Michelangelo architetto, L’ultimo Michelangelo e La scuola del mondo: tre esposizioni dedicate al Buonarroti

Nel Castello Sforzesco di Milano è conservata l’ultima opera di Michelangelo Buonarroti, la Pietà Rondinini. La scultura è rimasta incompiuta a causa della morte dell’artista nel 1564. A 89 anni l’artista aveva ancora la forza di impugnare uno scalpello per cercare di far emergere le figure intrappolate nel marmo, per usare una sua famosa espressione, e dar forma ai propri sentimenti.

La Pietà è incompiuta, ma la sua forza espressiva è enorme. L’artista di Caprese utilizzava già da tempo il non finito nelle sue opere, e la superficie scabra del marmo ben si adatta a quelli che dovevano essere i suoi sentimenti nell’ultimo periodo della sua vita. Disilluso da una fede nella quale, malgrado tutti i suoi sforzi, stentava a riconoscersi, dalla politica di una Chiesa interessata più a problemi politici e mondani che spirituali, dalla scomparsa di persone a lui care quali la poetessa Vittoria Colonna o il domestico e amico Francesco Amadori detto l’Urbino, e dall’incomprensione che a volte toccava anche la sua arte – all’inizio di quello stesso 1564 Daniele da Volterra aveva avuto l’incarico di ricoprire alcune parti del Giudizio Universale considerate oscene dal Concilio di Trento – Michelangelo, come scrive Filippo Tuena nel suo Michelangelo. Gli ultimi anni, era consapevole di essere un sopravvissuto in un periodo in cui la sua arte era destinata al fallimento. Nonostante questo, la forza che vi profondeva era enorme.

All’artista il Castello Sforzesco ha dedicato due mostre. La prima si intitola Michelangelo architetto, e sarà aperta fino al prossimo 8 maggio.

Dal comunicato stampa:

Dopo le grandi monografie del secolo scorso, in anni recenti vi è stata un’importante e significativa ripresa degli studi sull’attività di Michelangelo architetto, che ha anche messo definitivamente in luce la singolare complessità compositiva, la straordinaria qualità, la ricchezza esecutiva, l’indubbia, ma talora intrigante, bellezza dei suoi disegni.

Molti di quei fogli, conservati in gran numero nella fiorentina Casa Buonarroti, vengono oggi a costituire il nucleo centrale di questa mostra, che si pone metodologicamente nel solco delle ultime ricerche, ma con l’intento di offrire, insieme ad alcuni approfondimenti, una lettura per certi aspetti nuova e nel contempo facilmente fruibile da parte del visitatore.

I disegni di Michelangelo, oltre cinquanta, sono stati raccolti secondo i temi di riferimento – dall’edilizia civile a quella religiosa, alle fortificazioni – e sono stati attentamente studiati al fine di cercare, nella semplicità di uno schizzo o nella complessa stratificazione di un elaborato “di presentazione”, i riflessi del percorso ideale di Michelangelo, del suo modo di progettare e di realizzare l’architettura: si tratta, evidentemente, di fabbriche celeberrime, ma talora incompiute se non addirittura mai realizzate.

Un’operazione resa ancor più impegnativa dalla complessa personalità dell’Artista, dal suo singolare modo di ‘vedere’ lo spazio architettonico, dall’uso rivoluzionario degli ordini classici, dall’assoluta libertà della sua tecnica grafica. A tali difficoltà si è cercato di far fronte tramite un’analisi, diretta e puntuale, di ogni singolo disegno, avvalendoci, quando necessario, anche di strumenti moderni, come quelli digitali. Proprio tali strumenti hanno consentito – come la stessa mostra documenta – di ottenere risultati di notevole interesse nell’individuare la sedimentazione grafica dei vari progetti, nel restituire costruzioni e varianti, e, infine, nel proporre schemi e modelli “ragionati”, ma di indubbia suggestione, come quello per la mai realizzata basilica di San Giovanni dei Fiorentini a Roma. Ovviamente, tali esiti sono stati infine ricondotti all’interno dei diversi progetti, costantemente e criticamente esaminati nelle loro grandiose componenti sia concettuali che compositive, come dimostra anche il catalogo: si è cercato, insomma, di salvaguardare sempre il senso architettonico della mostra, anche se il suo geniale protagonista si chiama Michelangelo.

La seconda, aperta fino al 19 giugno, si intitola L’ultimo Michelangelo. Disegni e rime intorno alla pietà Rondinini.

Dal comunicato stampa:

Nata da un’idea del Castello Sforzesco e curata da Alessandro Rovetta, l’esposizione raccoglie l’ultima produzione artistica e letteraria del Buonarroti. Si vuole così illustrare e comprendere, nelle sue diverse forme, il percorso che condusse il Maestro alla realizzazione della Pietà Rondinini, compimento della sua straordinaria esperienza artistica. Ai disegni, tra i più importanti del catalogo michelangiolesco, in gran parte databili all’ultimo decennio di vita. che mostrano la ripresa degli studi sui temi della Pietà e della Crocifissione, si affiancano le ultime rime, attestate da fogli conservati alla Biblioteca Vaticana. Contestualmente sono esposti disegni, dipinti e incisioni che illustrano la fortuna e la diffusione di soggetti e invenzioni michelangioleschi.

La facciata di Casa Buonarroti

Una terza mostra è in corso di svolgimento alla Casa Buonarroti a Firenze. Fino al 1 agosto sarà aperta La scuola del mondo, esposizione che mette a confronti disegni di Michelangelo e di Leonardo da Vinci.

Dal comunicato stampa:

La mostra espone ventidue disegni di straordinario impatto: dodici di Leonardo e dieci di Michelangelo. Nasce infatti dalla collaborazione attiva da tempo tra la Veneranda Biblioteca Ambrosiana di Milano, depositaria come si sa di un grandioso patrimonio grafico leonardesco e la Fondazione Casa Buonarroti di Firenze, che conserva oltre duecento disegni di Michelangelo, oltre alle molte carte autografe dell’Archivio Buonarroti. Si tratta di una sorta di prezioso preludio alla grande esposizione-evento di disegni di Leonardo e di Michelangelo che si aprirà a Roma, presso i Musei Capitolini, nel corso del prossimo ottobre.

Si prende l’avvio da alcuni interessanti progetti eseguiti da Leonardo e da Michelangelo per gli affreschi sul tema della Battaglia di Anghiari e della Battaglia di Cascina che i due artisti dovevano dipingere, a gara, nella Sala del Maggior Consiglio, oggi Salone dei Cinquecento, in Palazzo Vecchio a Firenze. Le due opere non furono portate a termine, ma gli studi preparatori furono importanti e ammiratissimi, tanto da essere definiti da Benvenuto Cellini la “scuola del mondo”. Di qui il titolo della mostra, che si propone però anche di mettere, in prima visione assoluta, i due geni a diretto confronto.

Giungeranno in Casa Buonarroti dalla Biblioteca Ambrosiana dieci autografi di Leonardo, più due grandi disegni di Giovanni Antonio Boltraffio, scelti in modo da rappresentare quasi tutte le tecniche grafiche adottate da Leonardo nel corso della sua carriera: dai disegni più antichi tracciati a punta d’argento, ai disegni a penna e inchiostro, a quelli a matita nera e rossa, fino a quelli a gessetti colorati. Porre questi disegni (teste di carattere, profili femminili, disegni anatomici, studi di prospettiva e uno spettacolare disegno di cavallo per la Battaglia d’Anghiari) a raffronto con quelli di Michelangelo sarà per il pubblico e per gli studiosi una inedita occasione per molti spunti di riflessione e di confronto tra i due sommi artisti del Rinascimento italiano, spesso considerati “rivali” ma che guardarono, invece, l’uno all’opera dell’altro con grande e reciproco interesse.

I disegni di Michelangelo della Casa Buonarroti sono stati scelti, a cominciare da uno dei capolavori della Collezione, il celebre Nudo di schiena riferibile alla Battaglia di Cascina anche con lo scopo di mettere in evidenza alcuni momenti salienti della biografia del Maestro, dalla sua partecipazione agli eventi delle due repubbliche fiorentine all’esperienza drammatica e suprema della Sagrestia Nuova di San Lorenzo a Firenze, fino al trentennio romano che concluse la sua vita, rappresentato in mostra da un raro e movimentato studio di cavalli.

Ho già citato in passato alcuni libri dedicati a Michelangelo, da Michelangelo Architetto di Giulio Carlo Argan e Bruno Contardi a Michelangelo. Una vita inquieta di Antonio Forcellino e a Michelangelo. Gli ultimi anni e La passione dell’error mio. Il carteggio di Michelangelo di Filippo Tuena, oltre ad alcuni romanzi dedicati al grande artista.

Chiudo il mio invito a visitare le tre mostre con alcuni stralci dell’introduzione di La passione dell’error mio (pag. X-XIV).

“Sicuramente, se il complesso di più di millecinquecento lettere che forma il carteggio comunica qualcosa, è la profonda solitudine del suo autore. E (…) il conflitto, estenuante e altrettanto violento, contro le consuetudini e le ovvietà, le questioni pratiche e le semplificazioni, le regole e le banalità, le promesse e i compromessi, le goffaggini e le furberie, le leggerezze e le imprecisioni, gli sbagli e le disattenzioni, i tradimenti che portano, in ultima analisi, ai brucianti fallimenti artistici di Michelangelo.

Perché proprio questa è la parola finale del carteggio: il fallimento del Rinascimento. la rinuncia delle illusioni, la consapevolezza della fragilità umana.

I grandi cantieri della Roma cinquecentesca sono i grandi incompiuti della storia dell’architettura. Più le opere sono ambiziose, più falliscono. (…).

Ciò che riusciva agli antichi e persino agli uomini del Medioevo (avvicinarsi alla realizzazione di un’architettura colossale) è negato all’essere, il più perfetto possibile, che sia apparso sulla terra: l’uomo rinascimentale. Il dato è drammatico e sconfortante, eppure evidente.

I progetti sono altrettanto perfetti dell’uomo che li crea ma, alla prova pratica, i più ambiziosi sono destinati a fallire perché, proprio alla prova dei fatti, l’uomo risulta inadeguato a portare a compimento le sue idee. Si pensi a quelli che impegnarono più a lungo Michelangelo: la tomba di Giulio II, il complesso di San Lorenzo a Firenze e la Fabbrica di San Pietro a Roma.

E il conflitto (…) non è soltanto tra le difficoltà pratiche dei cantieri (…) e il rispetto del progetto originario. A questo si aggiunge il contrasto tra committente e artista («anche il papa mi dà noia e fastidio», ripeteva Michelangelo quando Paolo III veniva a chiedere notizie del Giudizio Universale). Scontro affatto nuovo e inaspettato nelle consuetudini dell’arte. Il gran committente (…) entra, prima o poi, in contrasto con l’artista che lavora alle sue dipendenze. È forse colpa dei tempi estenuanti in cui si diluiscono i cantieri? (…)

Michelangelo è al centro di tutto questo. Ne soffre l’evidenza, e l’unica soluzione che trova è la rinuncia al progetto. Per questo ha un senso di stanchezza, di nausea allorché, a trent’anni di distanza dalle prime idee, Giorgio Vasari torna a parlargli della Scala del Ricetto della Biblioteca Laurenziana. Michelangelo allora inventa la più geniale immagine che poteva realizzare: la scala come un sogno, decretandone così la sua lontananza definitiva. (…) Come a dire: se è forza trasformare un ricordo, un sogno in qualcosa di tangibile, occorre ridurlo a poca cosa, a materia povera.

E, tuttavia, non è possibile non fare.

Forse per questo, le opere che realizza nella maturità sono tutte legate al composito, alla frammentarietà, utilizzando materiali e costruzioni preesistenti per un esito che, miracolosamente e in seguito a un infinito numero di varianti, assume un carattere unitario. Si pensi alla quantità di progetti accantonati per la tomba di Giulio II, o per le sepolture medicee. Si pensi alla piazza del Campidoglio: la statua equestre di Marco Aurelio, la grande base di marmo di risulta, i Dioscuri, la scalinata, i palazzi scollegati tra loro, la doppia scala di quello senatorio, le statue dei fiumi, la pavimentazione stellare. È così per (…) la trasformazione delle Terme di Diocleziano nella basilica di Santa Maria degli Angeli. Un intervento quasi sul nulla. Minimalista, si potrebbe arrischiare.

Michelangelo è tra i pochissimi artisti rinascimentali consapevole di vivere in un’epoca in cui l’arte è destinata al fallimento; cerca di risolvere il problema all’origine, negando la necessità di una pianificazione, di un progetto da seguire, perché è perfettamente cosciente che non è possibile seguire alcun progetto, che non è pensabile mantenere un’unica determinazione per il tempo che non sia il battito d’ala di un’interruzione. Sa che il destino di ogni opera è il tradimento dell’idea che l’ha generata.

Ed è in questa prospettiva che s’inserisce il concetto michelangiolesco di “modello”. I progetti architettonici di Michelangelo passano tutti per la realizzazione di un modello che rappresenta non “l’idea migliore”, ma “l’idea fermata”. Il modello michelangiolesco è l’istantanea raffigurazione tridimensionale di un’immagine in continuo movimento. Rappresenta il tentativo di affermare la prevalenza di un’idea progettuale rispetto a un’altra, e tuttavia non può in alcun modo rappresentare “l’idea migliore” perché questo giudizio esula dalle capacità dell’artista.

In questo senso di solitudine e impotenza, intuisce altrettanto perfettamente la lontananza del divino. Lavora per la gloria di Dio, ma è cosciente che Dio lo ignora. Ricorre alla preghiera, eppure in termini disillusi, come ultima speranza, sorretto più che dalla fede, dall’impossibilità di far sentire la propria voce in altro modo. Negli ultimi anni di vita ha scarsa familiarità con i sacramenti. Li considerava importanti, sebbene meno essenziali del pentimento e della preghiera. (…) È sempre il carteggio a chiarire tali evidenze: sono preghiere e opere di bene le vie che privilegia per avvicinarsi al divino. Ma avviene davvero questo contatto? O la frattura tra il Creatore e la sua opera è insanabile? È ancora possibile immaginarsi Dio nell’attitudine di rilassatezza e beatitudine che assunse alla fine del sesto giorno della Creazione: «E vide Dio tutte le opere sue, ed erano grandemente buone»?

Nient’affatto diversa da quella personale della creazione artistica, anche la via della salvezza, per Michelangelo, passa attraverso gli atti e le devozioni individuali. Le opere di carità, le preghiere per le anime dei defunti e per il proprio destino, che costellano le sue lettere, nascono sempre dalla consapevolezza della miseria, della povertà della condizione umana.

Terra Desolata è quella che accoglie gli uomini; si pensi al terribile deserto in cui sono ambientate le figure senz’anima e volontà della Conversione di San Paolo, o del Martirio di San Pietro, gli strazianti e impietosi affreschi della Cappella Paolina.

Si stenta a credere che egli avesse ancora la forza di vivere dopo aver eseguito quegli affreschi, e del resto è probabile e comprensibile che, sull’onda del profondo pessimismo esistenziale che li aveva generati, si sia abbandonato a un’autodistruzione assai vicina al suicidio.

Dopo queste opere non dipingerà più. Negli ultimi dieci anni di vita seguirà i cantieri in attività, ne progetterà di nuovi, traccerà diafani disegni nebbiosi, e scolpirà due statue per la propria tomba: una gli si scheggerà irrimediabilmente a causa di un’imprevista vena del marmo e sull’altra lavorerà per dieci anni, tra infiniti ripensamenti, e finirà, interrotta dalla morte, nel laboratorio di vasaio del servitore a cui giunse in eredità.

I falò che quell’uomo quasi novantenne alimentò con le lettere di cui era geloso, con i disegni più rivelatori e i progetti inattuati denunciano la consapevolezza del fallimento, più forse che il desiderio di nascondere goffaggini, errori, malintesi. Eppure, anche se Michelangelo riuscì a cancellare le prove di opere e fabbriche immaginate e mai realizzate, rimasero, monumenti nel deserto, quelle interrotte, incomplete, cadute in rovina, che procedettero tra errori e fallimenti, secondo un progetto che non convinceva più nessuno, né l’artista che le aveva ideate, né il committente che le aveva volute, né le manovalanze che le eseguivano e forse nemmeno il Dio disattento che dovevano celebrare.

Tra le pieghe del carteggio emerge altresì il senso di difficoltà, di profondo disagio che ha l’artista quando entra in contatto con il meccanismo produttivo: la formulazione degli accordi, il rispetto dei contratti, la gestione delle maestranze imprigionano Michelangelo in una gabbia ferrea. Egli è consapevole che, per produrre i monumenti alla libertà che abitano i suoi desideri, non può fare a meno di un mecenate. E dunque è costretto a sottomettersi alle richieste di un committente, a contrattare la sua libertà, per erigere un’opera che la manifesti. Per liberarsi di questo giogo, avvalla l’automenzogna di lavorare gratis, per la gloria di Dio, in San Pietro. Sa che non è vero, ma spera che sia così; che il rapporto non sia con il papa e i Deputati della Fabbrica, ma con Dio. (…)

Più l’artista è importante e universalmente conosciuto (e, nel caso di Michelangelo, si giunge alla divinizzazione), più le sue opere diventano ricercate, costose, complesse, e più egli ha bisogno di un committente sempre più potente. Ogni gesto di un artista diventa così, irrimediabilmente, un gesto anche politico. È questo l’altro grande paradosso del Rinascimento: la ricerca della massima libertà dell’arte ha come conseguenza la sottomissione al potere. Né un’alternativa potrebbe essere la rinuncia al fare: pure questa si trasformerebbe in un gesto politico (si pensi al rifiuto di scolpire il ritratto di Cosimo).

L’unica soluzione, paradossale, involuta, negativa, è quella di iniziare e non portare a termine le opere, seguendo il naturale corso degli eventi: lasciar fare al tempo, attendere che la corruzione e un estenuante senso di disamore porti all’abbandono del progetto, al disinteresse.”

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