Considerazioni su La saga di Twlight. La guida ufficiale illustrata di Stephenie Meyer

Rimanere a casa a lavorare mentre le bimbe sono in vacanza ha i suoi aspetti positivi. Per un po’ ci si può rilassare, essere sé stessi e fare ciò che si vuole (o che si deve) senza temere di essere continuamente interrotti da allarmi improvvisi, imprevedibili e improrogabili di qualsiasi tipo, dalla pipì che scappa alla caduta sul pavimento o al bisticcio perché entrambe vogliono la stessa bambola (o lo stesso peluche, o lo stesso libro, o lo stesso pezzo di Lego), come se non ce ne fossero un’altra decina lì vicino.

Perciò sto lavorando, ma anche leggendo e scrivendo molto. Fra le altre cose ho terminato La saga di Twlight. La guida ufficiale illustrata di Stephenie Meyer. In settembre ne pubblicherò la recensione su FantasyMagazine, per ora mi limito a riportare qualche frase della lunga intervista iniziale.

 

Chissà, magari molti scrittori – so che per le mamme è così, ma forse anche per chi scrive – devono fare due cose contemporaneamente, altrimenti non si divertono.” (pag. 11)

 

Bella battuta Stephenie, e visto che sei mamma lo sai anche tu. Noi mamme non facciamo più cose contemporaneamente perché ci divertiamo, lo facciamo perché altrimenti nessuno farebbe un bel po’ di cose che invece devono essere fatte. Gestire più cose contemporaneamente con le proprie otto braccia è una di quelle meravigliose abilità che si acquisiscono quando ti accorgi che non è possibile fare diversamente. Certo, poi capita che alla sera tu sia un pochino stanca.

 

C’è questo mondo che per lui è sciocca superstizione. Poi ho pensato: E se fosse tutto vero? Se tutto ciò che lui dà per scontato fosse al cento per cento reale? Che mondo sarebbe, se scoprissimo che tutte le piccole leggende che ci circondano sono assolutamente reali!” (pag. 21)

 

Sono sempre affascinata dal legame fra leggenda e realtà, dalla nascita dei miti e dal loro significato per l’uomo, o dalle trasformazioni che subisce una storia man mano che viene raccontata. Adoro quando Andrzej Sapkowski, autore di Il guardiano degli innocenti e La lama del destino, inserisce nelle sue avventure di Geralt il riferimento a una fiaba classica, trasformandola completamente. E Ranuncolo, l’amico di Geralt, è un grande esperto riguardo ai cambiamenti che può subire una storia. Il Kvothe de Il nome del vento vuole scoprire quale verità si celi dietro a una leggenda, e visto che il prossimo primo settembre verrà pubblicata La paura del saggio, il secondo romanzo di Patrick Rothfuss, forse inizieremo ad avere qualche risposta. Ma anche testi più brevi, come il racconto Come nasce una leggenda di Mercedes Lackey, contenuto nell’antologia Storie fantastiche di guerrieri e sortilegi, a volte trattano il tema in maniera interessante, oltre che molto divertente.

Un brano che mi piace particolarmente nel Signore degli anelli di J.R.R. Tolkien è questo:

 

«Mezzuomini!», esclamò ridendo il cavaliere al fianco di Éomer. «Mezzuomini! Ma è soltanto un popolo di piccoli esseri di cui parlavano vecchie canzoni e leggende del Nord. Stiamo camminando in un mondo di favole, o su verdi praterie alla luce del sole?».

«È possibile fare ambedue le cose», disse Aragorn. «Poiché non siamo noi, bensì coloro che verranno dopo, a creare le leggende sui nostri tempi. Parli delle verdi praterie? È uno splendido argomento per una favola, anche se le calpesti alla luce del sole!».” (pag. 532)

 

SM: So cosa succede se un personaggio cambia, se fa o non fa una certa cosa. C’è sempre un milione di storie diverse, ma tu sai quale scriverai. Senza che questo impedisca alla altre di esistere.

SH: E credo che nella scrittura affiori anche la consapevolezza di queste realtà alternative. (…) Non sai esattamente cosa succederò, perché capisci che esistono delle alternative.

SM: Secondo me è proprio per questo che nascono le storie alternative: ci deve essere la suspense, deve esserci un conflitto, e ci deve essere, si spera, anche un po’ di mistero riguardo all’epilogo. (…) Ma da dove viene la suspense? Nasce quando ci si chiede: Be’, quest’altra cosa sarebbe potuta succedere. Anche se sai a cosa avrebbe portato.

(…)

È tutto molto circolare. Qualcosa succede all’interno di qualcos’altro, ciò che è successo è anche il luogo di nascita di ciò che l’ha provocato. (…)

SH: Ma è come nella vita, dove tutti noi sappiamo che, se avessimo preso una decisione diversa, vivremmo in una realtà diversa. Sei pure libera di pensare a delle alternative, ma è soltanto in una che vivi. La storia deve vivere nella propria realtà.

SM: Credo che il mio interesse per questa sorta di concetto affiori nelle visioni di Alice, quattordici milioni di immagini del futuro. Quando i personaggi fanno una scelta restringono il campo delle visioni di ciò che accadrà. Alice vede squarci di possibili futuri che scaturiscono dalle decisioni prese. Ma scambiano le decisioni, anche il futuro cambia completamente.” (pag. 24-25)

 

Sulle realtà alternative, e sulla vita che cambia completamente grazie a piccoli dettagli che possono sembrare insignificanti nel 1998 ha realizzato un bellissimo film Peter Howitt. Si tratta di Sliding Doors, nel quale la vita della protagonista, Gwyneth Paltrow, prendeva due strade completamente diverse a seconda del fatto che un determinato giorno riuscisse o no a prendere la metropolitana che doveva riportarla a casa. E non sempre quella che all’inizio può sembrare la “vita migliore” si rivela poi davvero tale. Ma nel fantastico le realtà alternative sono diffusissime.
Penso a La signora delle tempeste di Marion Zimmer Bradley, romanzo del 1978 nel quale il protagonista principale, Allart Hastur di Elhalyn, ha il dono – o, come pensa lui, la maledizione – di vedere tutti i possibili futuri. E per venire fuori dai problemi che la vita gli pone deve imparare a sfruttare al meglio le potenzialità del suo dono, visto che almeno in un’occasione di trova di fronte a un pericolo mortale. Anche se poi, la svolta definitiva si gioca su un futuro che lui non ha visto, perché non sempre questi doni sono completi e possono mostrare tutto.

David Gemmell ha spesso giocato con realtà parallele, ma anche le pietre portali di Robert Jordan (“di pietra in pietra scorre la linea dei se, fra i mondi che potrebbero essere” c’è scritto su un libro letto da Loial e citato in La grande caccia) si rifanno a questo concetto.

Ma gli esempi potrebbero essere molti di più.

 

Non è strano come veniamo influenzati dai libri? Diventano una parte di quello che siamo. Cioè, quanto di ciò che ricordo della mia infanzia mi è accaduto davvero e quanto invece è tra le pagine di Anna dai capelli rossi? Capisci, non saprei proprio dirlo, perché quel che leggevo era una grossa fetta di me.” (pag. 43-44)

 

Una volta ho letto un articolo di Umberto Eco che spiegava come chi legge molto ha vite più intense, e molti più ricordi nella propria memoria. Io ho vissuto non solo la mia vita, ma anche quella di Jon Snow, e sono stata con lui sulla Barriera, o quella di Marcus Emilius Scaurus, e mi sono ritrovata catapultata nel mondo di Videssos, o ancora quella di Kimberly Ford, e ho sofferto con lei per l’utilizzo del Baelrath, la “gemma della guerra”. Sono Martina, ma anche tutte queste persone e molte altre ancora, ho compiuto il viaggio verso Monte Fato e cercato un libro perduto di Aristotele, riso per certi atteggiamenti di Belgarath e camminato sulle montagne toscane insieme a Michelangelo per cercare i marmi più belli. Perciò sì, la mia vita è più ricca perché ho vissuto queste e infinite altre vite, e spesso i libri parlano con me e per me.

Parecchio tempo fa ho raccontato di come ho detto a una delle mie bimbe “infilzala di punta” quando giocava con l’altra con le spade di gomma, e anche se ho fatto una citazione che nessuna delle due poteva cogliere ho cercato di indirizzare il gioco in modo da evitare colpi dolorosi e tra me e me ho sorriso pensando alle due scene in cui la piccola Arya si trova a sentire, e a ripetere, questa frase. Per un istante per me sono stati presenti i livelli della realtà, quella di Alessia e Ilaria, e della narrativa, con i romanzi di George R.R. Martin.

E poi i libri parlano. Sono dei chiacchieroni, non sanno mai stare zitti. Basta solo saperli ascoltare.

 

Sino ad allora avevo pensato che ogni libro parlasse delle cose umane o divine, che stanno fuori dai libri. Ora mi avvedevo che non di rado i libri parlano di libri, ovvero è come se si parlassero fra loro. Alla luce di questa riflessione, la biblioteca mi parve ancor più inquietante. Era dunque il luogo di un lungo e secolare sussurro, di un dialogo impercettibile tra pergamena e pergamena, una cosa viva, un ricettacolo di potenze non dominabili da una mente umana, tesoro di segreti emanati da tante menti, e sopravvissuti alla morte di coloro che li avevano prodotti, o se ne erano fatti tramite.” (Eco, Il nome della rosa, pag. 289)

 

Mi piace quest’immagine dei libri che parlano, così come quella della Biblioteca di Babele di Jorge Luis Borges:

 

L’universo (che altri chiama la Biblioteca) si compone di un numero indefinito, e forse infinito, di gallerie esagonali, con vasti pozzi di ventilazione nel mezzo, bordati di basse ringhiere. Da qualsiasi esagono si vedono i piani superiori e inferiori, interminabilmente.

(…)

Come tutti gli uomini della Biblioteca, in gioventù io ho viaggiato; ho peregrinato in cerca di un libro…

 

Da brividi.

E Stephenie Meyer sarà anche una scrittrice per adolescenti, ma alcune sue riflessioni sono molto interessanti.

Della saga di Twilight ha parlato Laura Costantini in Ogni giorno deve finire, anche il più perfetto, testo contenuto nell’antologia saggistica Il Fantastico nella Letteratura per ragazzihttp://www.runaeditrice.it/index.php/component/virtuemart/view/productdetails/virtuemart_product_id/90/virtuemart_category_id/9.html.

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