Filippo Tuena: Stranieri alla terra

Alcune parole appuntate rapidamente, la ruota di una motocicletta e una striscia d’asfalto che le scorre sotto, il passato subito dimenticato nella corsa verso un orizzonte lontano, forse irraggiungibile, e che non promette che ci sia nulla alla fine del viaggio. Alla fine di ogni viaggio.

È emblematica l’immagine di copertina di Stranieri alla terra, l’ultimo romanzo di Filippo Tuena. Perché il motociclista è uno straniero che non si sa da dove venga e non si sa dove stia andando, impegnato in un viaggio di cui non si vedono il principio o la fine ma del quale questi elementi quanto meno si sospettano visto che qualunque viaggio, in qualunque modo venga compiuto, deve avere un inizio e una fine. Che poi non è detto che siano quelli che si sospettano, perché a volte i limiti si spostano si dilatano si rarefanno in un continuo gioco di echi assonanze riflessi incroci allusioni che spesso donano un senso di vertigine al malcapitato lettore spettatore ascoltatore viaggiatore.

Tuena non è un autore di bestsellers, e non lo sarà mai. Tuena è uno scrittore, cosa ben diversa, perché l’aspetto più importante dei suoi libri è proprio l’essere scritti, il fissare sulla pagina momenti ed emozioni intangibili che poi, forse anche un po’ controvoglia e certo non prima di molti ripensamenti, arrivano in forma di volume nelle mani dei lettori.

In un primo momento viene addirittura da chiedersi cosa sia, questo strano oggetto di carta al cui interno si trovano svariati brani scritti in momenti diversi fra il 1996 e il 2012, perché della scrittura, come delle esperienze, non si butta via nulla. Si depurano, si filtrano, magari si tengono rinchiuse nei cassetti per dimenticarle, come se fosse mai possibile, o si ritirano fuori quando è arrivato il loro momento di vedere la luce perché quelle pagine accostate alle nuove acquistano nuova vita e nuova luce in quello che è un viaggio personale che ciascuno compie ed è costretto a compiere a modo proprio.

L’apparenza è quella di una galleria di personaggi, una successione di immagini più o meno note variamente dipinte con una prosa molto particolare dalla quale è quasi assente la punteggiatura di modo che il lettore è costretto a trovare faticosamente il suo ritmo finché come per magia non riesce a entrare in sintonia con le parole e scopre che i rimandi le ripetizioni le variazioni verrebbe da dire pensando a un romanzo di qualche anno fa il cui fantasma torna a comparire in questa nuova opera hanno una loro musicalità e un loro modo particolare di risuonare nella mente creando una sensazione indescrivibile a parole. Perché è sull’indescrivibile e sull’inconoscibile che si sofferma l’attenzione dell’autore, in pagine nelle quali prosa e poesia si alternano e si uniscono a fotografie che bloccano il tempo, se mai fosse possibile bloccare quell’eterno fluire, in un’immagine concreta immutabile per sempre mentre il soggetto non è più quello che era fino a pochi istanti prima.

In Stranieri alla terra si susseguono diversi personaggi. Uno scrittore che potrebbe essere Ernest Hemingway, Georges-Hippolyte Géricault, figlio di quel Téodore Géricault autore del quadro La zattera della Medusa – e la cui vicenda è stata narrata da Jonathan Miles in un testo pubblicato da Nutrimenti in una collana diretta proprio da Tuena, a dimostrazione che le cose importanti non ci lasciano mai ma trovano sempre un modo per tornare al centro della nostra attenzione – il generale Thomas ‘Stonewall’ Jackson, il trombettista Bix, e Tuena stesso che viaggia in moto e torna sui luoghi del delitto, alcuni dei luoghi michelangioleschi per eccellenza rivisitati da uno scrittore che intorno all’artista di Caprese ha costruito il suo personale percorso di esplorazione e di memoria: la Sagrestia Nuova e la Biblioteca Laurenziana nella Basilica di San Lorenzo a Firenze dove ancora una volta rivive e fa rivivere il dramma di Michelangelo Buonarroti, prigioniero delle sue straordinarie visioni e dell’imperfezione del mondo nel quale operava. Di mezzo la morte del padre nel quale si rispecchia quella di Léon Reinach e della sua famiglia ad Auschwitz, una foto del figlio di Rothko che già aveva attraversato la sua memoria e la sua scrittura e una citazione da Harold Pinter, nulla più che una riga, capace però di far venire i brividi pensando a un altro romanzo di Tuena, Ultimo parallelo, e al drammatico viaggio in Antartide di Robert Scott, perché “se l’argomento è l’inverno, sarà inverno per sempre”.

Sono molte le immagini che si susseguono in queste pagine, ciascuna imperfetta, ciascuna che trova il suo corrispettivo in un’altra, che si riflette e che si amplifica perché in fondo il grande tema che le unisce tutte, che unisce le opere passate di Tuena fra di loro e che ci accomuna nell’umano sentire, è la morte. Lo aveva già fatto Dino Buzzati nei brevi testi di Il reggimento parte all’alba, lo rifà ora, con un campionario più ridotto ma una capacità espressiva per nulla inferiore rispetto a quella del giornalista bellunese, uno scrittore romano trapiantato a Milano. Sono Hemingway e Géricault, Jackson e Bix, Tuena e Michelangelo, e soprattutto siamo noi gli stranieri alla terra, coloro che la attraversano a volte di corsa, a volte fermandosi a osservare ogni dettaglio, ma sempre destinati a partire, a non fermarci in questo luogo che, in quanto straniero, non possiamo mai davvero conoscere e dal quale non possiamo essere conosciuti.

Un libro impossibile da descrivere. Va semplicemente letto, e lasciato fluire dentro di noi.

Un estratto: http://www.nazioneindiana.com/2012/03/26/stranieri-alla-terra/.

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