Silvana De Mari: Il drago come realtà

Non si può discendere due volte nel medesimo fiume” diceva diversi secoli prima di Cristo il filosofo Eraclito di Efeso. Non si può perché fra la prima e la seconda volta è trascorso del tempo, e sia noi che il fiume siamo in qualche misura diversi. E non si può leggere due volte lo stesso libro, o se lo si fa quello che rimane sono due impressioni diverse.

Ho letto per la prima volta Il drago come realtà di Silvana De Mari nel 2007. Scrivevo per FantasyMagazine solo da poco tempo, ero diventata mamma da ancora meno e, fra le altre cose, avevo appena letto Il mondo incantato di Bruno Bettelheim, ma non conoscevo le opere narrative della De Mari.

Sono passati alcuni anni e non solo continuo a scrivere recensioni e altri articoli ma ho anche aperto il mio blog, cosa che mi ha dato più fiducia nella mia scrittura e mi ha permesso di esprimermi più liberamente, ho avuto un’altra figlia, ho letto Il cavaliere, la strega, la morte e il diavolo, L’ultimo elfo, L’ultimo orco, La bestia e la bella, L’ultima stella a destra della luna, Gli ultimi incantesimi e L’ultima profezia del mondo degli uomini della De Mari oltre a svariati testi di autori quali Carl Gustav Jung, Otto Rank e, perché no, anche Marina Lenti e Rita Ricci, che non saranno certo famose come gli altri autori citati ma sanno pensare e sanno scrivere molto bene. E, già che c’ero, ho appena riletto Il mondo incantato.

Ovvio che la mia percezione di Il drago come realtà sia un po’ cambiata. All’epoca ne avevo fatto una recensione, che ho riproposto anche qui: https://librolandia.wordpress.com/2011/07/12/il-drago-come-realta-di-silvana-de-mari/. Non la rinnego, cambiare idea è sempre possibile, una delle caratteristiche che ci rende umani è proprio la capacità di imparare nuove cose e di saper guardare quelle vecchie con occhi nuovi, ma all’epoca ero convinta di quel che scrivevo e ancora adesso so il perché di determinate frasi.

Si tratta di un saggio molto particolare, nel quale la De Mari, medico chirurgo, cerca d’inserire di tutto. Troppo, forse, finendo così per affiancare cose molto diverse fra loro, al punto da smarrire, a volte, il filo del discorso. Ne risente lo stesso linguaggio, che oscilla fra spiegazioni semplici ed esposte con chiarezza ad altre tecniche e scientifiche che possono mettere in difficoltà il lettore impreparato.

Il discorso della De Mari è ampio, talmente ampio che ridurlo alle pagine di questo testo è un po’ come fargli violenza, comprimerlo per mantenere un formato agile, però così alcune cose risultano difficili. Ora non ho avuto problemi con le spiegazioni mediche, ma all’epoca mi ci ero persa. Certo, un po’ è colpa mia, essendo reduce dalla lettura di Bettelheim mi aspettavo da questo saggio qualcosa che non poteva esserci perché l’impostazione era diversa, ma se comunque avevo faticato a seguire il discorso significa che i profani avevano bisogno di qualche spiegazione in più.

Ma per arrivare ad illustrare quale sia la realtà nascosta dentro la fiaba, la De Mari divaga, fa giri contorti, aggiunge informazioni su informazioni. Spiega cosa sono i neurotrasmettitori e quale sia il significato delle emozioni. Traccia rapidamente la storia dell’evoluzione del genere umano, soffermandosi sui dolori del parto. Parla delle endorfine e dell’effetto placebo. Fino ad arrivare, appunto, al racconto di chi sia, veramente, una Strega.

Ora mi prudono le dita dalla voglia di cancellare un paio di virgole, ma a parte questo proprio il parlare di giri contorti evidenzia la mia difficoltà a seguire il testo. Difficoltà data dalla mia ignoranza di qualsiasi aspetto medico, dalla lettura troppo fresca di un saggio che trattava argomenti simili ma da un’altra angolazione – il che significa non che si contraddicono, ma che mettono in luce aspetti diversi delle fiabe – e anche dalla mia ignoranza delle opere della De Mari. All’epoca non sapevo chi fossero Rosalba o Rankstrail, e tutte le mie informazioni venivano da queste poche righe che in teoria avrebbero dovuto reggersi in piedi da sole ma che in pratica sono molto più chiare conoscendo le storie alle quali l’autrice si riferisce. E non è vanità l’autocitazione, ma semplice voglia di far capire come possa essere usato lo strumento del fantastico per comunicare le realtà importanti. Anche Guy Gavriel Kay, scrittore straordinario che io cito ripetutamente per convincervi a leggerlo se ancora non vi siete decisi a farlo, ha spiegato più volte come il fantastico possa essere usato per parlare della realtà, e ovviamente lo ha fatto citando le sue opere. È una semplice questione pratica: sono le opere che lo scrittore conosce meglio, al di là del fatto che vorrebbe che fossero lette dal maggior numero possibile di persone.

All’epoca al libro avevo assegnato tre stelline, ora glie ne darei quattro. Sono cresciuta io e quindi è cresciuta la mia capacità di leggerlo, ma non va dimenticato che uno dei pregi dei libri più importanti è quello di saper parlare a ciascuno donandogli quello che è in grado di ricevere. Perché Il piccolo principe è amato sia dai grandi che dai bambini? Perché Antoine de Saint-Exupéry è riuscito a trovare il modo di parlare a tutti, usando per ciascuno il linguaggio adatto.

Per una persona con poche basi (mi riferisco a un determinato tipo di saggi, non a una cultura generica o all’abitudine alla lettura) Il drago come realtà è interessante ma anche impegnativo e a tratti dispersivo o oscuro. Se però ci si riesce a formare una certa base il discorso della De Mari è molto interessante oltre che chiaro. Non vedo l’ora di poter leggere il suo prossimo saggio, La realtà dell’orco, quando finalmente verrà pubblicato. Perché, come dimenticano di notare tutti coloro che criticano la scrittrice, “le fiabe dicono la verità, e bisogna credergli. Perché le fiabe dicono che gli Orchi esistono, e che possono essere salvati.

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