Andrzej Sapkowski: Il guardiano degli innocenti

Un anno e mezzo fa uno dei collaboratori di FantasyMagazine ha scritto la recensione di un romanzo inedito in italiano, The Last Wish. Visto che sono io a occuparmi della sezione delle recensioni ho letto il testo che analizzava il libro dello scrittore polacco Andrzej Sapkowski. Dal libro, mi hanno detto, è stato ispirato un famosissimo videogioco, ma visto che a me i videogiochi non interessano l’informazione non mi ha fatto il minimo effetto.

 

La recensione di Francesco Coppola però mi ha subito incuriosita. Per chi volesse leggerla si trova a questo link: http://www.fantasymagazine.it/libri/11046/the-last-wish/

Un anno fa il libro è stato tradotto in italiano con il titolo Il guardiano degli innocenti, e recentemente sono finalmente riuscita a trovare il tempo per leggerlo.

Si tratta di un romanzo davvero bello. La scrittura di Sapkowski è semplice ma molto espressiva, le varie scene sono chiare e vivide nella mente del lettore. Geralt è un personaggio profondamente umano, per quanto tecnicamente lui sia uno strigo e quindi qualcosa di un po’ diverso da un essere umano e il mondo, pieno di sorprese, è perfettamente coerente.

Il volume comprende sei racconti di avventure passate intervallati da una cornice che corrisponde al tempo presente per il protagonista. I racconti sono perfettamente compiuti in sé, ma nonostante questo si ha comunque sempre la percezione di una storia più grande che continua. Per quanto le varie parti siano belle, cioè, il risultato finale è più della semplice somma delle parti. E le avventure destano non poche sorprese, fra figure emerse dal folklore slavo, nuove interpretazioni delle fiabe e personaggi che si rivelano diversi da ciò che potrebbero sembrare a prima vista.

Riporto alcuni brani.

«Certo che ne ho sentito parlare. Ma col nome di Follia di Etibald il Pazzo. Così si chiamava il mago che ha dato origine alla buffonata a causa della quale parecchie decine di fanciulle di alto rango, perfino reale, sono state uccise o imprigionate nelle torri. Erano ritenute invasate da demoni, dannate, contaminate dal Sole Nero, perché è così che nel vostro gergo ampolloso avete chiamato la più comune delle eclissi.»

«Etibald, che non era affatto pazzo, ha decifrato le iscrizioni sui menhir dei Dauk e sulle lastre tombali nelle necropoli dei Wozgor, e ha studiato le leggende e le tradizioni dei bobolak. Parlavano tutte dell’eclissi in termini che lasciavano poco adito a dubbi. Il Sole Nero doveva annunciare l’imminente ritorno di Lilith, venerata da sempre in oriente col nome di Niya, e lo sterminio della razza umana. A preparare la strada a Lilith dovevano essere ‘sessanta donne cinte da corone d’oro, che avrebbero colmato di sangue le valli dei fiumi’.»

«Sciocchezze, e neppure in rima. Tutte le predizioni che si rispettino sono in rima. È universalmente noto che cosa premeva allora a Etiblad e al Consiglio dei Maghi. Vi siete valsi delle allucinazioni di un pazzo per rafforzare il vostro potere. Per stringere alleanze, rovinare le ascese sociali conseguite attraverso il matrimonio. mettere zizzania tra le dinastie… in breve, per tirare con più forza i fili delle marionette incoronate. E adesso mi parli di predizioni delle quali si vergognerebbe qualsiasi cantastorie da fiera.»” (Pag. 113-114)

C’è talmente tanto in queste poche righe che non so se riuscirò a ricordare di scrivere tutto quello che mi ha colpita.

Innanzitutto il romanzo in sé. Ci sono discussioni e riflessioni. Geralt pensa prima di agire, e parla con chi gli sta intorno. Vuole conoscere esattamente cosa si trova ad affrontare, e perché le cose stiano così e non in un altro modo. Non si limita ad arrivare, massacrare i cattivi e andarsene, ma ragiona e prova a far ragionare i suoi interlocutori. Poi, se non ci sono altre opzioni, combatte, e nelle scene d’azione non ha nulla da invidiare a Conan il barbaro di Robert E. Howard o ai guerrieri di David Gemmell.

Geralt ragiona, e se non concorda con ciò che gli dicono non si fa problemi a sottolinearlo. La prima allusione alle decine di fanciulle rinchiuse nelle torri fa pensare alle nostre fiabe, Raperonzolo come Prezzemolina o anche alla Fiona di Shrek, il tutto visto con ironia. A parte Shrek, che è una storia moderna e che prende allegramente in giro tutti i temi che tocca, per le fiabe è normale trovare una fanciulla rinchiusa in una torre. Geralt evidenzia l’assurdità della situazione. Prende le fiabe e ribalta il cliché, evidenziando come quella situazione non sia poi così normale.

Ma c’è un altro riferimento, molto più oscuro. Per secoli molte donne sono state bruciate come streghe. Sapkowski, con la voce di un mago spaventato, parla di una maledizione che grava su queste fanciulle. Lo strigo però punta subito il dito contro possibili motivi politici alla base delle varie decisioni. E che cos’erano se non superstizione e motivi politici, di controllo sul popolo, le crociate contro le streghe? Della vicenda, e dei suoi retroscena, parla Silvana De Mari nel saggio Il drago come realtà, testo che devo trovare il tempo di rileggere. Silvana scrive che “la criminalizzazione delle vittime è un fenomeno atroce che tende a proteggere l’aggressore dai sensi di colpa” (pag. 97) in modo che la strega diventi “l’innocente capro espiatorio di ogni male possibile” (pag. 101). E qui i maghi per la sete di potere (anche se forse essendo questo un fantasy sotto c’è anche qualcos’altro) trattano le vittime come streghe, e si legano agli archetipi delle fiabe.

I vari nomi citati dal mago, Etibald, Dauk, Wozgor, bobolak, più che dare l’impressione di un mondo diverso dal nostro, sanno tanto di presa in giro. Sapkowski è ben conscio dei cliché del genere, e lo sottolinea quando scrive che “tutte le predizioni che si rispettino sono in rima”, e prende in giro una narrativa stessa che a volte si limita a ripetere storie già narrate senza proporre nulla di nuovo perché quelle vicende in passato hanno già avuto un importante riscontro commerciale. Se Andrzej ripropone qualcosa di già visto, lo fa prendere in giro chi ancora si serve di quelle immagini o per ribaltarle.

Masolino, La tendazione di Adamo ed Eva

E poi c’è Lilith. Nel suo diario Mireille scrive che “La dea assume molti nomi diversi, in molti diversi paesi: Ishtar, Astante, Kali, Cibele. Da lei scaturiscono tutte le forme di vita, come dal mare. In questo paese la chiamano la Regina Bianca” (Katherine Neville, Il segreto del millennio, pag. 500). E per me l’immagine della Dea Bianca, Lilith, sarà sempre quella presentata dalla Neville alle pagine 395-397 del suo primo romanzo. Prima moglie di Adamo (prima di Eva) da lui ripudiata perché aveva rifiutato di obbedirgli secondo la cabala ebraica, demone femminile portatore di disgrazia per la religione mesopotamica, demone tentatore di forma femminile incontrato da Adamo nel giardino dell’Eden. Per questo motivo molte raffigurazioni del Peccato originale mostrano un serpente dal volto di donna, unendo la tradizione più nota del serpente con l’antica Lilith.

La presenza anche solo del nome nella storia di Sapkowski fa risuonare echi profondi, e sottolinea una volta di più la conoscenza dell’autore delle antiche credenze dell’uomo.

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«A tutte è stata fatta l’autopsia. Una è stata vivisezionata.»” (Pag. 116)

Viva l’umanità e l’amore per la conoscenza.

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«molti di noi hanno avuto dei dubbi. Ma abbiamo deciso di scegliere il male minore. Adesso ti chiedo di fare una scelta simile.»

Lo strigo si alzò. «Il male è male, Stregobor. Minore, maggiore, medio, è sempre lo stesso, le proporzioni sono convenzionali, i limiti cancellati.»” (Pag. 123)

Cos’è il male? E come dobbiamo comportarci di fronte a lui? Domande difficili, la cui risposta non si può trovare nei romanzi ma dentro di noi. Nella sua introduzione a La catena spezzata Marion Zimmer Bradley ha scritto “non ho mai pensato che fosse compito della fantascienza offrire delle risposte: il compito della sf è quello di fare domande, e se queste domande sono scomode, tanto meglio”. Sapkowski queste domande le fa, pone problemi su cui noi dobbiamo riflettere.

La copertine dell’ebook della versione originale di Crocevia del crepuscolo

A proposito del male anni fa sul suo blog Robert Jordan ha spiegato che nella letteratura mainstream la linea di demarcazione fra bene e male è diventata sfuocata. Ormai è diventato normale sentire notizie che parlano, per esempio, di un kamikaze che ha compiuto un gesto tremendo, ma naturalmente… Ecco, quel “naturalmente” ormai abusato in qualsiasi circostanza è invariabilmente seguito dalle spiegazioni del perché quell’azione sia stata compiuta. Il gesto viene reso così comprensibile, se non proprio giustificabile, in base alle particolari circostanze in cui si è verificato, se osservato dal giusto punto di vista. Secondo questa teoria non esisterebbero bianco e nero, ma solo sfumature di grigio.

Le sfumature esistono, come dimostrato anche da molti dei personaggi della Ruota del Tempo che si ritrovano a volte a fare scelte sbagliate o a compiere azioni terribili nel tentativo di fare ciò che reputano giusto, ma la sua paura era che quest’attenzione alle sfumature potesse portare alla convinzione che il grigio sia l’unica cosa reale, e che tutte le verità di equivalgano.

Portare all’estremo questo ragionamento, ha affermato, significherebbe affermare che Hitler avesse le sue ragioni per assassinare milioni di ebrei nei campi di concentramento, e che la sua idea di giusto fosse altrettanto valida di quella che la maggior parte delle persone hanno di lui e del suo operato. E per evitare che qualcuno potesse ritenere un po’ troppo forte quest’affermazione e che il rischio da lui paventato fosse solamente ipotetico, Jordan portava l’esempio di alcuni studenti che si erano rifiutati di scrivere testi di condanna nei confronti dell’Olocausto non per inesistenti simpatie naziste ma perché non volevano esprimere un giudizio.

Sì, le aree grigie esistono, affermava Jordan. Ed esistono mali relativi. Ma oggi queste considerazioni, troppo spesso, vengono prese come scusa per poter affermare che tutto sia relativo, e che il male percepito da uno non sia più che un lieve fastidio per qualcun altro. Relativismo o non relativismo, per quante aree di grigio possano esserci, il male esiste, affermava con convinzione lo scrittore scomparso, e lui non intendeva interrompere i suoi sforzi nel far vedere dove si trova e che cosa sia. In caso contrario un giorno potrebbe inghiottirci completamente.

Qualche pagina più avanti rispetto alle righe sopra riportate Sapkowski prosegue:

«Vedi, hai ragione, ma solo in parte. Esistono soltanto il Male e il Male Superiore e, dietro entrambi, nell’ombra, c’è il Male Supremo. Il Male Supremo, Geralt, è quello che non riesci nemmeno a immaginare, anche se pensavi che ormai nulla potesse più stupirti. E, vedi, Geralt, a volte succede che il Male Supremo ti afferri per la gola e dica: ‘Scegli, fratellino, o me o quello là, un male un po’ più piccolo’.»” (Pag. 139)

Il male è qualcosa con cui tutti dobbiamo confrontarci, e fare le nostre scelte. A volte è semplice, più spesso non lo è. E a volte ci si trova in situazioni che appaiono insolubili.

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«Hanno mandato al barone la richiesta di liberare i banditi. Il barone, si capisce, ha rifiutato, e allora hanno cominciato ad assassinare i pellegrini, l’uno dopo l’altro. Prima che il barone si ammorbidisse e liberasse quei tipi dal sotterraneo, ne avevano abbandonati alla corrente più di dieci. In seguito il barone è stato minacciato di esilio e perfino della mannaia, alcuni gli hanno rinfacciato di avere ceduto solo quand’erano state ormai uccise tante persone, altri hanno fatto un putiferio sostenendo che aveva commesso un gran male, che la cosa costituiva un pre… precedente o come si dice, che si sarebbe dovuto uccidere la banda a colpi di balestra insieme con gli ostaggi o prenderla d’assalto con altre barche, che non si sarebbe dovuto cedere neanche di un dito. In tribunale il barone ha dichiarato di avere scelto il male minore, perché sul traghetto c’erano più di due dozzine di persone, tra cui anche donne e bambini.»” (Pag. 144)

Una scelta difficile. Il male minore. E una situazione che rispecchia perfettamente la nostra realtà, quando innocenti vengono presi in ostaggio per ottenere dallo Stato la liberazione di criminali, o il pagamento di un riscatto. Qual è la vostra soluzione? Qualunque scelta si faccia, verrà compiuto del male. In questo caso io so quale sarebbe la mia, perché capisco (almeno teoricamente, visto che è qualcosa che non ho mai vissuto e spero di non dover mai vivere) il dolore di chi è coinvolto, ma penso che un governo non dovrebbe mai farsi ricattare da nessuno, per nessuna ragione, altrimenti diventa schiavo del primo folle ben organizzato. Ma chi ci va di mezzo sono degli innocenti.

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«Le nostre professioni sono un po’ diverse. La richiesta di poesia e del suono delle corde del liuto non diminuirà mai. Va peggio a te, perché voi strighi vi private da soli del lavoro, a poco a poco, ma costantemente. Più lavorate bene e con coscienza, meno lavoro avrete. Infatti il vostro scopo, la ragione della vostra esistenza è un mondo senza mostri, un mondo tranquillo e sicuro. Ovvero un mondo in cui voi siete inutili. È un paradosso, non è vero?»” (Pag. 218)

Confesso che i problemi di disoccupazione di Geralt mi hanno fatto sorridere. C’è crisi anche nel mondo fantasy, urge trovare qualche mostro! Sapkowski è davvero bravo a inserire elementi nuovi nelle sue storie, o a cambiare le prospettive. E l’arte, definita da Oscar Wilde completamente inutile nel brano introduttivo del Ritratto di Dorian Gray, è una delle cose più necessarie all’uomo e dalle quali l’uomo si priva più malvolentieri.

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«Ho osservato quegli uomini, e io di uomini me ne intendo. Non mentivano.»

«No, non mentivano. Credevano profondamente in tutto ciò che raccontavano. Il che non cambia la sostanza delle cose.»” (Pag. 226)

Che cos’è la verità?” chiede Pilato a Gesù, andandosene subito dopo aver posto la domanda senza aspettare che ci fosse una risposta. (Gv 18, 38). Che cos’è la verità? Come con il male, la domanda è difficile e spesso resta senza risposta. Ne Lo sguardo della paura Filippo Tuena ha scritto che “non si sa mai cosa si racconta davvero. Se quel che è successo o quel che ci ha colpito” (pag. 154). In questo caso la gente racconta a Geralt quella che crede sia la verità, ma le cose stanno in modo un po’ diverso. Perché

«Gli uomini amano inventare mostri e mostruosità. Così hanno l’impressione di essere loro stessi un po’ meno mostruosi.»” (Pag. 227)

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«Convivere alle vostre condizioni?» chiese con voce mutata, ma sempre calma. «Riconoscendo il vostro dominio? Perdendo la nostra identità? Convivere in qualità di cosa? Di schiavi? Di paria? Convivere con voi al di là dei muri con cui proteggete da noi le vostre città? Convivere con le vostre donne, e per questo salire al patibolo? Oppure guardare che cosa succede a ogni piè sospinto ai bambini risultato di una simile convivenza? Perché eviti il mio sguardo, strano umano? Come convivi col tuo prossimo, da cui sei comunque un po’ diverso?»” (Pag. 265)

In poche righe ecco uno scontro di culture e la spiegazione di ciò che è avvenuto, per esempio, quando gli Europei sono sbarcati in America e hanno deciso di volere la terra che fino a quel momento era appartenuta agli indiani.

Chiudo con un pensiero che ho sempre avuto, e in questo caso al diavolo l’antica saggezza popolare dei proverbi:

«Non può essere una regola qualcosa su cui ci siano eccezioni. E, ti prego, non propinarmi banali bugie sulle eccezioni che confermano la regola. Dimmi qualcosa sulle eccezioni in quanto tali.»” (Pag. 282).

Davvero un bel libro, spero di riuscire a trovare presto il tempo per leggere La spada del destino.

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