Quattro chiacchiere con Robin Hobb

Lo scorso mese di giugno Robin Hobb è venuta in Italia. In una manciata di giorni ha macinato centinaia di chilometri e toccato parecchie città pur di incontrare i suoi lettori, persone che avevano sognato con le sue storie e che erano state toccate dalle sue parole. Sette città, Parma, Brescia, Pavia, Milano, Bologna, Firenze, Roma, per ben undici incontri scaglionati nell’arco di una settimana hanno visto la presenza della scrittrice. La quale, nonostante i continui spostamenti in treno e i cambi di albergo, si è sempre mostrata estremamente curiosa verso la storia e la cultura italiana – ogni volta che ne ha avuta la possibilità ha visitato monumenti e centri storici – e disponibile nei confronti dei lettori rispondendo alle loro domande e in qualche occasione andando anche a cena con loro.

Del tour italiano della Hobb ho fatto a suo tempo un resoconto per FantasyMagazine basandomi sulle mie impressioni, sui commenti di alcune persone che hanno avuto modo d’incontrarla ma soprattutto da quanto raccontato dalla stessa Robin nel proprio blog.

Quel resoconto è disponibile a questo link: http://www.fantasymagazine.it/approfondimenti/12780/

Io ho avuto la fortuna di poter passeggiare con lei nei dintorni di Piazza Duomo scambiando qualche parola con una donna entusiasta per l’esperienza che stava vivendo in quei giorni. Poco dopo ci siamo recate nella libreria Fnac, sede dell’incontro milanese condotto dalla sottoscritta e da Chiara Codecà, che mi ha aiutata nel per me improbo compito di tradurre l’inglese parlato.

Per chi non c’era ricordo alcuni momenti della nostra chiacchierata.

La mia prima domanda, non proprio originale, ha riguardato il suo pseudonimo, visto che il vero nome dell’autrice è Margaret Lindholm e che lei, dopo aver pubblicato dieci romanzi come Megan Lindholm ha iniziato a firmare le sue opere come Robin Hobb. Ho così scoperto che l’idea stata della sua casa editrice. Visto che i romanzi di Megan Lindholm erano di genere urban fantasy con ambientazioni contemporanee, e che nel caso dei Lungavista Margaret intendeva scrivere un fantasy classico, l’editore le ha chiesto di scegliere un altro nome.

La scelta è caduta su Robin sia per via della sensazione positiva associata al nome stesso, che richiama quello di Robin Hood, sia perché è un nome androgino, che non dice al lettore se l’autore del libro sia un uomo o una donna. Quando a Hobb, facendo un giro nelle librerie la scrittrice aveva notato che in genere lo scaffale che si trova all’altezza degli occhi, il primo che i lettori notano, è proprio quello della lettera “H”, e lei volevo stare su quello scaffale. Inoltre Hobb è un nome breve, graficamente sta bene in copertina, non è troppo invasivo e non disturba l’immagine. Solo in un secondo momento si è resa conto che Hobb è anche la parte iniziale della parola Hobbit, e che quindi il nome era in qualche modo collegato con il genere fantasy e con le opere di J.R.R. Tolkien, e questa constatazione le ha fatto molto piacere.

La mia domanda successiva ha riguardato il fantasy in quanto tale, e la sua scelta di scrivere storie appartenenti a un genere spesso snobbato dalla critica. Anche qui nulla di originale, ma mi interessa sempre molto conoscere l’opinione di persone che dedicano la loro vita a queste opere, raggiungendo a volte livelli di valore assoluto, e che si vedono spesso tacciate dai cosiddetti intellettuali di realizzare opere minori, magari infantili, certo non importanti, perché la fantasy è un genere da ragazzi, o comunque non da lettori maturi.

Su un certo snobismo ho intenzione di scrivere più dettagliatamente nei prossimi giorni, tanto i giornali pubblicano sempre qualche pezzo ridicolo, non so se per semplice ignoranza o se per il puro gusto di guardare qualcuno dall’alto in basso. Penso al New York Times come alle case editrici italiane, ma per questo c’è tempo. Per ora torniamo a Robin, la quale mi ha giustamente risposto che semplicemente scrive le storie che ha voglia di scrivere, e lei ha sempre amato il fantasy. Quello che invece non le piace sono le etichette e la tendenza a giudicare un genere migliore di un altro, ma francamente non le importa molto di quello che dice la critica. L’unica cosa che conta è se un romanzo è scritto bene, e se piace a chi lo legge.

E poi ha evidenziato che se le guardiamo bene molte opere che non vengono giudicate fantasy contengono qualche elemento fantasy o fantastico. Se però hanno successo, se vanno in cima alle classifiche di vendita, c’è chi si affretta a dire che in fondo no, non si tratta di fantasy. Questo fenomeno si è verificato anche con Harry Potter, che è arrivato in cima a tutte le classifiche ma secondo parte della critica non è fantasy. Io mi limito ad aggiungere ora che per molti se Philip Roth pubblica Il complotto contro l’America scrive un altro dei suoi capolavori che ci mostra le inquietudini di un’America che sarebbe anche potuta esistere, mentre se Harry Turtledove pubblica In presenza del nemico si tratta dell’ennesimo romanzo di storia alternativa legato alla Seconda guerra mondiale, romanzo del quale non vale neanche la pena parlare.

Per quanto riguarda la modalità di realizzazione delle storie la Hobb ha affermato di essere una freewriter, cioè di non pianificare con precisione le sue storie prima di iniziare a scriverle.

Prima di iniziare, ha spiegato, lei sa sempre dove vuole arrivare. È come se fosse in cima a una montagna e guardasse la valle ai suoi piedi. Se ci fosse la nebbia, una nebbia a banchi, potrebbe vedere alcune zone del paesaggio illuminate dal sole, mentre altre rimarrebbero nascoste al suo sguardo. Per sapere cosa c’è in quei punti dovrebbe andare lì, ed è quello che fa quando scrive un romanzo.

Per lei scrivere è un po’ come decidere di scendere da quella montagna per andare in un punto che conosce a fondovalle. Saprebbe dove vuole arrivare ma conoscerebbe solo alcune svolte, alcuni punti fermi mentre altri, quelli nascosti nella nebbia, li scoprirebbe solo durante il cammino.

È ovvio che procedendo in questo modo c’è il forte rischio di perdersi per strada, e infatti le è già successo di scrivere qualcosa per poi trovarsi bloccata, senza riuscire più ad andare avanti. L’unica soluzione in quel caso era stata tornare indietro fino all’ultima svolta e far prendere al personaggio una direzione diversa, buttando via parecchie pagine inutilizzabili. Ma scrivere seguendo una scaletta per lei sarebbe terribilmente noioso, mentre ciò che ama è il gusto della scoperta.

Le sue storie nascono sempre dal personaggio. Si concentro su di lui, sui suoi problemi, sulle sue caratteristiche, e poi via via allarga lo sguardo iniziando a vedere chi gli è più vicino, poi si allontana ancora, come se facesse uno zoom all’indietro usando il personaggio come punto focale, o lente d’ingrandimento che le consente di vedere meglio i dettagli di ciò che lo circonda. Avendo bene in mente il suo protagonista tutto quello che c’è intorno a lui si arricchisce, e il mondo diventa più reale.

Una sua abitudine è quella di cercare sempre di non rendere le cose semplici ai suoi personaggi. Più l’ostacolo che trovano sul loro cammino è grande, più la loro vicenda è interessante. E se oltre ai pericoli esterni ce n’è uno che deriva dall’interno è più difficile compiere la scelta giusta, anche perché spesso è più difficile capire quale sia la scelta giusta. Ma proprio perché la battaglia contro sé stessi è così difficile, è anche la più interessante.

Motivo questo che si ripresenta spesso nelle sue storie. Nella Trilogia dei Lungavista FitzChevalier rischia costantemente di perdere sé stesso per colpa del legame con gli animali chiamato “Spirito”, mentre Nevare Buvelle nella Trilogia del figlio soldato deve fronteggiare una parte di sé caduta sotto il dominio della Donna dell’albero. Perché spesso anche nella fantasy, così come  per ciascuno di noi, il maggior pericolo è quello che cela al nostro interno.

Recentemente Fanucci ha pubblicato Il rifugio del drago, nuovo episodio della saga Cronache delle giungle della pioggia. Per leggere le prime pagine del romanzo basta fare un salto sul sito dell’editore: http://www.fanucci.it/eventi.php?id=125

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3 risposte a Quattro chiacchiere con Robin Hobb

  1. Pingback: Quattro chiacchiere con Robin Hobb | librolandia

  2. Antebar ha detto:

    Mille grazie per l’ennesimo bellissimo articolo. Provvederò subito a segnalarlo agli altri lettori.

    Barbara

  3. Quando ho incontrato per breve tempo Robin Hobb ne ho avuto una bellissima impressione. è una signora molto intelligente, gentile ed estremamente curiosa, era affascinata da tutto ciò che vedeva e si stava gustando appieno l’esperienza del viaggio. Per questo ho scritto quell’articolo che ne parla su FantasyMagazine. Avevo anche preso appunti in vista della possibile pubblicazione di una sua intervista, poi per vari motivi l’intervista è saltata, ma i miei appunti sono rimasti. E visto che ora ho aperto un blog ho pensato che potesse esserci qualcuno interessato a leggere un resoconto di quel breve incontro, così li ho sistemati e pubblicati. Sono contenta che il mio pezzo sia piaciuto.

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