Sandro Botticelli: la Primavera

Sandro Botticelli, La Primavera, Firenze, Galleria Nazionale degli Uffizi.

“Leonardo vuole spingersi dentro la realtà, analizzarla, scoprirne il segreto: vuole, cioè, l’esperienza. Botticelli vuole oltrepassarla, trascenderla, non «contaminarsi» con l’esperienza: vuole, cioè, l’idea. (…)

L’idea del neo-platonismo fiorentino non è propriamente l’archetipo platonico; e non è, propriamente, nulla di definito, ma un vago essere-al-di-là, rispetto alla natura (o allo spazio) e alla storia (o al tempo). Anche il bello, con cui l’idea si confonde, è aliquid incorporeum: sfiducia nella realtà più che immagine perfetta. Né bisogna dimenticare che il neo-platonismo è, come oggi diremmo, una «filosofia della crisi»: crisi dei grandi valori affermati dall’Umanesimo del principio del secolo, ma anche delle grandi aspirazioni politiche e culturali di Firenze.

(…)

I significati allegorici della Primavera (1478 c.) sono vari e complessi; ma (…) il messaggio dell’opera sarà ricevuto a diversi livelli. Il significato concettuale (in questo caso dettato dal Poliziano: la Venus-Humanitas) sarà chiaro soltanto ai filosofi, anzi agli iniziati: ma tutti potranno coglierlo nell’amenità del boschetto e del prato fiorito, nel ritmo delle figure, nell’attraente bellezza dei corpi e dei volti, nel fluire delle linee, nei delicati accordi dei colori. Se il valore dei segni non è più di inquadrare e spiegare la realtà, ma, all’opposto, di superarla, cadono tutti i fattori di conoscenza positiva che si erano accumulati nella pittura fiorentina della prima metà del secolo, culminando nella grandiosa costruzione teorica di Piero: cade la prospettiva come struttura dello spazio, cade la luce come realtà fisica, cade la ricerca della massa e del volume come concretezza delle cose e dello spazio. Nulla di meno prospettico che l’allinearsi dei tronchi paralleli o il ricamo delle foglie sul fondo della Primavera: ma è proprio rispetto a quel fondo senza profondità e alla ribadita cadenza di quelle parallele che prende valore il fluire dei ritmi lineari delle figure, così come i tenui passaggi del colore valgono rispetto al preciso stagliarsi degli scuri degli alberi sul chiarore del cielo.”

 

Sempre impegnativo Giulio Carlo Argan con le sue spiegazioni, tratte da Storia dell’arte italiana volume 2, Sansoni, Firenze, 1985, pagg. 238-240. Piero, ovviamente, è Piero della Francesca, di cui Argan aveva parlato nelle pagine precedenti. Amo l’arte, ma sono sempre un po’ restia a parlarne di persona perciò mi maschero dietro le parole di un altro. La Primavera è così elegante, aggraziata, che è facile dimenticare i problemi politici, la crisi, anche religiosa. Chi conosce la Natività mistica realizzata qualche anno più tardi, nel 1501, da Alessandro Filipepi detto il Botticelli, può immaginare quanto forte sia stata la sua crisi esistenziale, propiziata anche dalla predicazione del Savonarola e dalla sua tragica fine. Qui, abbagliati dalla serenità della scena, i cui protagonisti si muovono con gesti pacati, è facile dimenticare che la vera razionalità è altrove, e che un artista intellettuale e freddo come Piero è molto più vicino a quel che teorizzava l’Umanesimo. Ma la primavera, intesa come stagione, non è razionale, e risveglia in noi sentimenti di armonia (ovviamente in chi non è allergico al polline) più vicini al pennello di Sandro che a quello di Piero.

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