Open. La mia storia di Andre Agassi

Ho visto giocare per la prima volta Andre Agassi nella semifinale del Roland Garros 1988. Era giovane, poco conosciuto, eppure stava dando del filo da torcere a uno dei più importanti giocatori del momento.

Io in realtà non conoscevo neppure Mats Wilander che, pochi mesi più tardi, vincendo il suo terzo torneo del Grande Slam della stagione sarebbe diventato il numero uno al mondo. Però quel ragazzo era poco più giovane di me, sorrideva come se si stesse divertendo da matti e faceva cose impensabili, come prendere in prestito un ombrello da uno spettatore e presentarsi così in risposta perché il tempo non era esattamente dei migliori.

Non conoscevo il tennis e quel match, visto per caso e a frammenti, mi ha incuriosita. Per diventare una tifosa ho dovuto aspettare il mese successivo e il torneo di Wimbledon, torneo fra l’altro disertato da Agassi.

Per un certo periodo di tempo sono stata una tifosa del giocatore di Las Vegas. A volte indosso ancora i pantaloncini di jeans con i quali è diventato famoso. Poi qualcosa si è rotto.

 

È curioso come la mente di ciascuno si concentri su cose diverse. Episodi che per me sono stati significativi nella mente di chi li ha vissuti scivolano via rapidamente, a volte appena accennati, a volte totalmente ignorati. È il caso di quella semifinale, citata molto rapidamente in Open, la sua autobiografia, e di un episodio che a me aveva molto infastidito, e che Andre non ricorda neppure.

Io ricordo i dettagli vagamente, era la primavera del 1992, perché non aveva ancora vinto Wimbledon. Non ho mai tifato per lui nei momenti più importanti della sua carriera, quelli dei suoi trionfi. E questo perché in un torneo minore lui ha sputato in direzione dell’arbitro. Non ricordo il torneo né il nome dell’avversario, solo l’episodio raccontato da un giornalista e la scena di Agassi che sputa, senza per altro colpire l’arbitro. Ora, a leggere Open, mi viene il dubbio che anche in quel caso un episodio di frustrazione del giocatore verso sé stesso, magari anche di fastidio per una chiamata ritenuta errata, sia stato ingigantito dalla stampa. Come avvenuto per la frase “l’immagine è tutto”, pronunciata per lo spot pubblicitario di una macchina fotografica e sbandierato da molti cronisti come una dichiarazione della sua stessa vacuità.

E anche se il gesto di Agassi che mi ha spinta a non tifare più per lui rimane comunque brutto, ora lo capisco meglio. Perché il tennis non è stato la sua scelta, ma un’imposizione con cui ha combattuto per gran parte della sua vita. E perché il ragazzino vuoto, interessato solo al look (e i giornalisti hanno certo calcato la mano, ma se il giocatore ha portato un parrucchino per anni l’immagine per lui era comunque importante), con il tempo è cresciuto parecchio.

 

Open si legge bene. È chiaro, scorrevole, e spesso usa espressioni colorite. Non è il compitino di scuola, scritto svogliatamente, ma un testo molto sentito anche se scritto a quattro mani. Alla scrittura ha collaborato J.R. Moehringer, e si sente la presenza di qualcuno che sa davvero scrivere, ma quel che conta è la passione che c’è dentro. Il fuoco dei ricordi, la voglia di buttare finalmente giù la maschera, e la libertà di dire tutto senza tenersi nulla dentro. Lo spaccato del circuito è bello, le continue tensioni, la rivalità, l’odio o il rispetto per gli avversari. Da fuori è sempre stato facile dire “lui è più forte, quindi vince”, ma in realtà ogni partita non è finita finché non è finita, come insegna la storia degli innumerevoli incontri nei quali il risultato è stato ribaltato e il pronostico sovvertito. E così ecco il rispetto per giocatori che non sono poi così famosi ma che gli hanno comunque dato del filo da torcere, o l’antipatia per Jeff Tarango, nata quando i due erano ancora bambini e proseguita per tutta la loro carriera. E nel ritratto di Tarango tratteggiato in queste pagine non è difficile ritrovare il giocatore che ha litigato con l’arbitro Bruno Rebeux accusandolo di falsificare le partite. Così come si vede la distanza infinita che c’è fra lui e Pete Sampras, enfatizzata dia giornali per pubblicizzare i loro incontri e mai così evidente.

 

Partito come forzato del tennis trasformatisi in ribelle perché l’apparenza era tutto ciò che poteva controllare, bambini prodigio morto e risorto innumerevoli volte, alla fine, lungo il corso di una lunghissima carriera, Andre Agassi ha scoperto sé stesso. Ha scoperto la vita, la gioia di donare, la felicità insieme alle persone che ama, e ha trovato una serenità che per tanti anni era parsa impossibile. Un percorso affascinante, a tratti commovente, che fa rivedere in una nuova luce uno dei più grandi tennisti di tutti i tempi.

Mi contraddico? Scriveva Walt Whitman. Certo che mi contraddico. Agassi non ha fatto altro che contraddirsi per tutta la vita, per arrivare alla risposta più bella: la vita è quello che lui ha scelto di fare, e la sua scelta è stata determinante per molte altre persone. Da leggere.

Le prime pagine del libro: http://www.einaudi.it/var/einaudi/contenuto/extra/978880620726PCA.pdf

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