Guerra e pace da Robert Jordan a Fabrizio de André

Rand nella copertina dell’ebook di Il drago rinato

La festa di oggi ricorda la fine di una guerra e un periodo storico ben preciso, ma forse non fa male fermarsi un po’ a pensare al significato della guerra in genere, anche di quelle che vengono definite guerre giuste, e alla disumanizzazione che porta sempre con sé ogni conflitto.

Per chi mi conosce non è certo un mistero che io sia una grande fan di Robert Jordan, e la conferma è immediatamente fornita dalla pagina che parla di me su questo blog, corredata da una foto dell’ultimo viaggio italiano del grande Robert.

Jordan, che in realtà si chiamava James Rigney, ha combattuto durante la guerra del Vietnam, e nel suo blog ho trovato un commento particolarmente significativo.

A quel tempo Jim era stato soprannominato dai suoi commilitoni Ganesh, dal nome della divinità indiana della fortuna nota anche come Colui che rimuove gli ostacoli e Signore del sapere. Un soprannome beneaugurante, che non poteva che far piacere a chi lo aveva ricevuto e che indica chiaramente come veniva considerato da coloro che gli erano vicini. James però aveva anche un secondo soprannome, datogli da un ufficiale che si era riferito a lui come The Icemen Cometh, dal titolo di un’opera del drammaturgo Eugene O’Neill. Icemen, ha spiegato Jordan, è la Morte, e lui ha odiato quel nome, ma forse all’epoca gli si addiceva.

Per molto tempo ha conservato una foto che ritraeva un giovane uomo seduto su un tronco mentre consumava il suo pasto con un paio di bastoncini cinesi. Vicino a lui c’erano i cadaveri di tre membri dell’esercito del Vietnam del Nord. Non era stato lui a ucciderli, e non si era seduto lì a causa loro. Semplicemente era il posto migliore per sedersi, e i corpi non lo interessavano. Erano solo parte del paesaggio.

Il giovane stava guardando l’obiettivo, e il suo sguardo era quello di una persona che nessuno porterebbe a casa per fargli conoscere la propria famiglia. Normalmente nessuno vorrebbe avere vicino quell’uomo, perché il suo sguardo era terribilmente freddo.

Jim Rigney ha ucciso quell’uomo e lo ha seppellito nei pressi di Saigon prima di tornare a casa, perché sapeva che non era una persona fatta per vivere in un ambiente civile. Quell’uomo, aveva scritto Jordan nel 2007, non c’era più, o almeno lo sperava, e lui aveva sempre preferito essere ricordato come Ganesh, Colui che rimuove gli ostacoli. Ma lo sguardo freddo di Rand, il suo modo di affrontare le situazioni critiche, probabilmente trovano le loro origini proprio in questi ricordi.

Il Vietnam ha influenzato molto l’uomo James Rigney e lo scrittore Robert Jordan, e forse prima o poi ne parlerò ancora. Però ora voglio parlare di pace, e perciò ricordo un episodio sconosciuto che mi è stato raccontato da mio padre.

Protagonista della vicenda è stato un suo ex collega di lavoro, di parecchi anni più grande di lui. Mio padre è del ’42, quindi la guerra l’ha vissuta solo marginalmente, quando non poteva capire cosa fosse, ma quel suo collega è stato in Russia e ha avuto la fortuna di riuscire a tornare indietro. Bene, durante il viaggio di ritorno, stanco, affamato, mezzo congelato, non sapendo che fare se non fermarsi nella neve e morire, ha bussato a una porta. gli ha aperto un omone grande e grosso che appena lo ha visto lo ha afferrato e trascinato nella sua baracca. L’omone era un medico, che lo ha curato e ospitato per circa un mese, cioè fino a quando lui non è stato in grado di riprendere il viaggio verso casa. Anni dopo avrebbe voluto tornare a ringraziare l’uomo e la sua famiglia per la generosità dimostrata, ma non aveva idea di quale fosse stato il paesino della Russia teatro di questo gesto di generosità che gli aveva salvato la vita.

Anche quelli dall’altra parte sono persone, e a volte può essere giusto abbattere i regimi criminali che danno gli ordini, spesso le persone che si affrontano sono solo persone comuni che hanno la sfortuna di indossare le divise di colori diversi. Lo cantava anche Fabrizio de André nella bellissima La canzone di Piero:


Dormi sepolto in un campo di grano

non è la rosa, non è il tulipano

che ti fan veglia dall’ombra dei fossi

ma sono mille papaveri rossi.

“Lungo le sponde del mio torrente

voglio che scendano i lucci argentati,

non più i cadaveri dei soldati

portati in braccio dalla corrente”.

Così dicevi ed era d’inverno

e come gli altri verso l’inferno

te ne vai triste come chi deve

il vento ti sputa in faccia la neve.

Fermati Piero, fermati adesso

lascia che il vento ti passi un po’ addosso,

dei morti in battaglia ti porti la voce,

chi diede la vita ebbe in cambio una croce.

Ma tu non lo udisti ed il tempo passava

con le stagioni a passo di giava

ed arrivasti a varcar la frontiera

in un bel giorno di primavera.

E mentre marciavi con l’anima in spalle

vedesti un uomo in fondo alla valle

che aveva il tuo stesso identico umore

ma la divisa di un altro colore.

Sparagli Piero, sparagli ora

e dopo un colpo sparagli ancora

fino a che tu non lo vedrai esangue

cadere in terra a coprire il suo sangue.

“E se gli sparo in fronte o nel cuore

soltanto il tempo avrà per morire,

ma il tempo a me resterà per vedere,

vedere gli occhi d’un uomo che muore”.

E mentre gli usi questa premura

quello si volta, ti vede, ha paura

ed imbracciata l’artiglieria

non ti ricambia la cortesia.

Cadesti a terra senza un lamento

e ti accorgesti in un solo momento

che il tempo non ti sarebbe bastato

a chieder perdono per ogni peccato.

Cadesti a terra senza un lamento

e ti accorgesti in un solo momento

che la tua vita finiva quel giorno

e non ci sarebbe stato ritorno.

“Ninetta mia, crepare di maggio

ci vuole tanto, troppo coraggio.

Ninetta bella, diritto all’inferno

avrei preferito andarci in inverno”.

E mentre il grano ti stava a sentire

dentro le mani stringevi il fucile,

dentro la bocca stringevi parole

troppo gelate per sciogliersi al sole.

Dormi sepolto in un campo di grano

non è la rosa, non è il tulipano

che ti fan veglia dall’ombra dei fossi

ma sono mille papaveri rossi.

Ricordo che fino al 15 maggio a Milano alla Rotonda della Befana è possibile visitare Fabrizio de André. La mostra, esposizione ricca di cimeli (manoscritti, locandine, fotografie, video) del grande artista che, parlando di sé e della sua arte, diceva «Sentii fin da subito che il mio lavoro doveva camminare su due binari: l’ansia per una giustizia sociale che ancora non esiste e l’illusione di poter partecipare, in qualche modo, a un cambiamento del mondo. Quest’ultima si è sbriciolata presto, la prima, invece, rimane».

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