Incipit: I giorni del potere di Colleen McCullough

Non avendo obblighi personali nei confronti dell’uno o dell’altro dei due nuovi consoli, Caio Giulio Cesare e i suoi figli si limitarono ad accodarsi alla processione che si formava vicino alla loro casa: quella del console più anziano, Marco Minucio Rufo. Entrambi i consoli abitavano sul Palatino, ma la casa del più giovane, Spurio Postumio Albino, era sita in un quartiere più elegante. Correva voce che i debiti di Albino fossero saliti alle stelle, ma non c’era da stupirsene: era il prezzo da pagare per l’elezione al consolato.”

Niente fantasy stavolta. Queste sono le prime righe di I giorni del potere, di Colleen McCullough.

Ho letto il mio primo romanzo storico controvoglia, a quindici anni. Si trattava di Sinuhe l’egiziano, dello scrittore finlandese Mika Waltari. L’ho letto perché me lo aveva assegnato per l’estate l’insegnante di lettere. Aveva ragione lei e il romanzo mi è piaciuto, infatti l’ho riletto diverse volte e per qualche tempo, da ragazzina, mi sono chiesta se un giorno avrei chiamato mia figlia Minea. Quando aspettavo Alessia avevo lievemente cambiato idea e ho provato a suggerire a mio marito il nome Arya, ma lui non l’ha nemmeno considerato pensando che stessi scherzando. Questi mariti!

Tornando seria, dopo Sinuhe ho iniziato ad apprezzare la narrativa di ambientazione storica, preferibilmente quella ambientata prima del ‘500. L’invenzione delle armi da fuoco fa una gran differenza in una battaglia, e io sono più attratta da atmosfere che è difficile trovare in periodi più moderni.

I giorni del potere è un tomo di notevoli dimensioni, 880 pagine, e la storia non si ferma certo qui visto che a questo romanzo la scrittrice ne ha fatti seguire altri sei. Si tratta di I giorni della gloria, I favoriti della fortuna, Le donne di Cesare, Cesare. Il genio e la passione, Le Idi di Marzo e Cleopatra, per un totale di oltre 5.400 pagine di storia romana.

Il Caio Giulio Cesare delle prime righe non è chi pensiamo noi. Sì, leggendo quel nome a tutti viene in mente un personaggio ben preciso, ma in questo caso si tratta di un signore dalle origini nobilissime ma povero in canna e senza nessuna speranza di aspirare al consolato. Nelle pagine successive avrà un’idea che cambierà il suo destino e anche quello di Roma. Il Cesare in questione è il nonno di colui che conquisterà la Gallia, passerà il Rubicone e compirà tutte le altre imprese che conosciamo. E consentendo a un tale guardato con disprezzo dai nobili perché non proprio romano di Roma di aspirare al consolato, ha contribuito a far sì che uno dei più grandi generali della storia si opponesse fra il 102 e il 101 a.C. ai Cimbri e ai Teutoni, che avevano tutte le intenzioni di visitare la Città Eterna prima che assumesse quel nome. Per chiunque conosca un po’ di storia romana è ovvio che sto parlando di Caio Mario.

Per me in quel momento il signor Caio Mario era un illustre sconosciuto. Le lezioni di storia le avevo allegramente dimenticate quindi tutto era nuovo, ma non sta nella suspance la bellezza del romanzo, anche se ce n’è in abbondanza. Quando l’ho riletto l’ho amato ugualmente, e sapevo perfettamente cosa sarebbe avvenuto, quali difficoltà avrebbero incontrato i protagonisti e come e se ne sarebbero venuti fuori. La bellezza sta nell’ambientazione ricostruita in maniera minuziosa, in personaggi vivi, in problemi reali. Tutto è vero in queste pagine, compreso l’episodio delle lumache. Quando l’ho letto ho pensato a un’invenzione della scrittrice, e poi l’ho ritrovato nel Bellum Iugurthinum di Sallustio. Sì, ho letto diversi testi di autori classici dopo il primo romanzo della McCullough, volevo capire cosa ci fosse di vero e cosa d’inventato. I dialoghi sono inventati, ovviamente, i fatti sono reali, anche se a volte un po’ romanzati.

Da notare come anche oltre 2000 anni fa per l’elezione a certe cariche fosse necessaria la corruzione. Poi, una volta eletti, i bravi rappresentanti del popolo spremevano i sudditi con le tasse per diventare più ricchi di prima.

Dopo aver letto Le Idi di Marzo avevo scritto una breve recensione, la pubblico qui sotto:

Con Le Idi di Marzo (infelice traduzione dall’originale The October Horse) la McCullough giunge al sesto volume della sua saga sull’antica Roma. Pompeo è morto, assassinato in Egitto per volontà dei consiglieri del giovane sovrano Tolomeo, e la guerra civile sembrerebbe volgere al termine.

La resistenza dei nemici di Cesare, però, continua implacabile. Dai complotti in Egitto tra Cleopatra e Arsinoe alla marcia di Catone fino alle battaglie di Tapso e Munda, continui ostacoli vengono posti sul suo cammino, anche se nulla sembra bloccare troppo a lungo quello che ormai è diventato il Primo Uomo a Roma. La sua volontà inarrestabile e il suo ingegno piegano ogni cosa al suo volere, e nessuno sembra in grado di opporglisi, ma il malcontento cresce sotterraneo. I suoi metodi, pur così diversi da quelli di Silla, e il suo accentrare in sé ogni potere finiscono per renderlo inviso ai suoi stessi alleati.

Le vicende dell’antica Roma tornano più appassionanti che mai, narrate con uno stile accattivante capace rendere coinvolgente ogni episodio, e di tratteggiare personaggi vivi e sorprendentemente reali. Figure che amano, odiano e agiscono con passione e con il cervello, senza dimenticare mai la realtà storica degli episodi narrati.

Parlo di titolo infelice, e per un motivo ben preciso. Le Idi di Marzo nella vita di Cesare sono un giorno ben preciso, uno dei più noti episodi della storia. Così il libro viene letto con l’aspettativa per l’arrivo di quel giorno. Ma molte altre cose accadono dopo le Idi, e con questo titolo possono sembrare poco importanti. Invece no, sono la premessa per una svolta fondamentale per Roma e per i popoli che sono vissuti in seguito a questi fatti. Anticamente il cavallo d’ottobre era il cavallo non favorito, dalla partenza lenta e perciò sottovalutato dagli avversari, che alla fine conquistava la vittoria. Un ritratto perfetto per il giovane Caio Ottavio, divenuto Ottaviano in seguito all’adozione da parte di Cesare, successivamente soprannominato Augusto e vero protagonista di questo romanzo

E ora un nuovo incipit. Sì, ci sono ancora i romani.

Il sole della Gallia settentrionale era pallido, non somigliava per nulla al caldo astro luminoso che brillava sull’Italia, e nella quieta penombra che regnava sotto gli alberi la sua luce giungeva sbiadita. verde e incerta, quasi come quella che arriva sotto le acque del mare. L’ambiente circostante si rifletteva sull’umore dei Romani che stavano percorrendo lo stretto sentiero boschivo, inducendoli a procedere in silenzio, senza squilli di tromba o allegri canti che accompagnassero la marcia e annunciassero la loro presenza. I boschi incombenti sembravano perciò ignorarli.”

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