Jonathan Miles: La zattera della Medusa

Théodore Géricault, La zattera della Medusa

Per chiunque ami l’arte occidentale degli ultimi due millenni conoscere la Bibbia è una necessità. Tutti siamo in grado di riconoscere una Crocifissione quando ce la troviamo davanti, il discorso diventa un po’ più difficile con soggetti insoliti quali Il tributo di Masaccio. Se si vuole davvero capire cosa stia combinando quel gruppo di gente impegnata in una conversazione e che rapporto abbia con il tizio chinato nei pressi del lago bisogna conoscere il passo evangelico, e non guasta nemmeno sapere perché il committente ha voluto che fosse raffigurato proprio quell’episodio e non un altro. La monumentalità delle figure, la loro solennità, lo schema compositivo non variano, ma conoscere questi elementi porta a una comprensione e a un apprezzamento dell’opera molto maggiore.

Discorso analogo per la mitologia greca, per molto tempo l’unico soggetto alternativo a quello religioso. Nel corso di secoli però le cose sono cambiate, e piano piano nella nostra arte hanno iniziato a fare la loro comparsa ritratti, episodi storici, e poi paesaggi, nature morte, soggetti di genere, e infine la cronaca. In fondo è questo il soggetto del dipinto più famoso di Théodore Géricault, un episodio di cronaca.

Sul manuale su cui ho studiato Storia dell’arte al liceo, scritto da Giulio Carlo Argan, si legge che “L’opera più famosa di Géricault è Le radeau de la Meduse, cominciata nel 1818, due anni dopo la tragica vicenda dell’ammutinamento, del naufragio, della lunga odissea dei superstiti di una fregata francese al largo della costa africana. È dunque un quadro di storia contemporanea, costruita su un fatto di cronaca che aveva scosso profondamente l’opinione pubblica: il pittore si fa interprete del sentimento popolare.”

Argan passa poi ad analizzare il dipinto, cui dedica complessivamente una paginetta. Il suo L’arte moderna 1770/1970 è un manuale che copre due secoli d’arte e non può certo soffermarsi troppo sulle varie opere che analizza, ma quello che scrive non aiuta minimamente a capire cosa sia stato il naufragio della fregata Medusa. Per farlo, per capire meglio il dipinto e anche un periodo convulso della storia francese, ho dovuto leggere La zattera della Medusa di Jonathan Miles.

Intendiamoci, non ho dovuto leggere il libro, ho voluto farlo, questo genere di libri mi incuriosisce sempre molto e, pur nella complessità di una vicenda che a volte mi ha un po’ confusa per la quantità di protagonisti e interessi in gioco, sono rimasta molto colpita.

Il libro che ci apprestiamo a leggere – emozionante, avvincente e in moti casi sconcertante – racconta la vicenda di un terribile fatto di cronaca che la storia dell’arte ha elevato a emblema della crudeltà e dell’idiozia umana, e nella fattispecie di quella crudeltà e idiozia molto particolare che spesso gli inetti riescono magnificamente a esprimere quando vengono collocati in posizione di comando.” scrive Marco Carminati nell’introduzione al volume, che presenta una molteplicità di storie.

La storia della fregata Medusa, del suo comandante inetto e del naufragio, con i conseguenti episodi di vigliaccheria e orrore. Perché l’ammutinamento citato da Argan è successivo al naufragio, ed è una delle conseguenze delle scarse probabilità di sopravvivenza rimaste a ben 150 persone abbandonate da chi avrebbe dovuto occuparsi di loro in una zattera di fortuna troppo piccola e affollata, e per giunta priva di viveri e acqua, mentre chi aveva causato il disastro si metteva in salvo senza guardarsi indietro.

La storia dei naufraghi, di chi ha toccato terra ed è stato costretto ad affrontare un’estenuante marcia nel deserto e di chi invece ha vissuto ed è morto su quella zattera, o di chi dalla zattera è riuscito a scendere e ha passato gli anni successivi a gridare contro le ingiustizie del governo.

La storia di un pittore tormentato che ha fatto proprio un soggetto di cronaca per gridare la sua stessa rabbia.

La storia della Francia, uscita dalla Rivoluzione Francese e dal periodo napoleonico e in cerca di una propria direzione, fra realisti e repubblicani, intrighi politici, scandali e tratta degli schiavi.

Anche se non posso dire di aver amato alla follia il libro lo trovo comunque interessante grazie alla sua capacità di farmi guardare con occhi nuovi un periodo in precedenza a me quasi ignoto.

Riporto un paio di passi, che in senso stretto poco hanno a che vedere con la Medusa ma che sono comunque significativi.

Etienne Pasquier, il ministro di Grazia e Giustizia, osservò che era importante mantenere alta la guardia sui giornali e sui periodici “in un paese che emergeva da un lungo periodo di tormenti politici”.” (pag. 185)

Vecchia abitudine, quella di legare i tormenti politici al controllo sulla stampa. Vecchia ma ancora attuale, e pericolosa. Di contro, si può essere giornalisti ed essere profondamente stupidi, o usare la propria abilità dialettica per spostare l’attenzione dal tema reale a falsi problemi decisamente più innocui.

Quest’anno i nostri giornalisti hanno raggiunto il vertice della stupidità. Ogni dipinto è giudicato prima di tutto secondo lo spirito con cui è stato composto. Così un articolo liberale loderà il tocco patriottico di un lavoro… lo stesso quadro giudicato da un ultra non sarà altro che una composizione rivoluzionaria governata da un senso generale di sedizione.”

un critico si domandò “sono greci o romani?”. La domanda è appropriata; negare la brutalità dei fatti usando un esitante neoclassicismo nel trattare le figure era come fare un dramma in costume su un evento contemporaneo, compromettendo il messaggio politico implicito nello scontro di classi e di razze che erano state condannate a languire nella zattera.” (Pag. 217)

Certe abitudini, anche con il trascorrere del tempo, non cambiano mai.

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Una risposta a Jonathan Miles: La zattera della Medusa

  1. Julia Armignacca ha detto:

    “La storia della fregata Medusa, del suo comandante inetto e del naufragio, con i conseguenti episodi di vigliaccheria e orrore”…..

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