Il trono di spade di George R.R. Martin: il prologo

La copertina della prima edizione

“We should start back,” Gared urged as the woods began to grow dark around them.” Questa è la prima frase di A Game of Thrones di George R.R. Martin, anche se in italiano è un po’ diversa. Nel Trono di spade si legge infatti “Le tenebre stavano avanzando.

«Meglio rientrare.» Gared osservò i boschi attorno a loro farsi più oscuri. «I bruti sono morti.»

La prima riga, “Le tenebre stavano avanzando”, è un’invenzione del traduttore, Sergio Altieri. In molti si lamentano della sua traduzione, ed è vero che il traduttore/scrittore italiano si è preso parecchie libertà, e ha commesso un buon numero di errori nella sua traduzione. L’errore più famoso, e credo anche il più grave, è quello relativo al cervo trasformato in unicorno di cui ho già parlato e parlerò ancora. Fra le libertà ci sono l’aggiunta della prima frase, o la scelta di tradurre il termine Others con Estranei invece che con Altri. Ma la prima frase ha senso, rende perfettamente l’atmosfera e non stravolge le intenzioni dello scrittore, mentre Estranei rende molto meglio il senso di estraneità che incute paura proprio di queste creature molto più del più corretto Altri. Tradurre non è un fatto meramente meccanico, altrimenti potremmo usare un traduttore automatico. Tradurre significa cogliere le atmosfere, oltre che mantenere il senso di quanto sta avvenendo.

Io ho conosciuto Le cronache del ghiaccio e del fuoco in italiano. Era il 1999, ancora non ero in grado di leggere un libro in inglese, non credevo che lo avrei mai fatto e una volta imparata la lingua non ho mai pensato di leggere uno scrittore del quale non so nulla.

Ho letto Il trono di spade in italiano e l’ho amato intensamente, tanto da cercare fin da subito, per la prima volta nella mia vita, quante più informazioni possibili sull’autore del romanzo. Ancora non sapevo che si trattava di mezzo romanzo, sapevo solo che volevo andare avanti nella storia. Intanto, nell’attesa di una traduzione, ho letto e apprezzato sia Il pianeta dei venti, scritto insieme a Lisa Tuttle, che La luce morente. Belli, ma Le cronache del ghiaccio e del fuoco sono un’altra cosa. Inutile dire che da quel momento in poi ho sempre comprato i volumi successivi nel momento della loro pubblicazione, e che li ho amati tutti. Fra l’altro sono in grado di datare il mio ingressi in libreria fra Il regno dei lupi e La regina dei draghi, e il fatto di usare due libri per datare un cambiamento significativo nella mia vita indica che tipo di impatto abbiano avuto su di me.

Tutto questo per dire che ho letto i romanzi nella traduzione italiana, e che li ho amati così. Altieri si prende un po’ troppe libertà ma non sono io a continuare a criticarlo anche ferocemente per questo. La sua traduzione è espressiva. A volte un po’ troppo forte, ma rende l’idea, ed è molto meglio di una traduzione fedele alla lettera ma piatta.

Quella del prologo non è stata la prima scena ideata da Martin. Per lui la storia è cominciata con l’esecuzione del disertore e il ritrovamento dei meta-lupi. A proposito, meta-lupi è un altro termine che molti criticano, ma visto che non esiste una traduzione precisa per l’inglese direwolf direi che questa è una buona scelta. Rende l’idea di animali simili a lupi, ma che proprio lupi non sono.

Il prologo ci fornisce il disertore. Quando vediamo Ned eseguire la condanna sappiamo chi è quell’uomo e perché ha disertato, abbiamo già un’idea anche se vaga di chi siano i Guardiani della notte, e siamo preoccupati perché sappiamo che Ned e tutti gli altri ignorano cose che invece dovrebbero sapere per la loro stessa sopravvivenza. Il prologo ci consente di vedere il primo capitolo in tutt’altra luce. Non è uno di quei prologhi ambientati in un lontano passato, con il riassunto della creazione del mondo, delle vicende degli dei o di una guerra tanto lontana nel tempo da sembrare priva di collegamento con il mondo attuale. No, è un prologo attuale, il pericolo è incombente, anche se non lo sa nessuno, ed è di proporzioni colossali.

A me questa scena fa venire in mente La coscienza di Zeno di Italo Svevo. Svevo sfida il lettore perché fin dall’inizio ci dice che fra il protagonista e lo psicanalista le cose non finiranno bene, ma il lettore, interessato a tutte le vicende, finisce per dimenticarsene. Noi fin dall’inizio sappiamo quanto siano pericolosi gli Estranei, ma distratti dagli intrighi di Approdo del Re ce ne dimentichiamo. Finché non tornano protagonisti, e allora sono guai seri per chi li incontra.

E chi si lamenta che in questa saga manca il fantasy dovrebbe semplicemente rileggersi queste pagine. Gli Estranei non sono certo creature normali, e uno dei personaggi torna in vita, anche se non proprio come era prima. E Martin si diverte a prenderci in giro, visto che nella prima pagina ha scritto “Ciò che è morto resta morto” e poche pagine dopo fa tornare in vita un morto. A volerlo cogliere è un segnale d’allarme: attenzione, non tutto quel che Martin scrive è vero. Possiamo credere solo a ciò che vediamo con i nostri occhi. Le leggende, o le presunte verità che crediamo di conoscere, sono spesso ingannevoli. Non parliamo poi dei proclami fatti dai personaggi più diversi.

Martin ha affermato che anche nei flussi di coscienza lui fa vedere ciò che pensa il personaggio, ma il personaggio può avere informazioni errate o anche non ricordare bene cosa sia accaduto davvero, perciò c’è davvero poco da fidarsi, in tutto.

In italiano Will dice “Mia madre diceva che i morti non parlano”, in inglese “My mother told me that dead men sing no songs”, cioè che i morti non cantano canzoni. Martin è affascinato dalle canzoni e dall’epica, tanto è vero che quelle che per noi sono Le cronache del ghiaccio e del fuoco in inglese sono A Song of Ice and Fire. Che quest’atmosfera si sia persa mi spiace, i romanzi in originale sono più ricchi che in italiano. Ma anche in italiano sono talmente ricchi da catturare il lettore – la maggior parte dei lettori, almeno – e non mollarlo più.

Gli estranei sono legati al freddo, e questo dettaglio si ritroverà più avanti. Gared è infastidito dal freddo, oltre che da sensazioni non ben definibili, e vorrebbe accendere un fuoco, ma ser Waymar afferma che è l’ultima cosa che gli serve. Sbagliato: il fuoco è una delle poche cose che può fermare un Estraneo, ma il lettore lo scoprirà solo molto più avanti. Martin si diverte a giocare con noi, e lo fa alla grande. Qualche interessante informazione sulla Foresta stregata si avrà nei Fuochi di Valyria, che sarà pubblicato in aprile. Gli Estranei torneranno prima, ovviamente, anche se su di loro gli interrogativi sono ancora molti.

Fin da queste pagine inizia il contrasto fra opposte realtà. Ser Waymar Royce è giovane, nobile ed elegante, e ascolta solo ciò che vuol sentire. E persone più esperte non vengono ascoltate, ignorate dall’arroganza di chi si crede migliore di loro. In una traduzione errata Altieri scrive che “Will era uscito di pattuglia con Ser Waymar abbastanza volte da aver capito che era maglio non disturbarlo”, ma poco più avanti lo stesso Ser Waymar afferma di non voler tornare al Castello Nero portando con sé un fallimento alla sua prima uscita di pattuglia. Martin aveva scritto che “Will had ridden with the knight long enough to understand…”, cioè che aveva cavalcato abbastanza a lungo con lui. I tre sono di pattuglia da giorni, quindi Will ha capito di che pasta sia fatto il capo pattuglia, ma per Ser Waymar è comunque la prima missione. Lui è un novellino, anche se in italiano c’è una contraddizione nell’arco di poche pagine.

La scena procede in modo rapido. L’arrivo al campo dei Bruti morti – che sono misteriosamente scomparsi – lo scontro con l’Estraneo, la fine. Pochi elementi di descrizione, molti dei quali sono comprensibili solo con il tempo. Una grande tensione, un’affermazione sull’inverno che deve arrivare da mettere i brividi, se si considera che il terzetto si sta già muovendo nella neve alta, l’accenno al fatto che la lama dell’Estraneo è molto particolare, che questa creatura parla in un’altra lingua, e quei gelidi occhi blu. Chi si dimentica di questa scena lo fa a suo rischio e pericolo.

Nella serie televisiva ho trattenuto il fiato fin dal momento della comparsa dell’Estraneo. Sapevo cosa doveva accadere, ma questo non ha bloccato la mia reazione istintiva. Un solo dubbio: nel romanzo Gared è con i cavalli, e possiamo supporre che gli Estranei non lo vedano o che se lo vedono lui riesca a galoppare via a spron battuto. Nella serie televisiva il Guardiano della notte e l’Estraneo sono di fronte, entrambi appiedati. Come fa l’uomo a sopravvivere?

Della sua sorte sapremo qualcosa a breve.

Edit: Uno dei lettori del mio blog, Marcello, ha trovato la mia rilettura della saga tanto interessante da realizzarne un indice. Lo potete trovare qui: https://docs.google.com/document/d/1WKupjyaNdPmUb99mwBGEmcnmZ_TWjfDI54IvKNuITD4/edit?usp=sharing

 

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Una risposta a Il trono di spade di George R.R. Martin: il prologo

  1. Raffaello ha detto:

    Assolutamente d’accordo. Altieri, nonostante gli errori (o scelte inspiegabili…chiamateli come volete), è uno degli artefici del mio amore per Le cronache del ghiaccio e del fuoco. La sua traduzione me le ha fatte amare…nel bene e nel male.

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