan e nemmeno George R.R. Martin, sulla cui conclusione della saga sono molto preoccupata. Ma questa, come diceva Michael Ende, è un’altra storia, perciò la racconterò in un’altra occasione.

Pensavo, leggendo le traduzioni Fanucci, che non avrei letto Jordan in lingua originale perché in italiano fatico meno e capisco di più. Non è un problema di azioni, quelle le capisco chiaramente, ma se un personaggio si ferma a riposare sotto un albero io riesco a capire cosa fa, ma per sapere se è una quercia o un faggio devo prendere il vocabolario. L’esempio è inventato ma serve a far capire il tipo di dettagli che a volte perdo. Però all’inizio del decennio avevo sottovalutato internet, il divertimento a chiacchierare dei miei romanzi preferiti, il fatto di essere diventata un esperto su alcuni autori, e l’altissimo rischio spoiler. Da The Gathering Storm leggo prima in inglese e poi in italiano.

Com’è ritornare nella Ruota del Tempo? Un po’ è come tornare a casa dopo un lungo viaggio. Le prime volte che avevo provato questo tipo di sentimento con un libro era stato con Marion Zimmer Bradley e Katharine Kerr. Che bello essere di nuovo a casa, trascorrere ancora tempo in un confortevole ambiente familiare insieme a vecchi amici. Certo, ci sono problemi, ma come si può avere una storia senza problemi? L’importante è lasciarsi scaldare dal calore della vicinanza e andare avanti.

Quella di Jordan è la storia che mi ha accompagnata più a lungo, anche se sospetto che Le cronache del ghiaccio e del fuoco, per me iniziate nel 1999, batteranno La Ruota del Tempo. Perciò è bello, e familiare, ritornare il quel mondo. Triste anche, perché so che è l’ultima volta che potrò farlo. Ma questi sono sentimenti sotterranei, che sgorgano quasi sempre solo quando io gli e lo permetto, anche se a volte mi colpiscono a tradimento. Quello che stiamo leggendo è Jordan, e non possiamo aspettarci nulla di diverso. È familiare, anche se non sappiamo cosa avverrà.

In molti si lamentano che Jordan sia troppo prolisso. Io no. Ciascuno scrittore ha il suo stile, e anche se apprezzo cose molto diverse so fin dall’inizio che questo è il suo modo di scrivere, e che per andare da un punto all’altro lui si prende il suo tempo.

Un romanzo che adoro è A Song for Arbonne di Kay. Non è quello che mi piace di più, è semplicemente il primo che ho letto in lingua originale.

Il prologo narra di Aelis, del suo incontro con un misterioso cavaliere e di quel che è avvenuto dopo. Neanche venti pagine, ambientate mi pare un paio di decenni prima rispetto allo svolgimento vero e proprio del romanzo. Fin qui nulla di strano, i prologhi spesso sono lontani nel tempo e/o nello spazio rispetto al filo della trama, e le due cose si ricongiungono solo dopo molto tempo. Passiamo al primo capitolo, e troviamo Blaise impegnato in una difficile missione. Assistiamo al suo svoglimento, che non è esattamente quel che Blaise avrebbe voluto, e poi lo ritroviamo al castello del signore presso cui ha impegnato la sua spada, non prima di aver incontrato una donna che ha problemi ben diversi dai suoi. Kay mostra lo svolgimento della missione, non quel che accade quando Blaise torna indietro. E se la visita di Bertran viene mostrata nei dettagli è solo perché serve, tanto è vero che alla fine della prima parte vediamo Blaise che va da lui, ma non vediamo come i due – e tutte le altre persone presenti – si relazionano. La seconda parte si svolge qualche mese dopo. C’è un salto temporale, perché quello che avviene di mezzo non è importante.

In un primo momento ne ero rimasta delusa, avrei voluto vedere quel che facevano, e quel che dicevano, i due uomini. Ma no, non è necessario, il loro rapporto è evidente da quanto viene detto e fatto subito dopo. Prova ne è che che le loro vicende mi hanno coinvolta in modo quasi febbrile.

Ecco, Kay narra l’essenziale, tagliando tutto il resto. Jordan non taglia nulla. Sono due stili diversi, ma li amo entrambi. Eppure talvolta si ha comunque una sensazione strana nel leggere questo libro. Nella recensione delle Torri di mezzanotte avevo scritto:

Il Disegno si sta sfilacciando, lacerato dal tocco sempre più forte del Tenebroso. Tarmon gai’don è iniziato, e tutti i precedenti dissapori devono essere accantonati in vista di un confronto più grande.

L’invasione delle Marche di Confine inizia già nel prologo, e i punti di vista dedicati a Rodel Ituralde non fanno che confermare la gravità delle situazione. Non c’è più tempo per la diffidenza fra i vari gruppi di esseri umani, fra eserciti e troni rivali, eppure è proprio il tempo l’unico neo di questo romanzo.

Presagi di tempesta era terminato con un Rand al’Thor rigenerato. Passato attraverso il suo personale inferno, il Drago rinato era riuscito finalmente a trovare l’equilibrio, un equilibrio talmente grande che, ogni volta che appare, non possiamo che rimanere stupiti dalle dimensioni del cambiamento. Lo vediamo nel primo capitolo, quando ritroviamo uno dei personaggi minori di L’Occhio del Mondo in una scena che mischia insieme la disperazione più profonda e una rinata speranza. Lo vediamo nella Pietra di Tear, quando una verità a lungo nascosta viene finalmente svelata. Lo vediamo, infine, in una scena dalla potenza distruttiva enorme, breve assaggio di quel che deve accadere.

E proprio per questo, proprio per quei Trolloc che sembrano emergere dalla Macchia senza fine, ogni rallentamento sembra eccessivo. Rand è cambiato, e il Mondo ha bisogno di lui. Nonostante questo, però, ciascun personaggio continua a fare i suoi piani personali.

Questa è la recensione completa: http://www.fantasymagazine.it/libri/16340/le-torri-di-mezzanotte/.

Nelle Torri di mezzanotte avevamo Ituralde che combatteva disperato mentre altri proseguivano con i loro piani. Qui la cosa è solo accentuata. Dove si combatte si combatte sul serio, ma in altri punti i personaggi si muovono come se l’Ultima battaglia non fosse iniziata. Anche se, come detto, le bolle di male possono colpire ovunque e in qualunque momento. C’è questa consapevolezza, ci sono un bel po’ di cose che vanno a rotoli, ma non sempre troviamo la fretta che ci aspetteremmo, l’urgenza che vediamo invece nei capitoli dedicati alla battaglia.

La copertina dell'ebook di Il signore del Caos

La copertina dell’ebook di Il signore del Caos

Battaglie ne avevamo già viste, pensiamo a Perrin e ai Fiumi Gemelli nell’Ascesa dell’Ombra, all’assedio di Cairhien o a quello più ristretto nel palazzo reale di Caemlyn nei Fuochi del Cielo, ai Pozzi di Dumai nel Signore del Caos, a quanto fatto dalla Banda della Mano Rossa o alla presa del potere da parte di Elayne. Qui si comincia con Talmanes, quel Talmanes che alla fine del romanzo precedente aveva visto Caemlyn in fiamme. Là dove avevamo terminato ricominciamo, ma questo vale per tutti. Chi stava pianificando a Maradon sta ancora pianificando, almeno all’inizio. Penso sia questo a far dire a Patrick St.Dennis che il romanzo sia pieno di parti inutili e riempitive. Vi avevo già segnalato un suo commento, http://fantasyhotlist.blogspot.it/2013/01/hmmm.html, ma come me anche lui ha fatto un secondo aggiornamento: http://fantasyhotlist.blogspot.it/2013/01/a-memory-of-light-update.html.

Io rispetto la sua opinione, spesso la condivido, ma non è questo il caso. Su Sanderson quasi sempre la pensiamo in modi opposti. Lui è un po’ più avanti di me ma potete leggere tranquillamente i suoi commenti, sono privi di spoiler. Un’altra recensione, un po’ più dettagliata e dedicata all’intero romanzo, si trova qui: http://13depository.blogspot.it/2013/01/non-spoiler-review-of-memory-of-light.html. L’ho letta perché nel titolo prometteva di essere senza spoiler, anche se ovviamente alcuni piccoli spoiler ci sono. Come si fa a parlare di un libro senza parlarne?

Ci sono molte sequenze dedicate alle battaglie, l’ho detto. Io non amo le battaglie, ma nonostante questo non mi sono annoiata e non le ho trovate pesanti. Sono ben descritte e anche necessarie, anche perché non sempre quel che sta accadendo è evidente a un primo sguardo. Abbiamo letto libri su libri in questi anni, con scene che a volte sono state ritenute superflue. Forse qualcuna superflua lo è davvero, anche se io mi sono divertita a leggerla, ma molte gettano piccoli semi che danno i suoi frutti proprio in questo libro. Non so nemmeno io quanti sono i personaggi che tornano, quanti sono gli eventi basati su qualcosa che abbiamo visto accadere uno, due, o anche dieci libri fa. Riprendo un’altra mia vecchia recensione, quella del Sentiero dei pugnali:

Per certi versi l’ottavo romanzo della saga de La Ruota del Tempo è un’opera di transizione. I personaggi delineati da Robert Jordan sono vivi e continuano a mostrare nuove sfaccettature dei loro caratteri che li rendono sempre più affascinanti.

Per contro, sembra che la storia stenti un po’ a decollare.

(…)

E se la curiosità circa il possibile utilizzo della Scodella dei Venti non aveva fatto che crescere nei due romanzi precedenti, qui l’impressione è che ci voglia un po’ troppo tempo per arrivare a un’azione che concluda la vicenda. Anche se poi, come sempre in questa saga, una conclusione non è mai davvero tale, e ogni azione provoca delle conseguenze che danno nuovo slancio a tutta la Storia.

Inoltre, malgrado la lentezza nell’arrivare a un gesto tanto atteso, che in certi momenti può dare un’impressione di eccessiva staticità nella trama, il tempo impiegato nel cammino si rivela necessario per capire meglio le dinamiche del gruppo dei personaggi o per inserire frammenti d’informazioni che potranno essere utili in futuro.

Proprio la capacità dell’autore di pianificare la sua opera, e inserire con anni d’anticipo dettagli che il tempo avrebbe svelato sotto una nuova luce, rimane uno dei tratti distintivi della saga.

La mia recensione: http://www.fantasymagazine.it/libri/9258/il-sentiero-dei-pugnali/. Non sto riprendendo in mano le vecchie recensioni perché non so cosa dire. Lo sto facendo perché quelle parole sono ancora attuali, valevano per quei romanzi e valgono ancora ora. Cambiano i dettagli, gli eventi, la storia è molto più avanti, ma è sempre la stessa storia. Stiamo leggendo degli stessi personaggi, e se anche è cambiato l’autore che ha scelto buona parte delle parole questo cambiamento non si percepisce quasi, perché la regia è sempre la stessa. Non so a cosa porterà il finale, anche se dalle reazioni di Leigh Butler (http://www.tor.com/blogs/2012/12/the-wheel-of-time-a-memory-of-light-spoiler-free-review) e di Jason Denzel (http://www.tor.com/blogs/2012/09/qdear-robert-jordanq-a-response-to-a-memory-of-light) mi aspetto grandi cose. Non aspettiamoci però un cambiamento nel modo di scrivere o di portare avanti la storia. La fine sta arrivando, ma arriva al passo di Jordan.

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14 risposte a Tarmon Gai’don

  1. Ho letto mezzo capitolo. Cielo! Ho bisogno di rifiatare…

  2. Lo sapevo! E ora? E oraaaa????? Aaaahrg!!!

  3. augh! pant… pant… arfh… blah……………………………………………………………………………………………………………………………………………………………………………………………………………………………………………………………………………………………………………………………………………………………………………………………………………………………………………………………………………!?!…

  4. Anche lui? Era prevedibile, ma… a quanto ammonta ora il conto del macellaio? Lo farò in un altro momento, ora ho finito The Last Battle ma mancano ancora un centinaio di pagine per finire A Memory of Light. Certo, per un po’ mi sono sentita Leigh Butler con la sua recensione non-spoiler.
    Speriamo….

  5. Oh My God! This… This is… This isn’t… This…

  6. M.T. ha detto:

    Mi sa che la lettura ti sta un pò prendendo la mano 😛

  7. Possiamo dire che la lettura mi ha lievemente coinvolta. Ma giusto un po’… 😛

  8. Raffaello ha detto:

    Devo dire che è massacrante leggere i tuoi articoli e non avere in mano il libro per cominciare a mia volta. Ma ora che sono arrivato alla fine di questo articolo, comincio subito con il successivo…vediamo un po’….

  9. Io faccio del mio meglio per mostrare il coinvolgimento emotivo senza rivelare nulla o quasi di quel che accade. La saga la conosci benissimo anche tu, perciò sai cosa si può trovare, sia a livello intellettivo che a livello emotivo, in questi romanzi. Io mi sono trovata più volte sul punto di piangere, e più volte sono scoppiata a ridere. In alcuni punti ghignavo come un bambino che sta progettando una marachella.
    Sanderson è stato bravissimo, ma rimpiangerò sempre il fatto di non poter leggere nuove storie scritte da Jordan. Al di là del fatto che, da quel che so di lui come persona, mi sarebbe piaciuto conoscerlo e reputo la morte di James Rigney una grande perdita.

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