Ancora incipit

L’uomo in nero fuggì nel deserto e il pistolero lo seguì.”

Una sola riga stavolta, una manciata di parole per me molto suggestive. È l’inizio di L’ultimo cavaliere di Stephen King, primo volume della saga della Torre nera. In due frasi dalla struttura semplicissima – soggetto, verbo, complemento, congiunzione coordinante, soggetto, pronome e verbo – sono racchiuse molte informazioni e altrettante domande.

Chi è l’uomo in nero? In genere nel fantasy, come nei vecchi western del primo periodo del cinema, sono i cattivi a vestirsi di nero e i buoni si vestono di bianco, ma per ora non abbiamo indizi per sapere se i canoni siano stati rispettati. Il romanzo di King è del 1982, quindi Le cronache del ghiaccio e del fuoco di George R.R. Martin, con i suoi Guardiani della notte vestiti di nero erano ancora ben lontani nel futuro, ma Stephen non è certo secondo a nessuno nell’usare – o se preferisce ribaltare – i canoni di un genere a suo piacimento, quindi una sola riga è troppo poco per dire chi sia l’uomo in nero. Però l’accento messo sui suoi abiti fa subito pensare a forti dicotomie.

Fuggì. Perché? qui c’è una storia dietro, e prima o poi verrà raccontata, per ora il verbo crea forti aspettative.

Nel deserto. Quale? Perché proprio lì e non altrove?

Il pistolero lo seguì. Siamo nel bel mezzo di un’azione dinamica, un inseguimento in piena regola. Il pistolero indica un’opera diversa dal solito. In genere i pistoleri li troviamo nel western, genere da me amato probabilmente perché è sempre piaciuto a mio padre. Lui guardava i film di John Wayne, e io ho iniziato ad amarli. Personaggi granitici, capaci di imprese impossibili pur di fare ciò che gli sembrava giusto. Un po’ come alcuni personaggi di David Gemmell. Niente e nessuno possono fermare Druss la leggenda e la sua ascia. E Gemmell è uno dei pochi che ha portato le armi da fuoco nel genere fantasy con opere post-apocalittiche, quelle dedicate a Jon Shannow. Ma il western mostra anche personaggi tormentati, cavalieri pallidi come Clint Eastwood che non trovano mai requie. Figure come lo stesso Shannow, o come Waylander, altro protagonista di quel ciclo dei Drenai in cui compare anche Druss. Waylander e Druss non si sono mai incontrati, ma sono due delle principali incarnazioni dell’eroe.

L’inizio è suggestivo… ma per me le premesse non sono state rispettate. Questo libro non mi è piaciuto molto, e anche se mi hanno detto che i successivi sono molto più belli non ho mai trovato il tempo e la voglia per andare avanti.

King mi spaventa un po’, anche se la trama di It mi incuriosisce, per esempio, ho paura di leggerlo. Probabilmente è un bel libro, ma non fa per me. La prima opera di Stephen che ho letto, tanti anni fa, è Il talismano, scritto in collaborazione con Peter Straub. Non ricordo più nulla della trama, solo che mi era piaciuto ma che mi annoiavo durante le parti più horror, e pensava “ok, ora me l’avete detto, andate avanti a raccontare la storia per piacere”.

Poi è arrivata l’antologia di racconti Stagioni diverse, e anche se il quarto non mi è piaciuto per niente i primi tre sono molto belli. Alcune parti un po’ troppo forti, e le avrei avrei volentieri evitate, ma il resto è ben scritto e coinvolgente, con personaggi vivi che tengono con il fiato sospeso.

Non ho letto altri romanzi suoi, anche se forse prima o poi lo farò. Il film Il miglio verde, tratto dall’omonimo libro, mi è piaciuto molto, quindi è un ottimo candidato per finire sui miei scaffali.

Qualche giorno fa ho terminato On writing, la sua autobiografia con annessi consigli di scrittura. Non sapevo che King avesse avuto una vita tanto dura, ha tutta la mia ammirazione per come è riuscito a venire fuori dalle difficoltà senza scoraggiarsi. E il suo rapporto con la moglie è bellissimo. Quanto ai consigli di scrittura sono chiari, ben spiegati, interessanti. Un ottimo testo.

 

E ora il nuovo incipit.

 

Non avendo obblighi personali nei confronti dell’uno o dell’altro dei due nuovi consoli, Caio Giulio Cesare e i suoi figli si limitarono ad accodarsi alla processione che si formava vicino alla loro casa: quella del console più anziano, Marco Minucio Rufo. Entrambi i consoli abitavano sul Palatino, ma la casa del più giovane, Spurio Postumio Albino, era sita in un quartiere più elegante. Correva voce che i debiti di Albino fossero saliti alle stelle, ma non c’era da stupirsene: era il prezzo da pagare per l’elezione al consolato.”

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