San Giorgio e il drago di Paolo Uccello

Paolo Uccello, San Giorgio e il drago. Londra, National Gallery

Parlo troppo di libri. L’ho sempre fatto, e anche questo blog non è un’eccezione. Ogni tanto vorrei segnalare una bella mostra in corso da qualche parte in giro per l’Italia, poi mi rendo conto che c’è un libro o una serie di libri di cui vorrei parlare, e la mostra finisce per essere rimandata a domani. E rimandare a domani è un’altra delle mie specialità.

Ieri ho aggiornato il mio profilo, solo un paio di dettagli e un’immagine. La foto, che trovate anche qui sopra, è un dipinto che amo fin dalla prima volta che ho visto una sua riproduzione, oltre vent’anni fa. L’opera, intitolata San Giorgio e il drago, è stata realizzata da Paolo Uccello nel 1455 ed è conservata alla National Gallery di Londra.

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Visto che in un modo o nell’altro io devo sempre parlare di libri, segnalo che riprendo la biografia di San Giorgio dal volume Santi di Rosa Giorgi, libro che fa parte della collana I Dizionari dell’Arte. Il volume è molto bello e agile, una piccola enciclopedia che in ordine alfabetico ripropone la biografia di oltre 120 santi. Per ciascuno di loro indica significato del nome, periodo in cui è vissuto, attività e caratteristiche, patronato, diffusione del culto, festività, e riporta una breve biografia. Le schede sono corredate da dipinti in cui il santo è protagonista, con evidenziati i dettagli più significativi dell’opera. Le ultime pagine sono costituite dall’indice di simboli e attributi, utilissimo per chiunque voglia dare un nome a quei tizi che compaiono nelle nostre opere d’arte, quello dei patronati e quello degli artisti.

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Tornando a San Giorgio, la sua storia, nata intorno al III secolo, è stata diffusa nel Medioevo dalla Legenda Aurea di Jacopo da Varazze (o da Varagine), che le ha donato toni favolistici.

“Un orribile drago pretendeva vittime umane da una città, che altrimenti avrebbe sterminato con il suo alito venefico. Le vittime erano estratte a sorte, e quando toccò alla figlia del re essa fu portata presso il lago dove viveva il drago ma, prima ancora che esso potesse sbranarla, giunse Giorgio, cavaliere della Cappadocia, che a spada sguainata lo domò. Legata alla cintura della giovane, la bestia, inoffensiva, fu portata in città dove Giorgio rassicurò il popolo dicendo di essere venuto a vincere il drago in nome di Cristo, affinché si convertissero. Dopo tale impresa, Giorgio ripartì, ma durante le persecuzioni di Diocleziano subì atroci torture e venne decapitato.” (Pag. 162)

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Gustave Doré, Andromeda

Questa la leggenda, sulla quale si può fare qualche riflessione. La storia della fanciulla data in pasto al drago non è certo nuova, nella mitologia greca troviamo la povera Andromeda salvata in extremis da Perseo, altrimenti avrebbe fatto da spuntino alla bestiolina inviata da Poseidone contro una città dell’Etiopia.

Poseidone ce l’aveva con i genitori di Andromeda, ma nel caso di San Giorgio e di tutte le fiabe in cui è sempre una fanciulla quella destinata a fare da spuntino, viene da chiedersi perché il drago si accontenti di uno stecchetto tutto pelle e ossa invece di preferire qualche grasso locandiere, ben provvisto di polpa da gustare. Forse l’eroe non si scomoderebbe per salvare un pancione di sesso maschile? E ovviamente arriva all’ultimo momento quando a fungere da pasto c’è la figlia del re, con buona pace di tutte le poverette sbranate in precedenza.

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Un racconto molto divertente sul tema della fanciulla offerta in pasto al drago è stato scritto da Cyntia Drolet, si intitola Amanti e draghi ed è contenuto nell’antologia Storie fantastiche di guerrieri e sortilegi. La Drolet si è divertita a prendere il racconto classico e a distruggerlo, proponendo una protagonista tutt’altro che passiva e molto poco propensa a essere salvata da altri.

 

La storia ci racconta che il drago è stato domato e legato con la cintura della giovane, e infatti il nostro drago è legato con la cintura della fanciulla. A me sembra ancora pericoloso, se il suo alito è venefico gli basta ben poco per far fuori tutti quelli che lo circondano, indipendentemente da quanto i suoi movimenti possano essere impediti (ma davvero quel sottile nastro può impedirgli di muoversi?) dalla cintura. La maggior parte dei pittori ha preferito mostrare il drago morto, o ferito a morte, piuttosto che legato.

Da notare l’alito venefico, alternativa molto diffusa a quella di emettere potenti fiammate. Un bel campionario di tutte le simpatiche abitudini dei draghi si trova nel volume illustrato Draghi. Una storia naturale, scritto da Karl Shuker.

San Giorgio cavalca un magnifico cavallo bianco. La suddivisione classica della fantasy, ma anche dei vecchi film western “buoni = abito bianco” e “cattivi = abito nero” trova antenati molto lontani del tempo. Del resto, la simbologia dei colori ha sempre fatto parte del genere umano e della sua cultura.

Il cavallo comunque sembra più un giocattolo che un animale vero. Questo perché Paolo Uccello possedeva diversi modellini di cavalli che posizionava nelle più diverse angolazioni e poi ritraeva nei suoi dipinti. La stessa cosa l’ha fatta per i tre pannelli della Battaglia di San Romano, nella quale si vedono molti destrieri, a volte anche posizionati in scorci difficilissimi, splendidamente raffigurati ma ben poco realistici.

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Il tono favolistico è una delle cose che mi ha sempre affascinata in Paolo Uccello. Artista capace di scorci prospettici davvero notevoli, con un’ottima padronanza tecnica, ma che allo stesso tempo riusciva sempre a inserire un’atmosfera da fiaba nelle sue opere. Notate le ali variopinte del drago? La forma può richiamare quelle dei pipistrelli, ma i colori sono più vicini alle farfalle. Quanto al suo corpo, con due sole zampe il povero animale deve fare molta fatica a rimanere in equilibrio e magari anche ad andare a caccia o a combattere.

L’esilissima principessa tardogotica, in pieno Umanesimo, completa un gruppo che non può essere di questo mondo, ma neanche di quello raffigurato visto che nessuno dei personaggi proietta un’ombra. O forse il mondo stesso è soggetto a regole diverse da quelle che conosciamo noi, con figure che sembrano fluttuare sul suolo, una grotta di cartapesta e la natura selvaggia nella quale vive il drago accuratamente sistemata da un coscienzioso giardiniere che ha controllato che la fuga prospettica delle aiuole si piazzasse al centro del dipinto. Molto ordinata anche la nuvola, che compone una spirale perfetta. Del resto, se malgrado il movimento impetuoso la coda del cavallo rimane perfettamente ondulata, perché mai un elemento marginale dovrebbe disturbare la quiete del luogo?

 

Simone Martini, San Martino divide il suo mantello con il povero. Assisi, Basilica inferiore di San Francesco

Amo questo dipinto, forse proprio perché è al contempo rigorosissimo e fantastico, anche se San Giorgio come protettore della Chiesa e la fanciulla come Chiesa stessa non mi ispirano il massimo della simpatia. Meglio la favola, e la protezione di cavalieri e cavalleria, anche se George R.R. Marti ci ha mostrato che non sempre i cavalieri erano irreprensibili e se Giorgio ha scalzato dal patronato San Martino di Tours, che ora tutela solamente militari, sarti, osti e mercanti.

A proposito, sapete perché in una scena famosissima Martino divide a metà il suo mantello per farne dono a un povero? Non perché aveva paura di prender freddo lui, poverino, ma perché era un soldato romano, e nell’esercito romano metà dell’equipaggiamento era finanziato dall’esercito, che quindi ne era proprietario, e metà dai soldati stessi. Martino dona solo ciò che può donare perché gli appartiene, la sua metà, e da bravo soldato rispettoso di ciò che appartiene allo Stato, conserva l’altra metà. Storia religiosa, quindi, ma anche ammonimento a non appropriarsi dei beni comuni. Cosa si poteva chiedere di più a un agiografo?

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