Tipicni

Finché non cala il buio

Erano anni che aspettavo di incontrare un vampiro quando finalmente uno di essi entrò nel bar.
Fin da quando i vampiri erano usciti dalla bara (come erano soliti dire, scherzando), quattro anni prima, io avevo cominciato a sperare che uno di essi venisse a Bon Temps. Nella nostra piccola città avevamo esponenti di tutte le minoranze, quindi perché non averne anche di quella più recentemente riconosciuta, composta nella fattispecie dai non-morti?

Queste sono le parole di apertura di Finché non cala il buio, primo romanzo del ciclo The Southern Vampire Mysteries di Charlaine Harris. In genere evito le storie con i vampiri, se sono inquietanti, come Io sono leggenda di Richard Matheson, poi ci sto male, e se sono leggere non riesco a prenderle sul serio. Ho fatto un’eccezione con il bellissimo Il battello del delirio di George R.R. Martin, ma Martin è Martin, qualsiasi cosa scriva è straordinaria, anche se in certi punti avevo davvero paura ad andare avanti. E poi ho fatto un’eccezione per la Harris, della quale a breve leggerò il terzo romanzo, Il club dei morti, seguito di Morti viventi a Dallas.
Sono storie leggere e brillanti, che mescolano umorismo, erotismo, thriller e qualche momento di paura. Non diventerà mai il mio genere preferito, ma a volte si possono anche fare escursioni in territori narrativi precedentemente poco esplorati.

Il nuovo incipit:

Si chiamava Gaal Dornick ed era un semplice ragazzo di campagna che non aveva mai visto prima d’allora Trantor. Cioè, non l’aveva vista di persona. Ne conosceva però il panorama per averlo visto sullo schermo dell’ipervideo e sugli enormi trasmettitori tridimensionali quando diffondevano le notizie dell’Incoronazione Imperiale o dell’apertura del Consiglio Galattico. Pur essendo vissuto sempre nel mondo di Sinnax, che ruotava intorno a una stella ai margini della Corrente Azzurra, il ragazzo non era affatto tagliato fuori dalla civiltà. A quel tempo, nessuno nella Galassia lo era.”

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2 risposte a Tipicni

  1. M.T. ha detto:

    Io sono Leggenda è amaro, senza speranza, una perla sulla diversità e sull’isolamento, con un finale da mettere di diritto nella storia della letteratura.

  2. Quello non è certo un finale che si possa dimenticare. Solo che è angosciante, e se voglio farmi angosciare da ciò che leggo mi dedico a un saggio di attualità, non a un romanzo. Infatti non ho più letto nulla di Matheson, non ne ho avuto il coraggio, anche se alcuni degli episodi più belli di Ai confini della realtà sono stati realizzati a partire da una sua idea.

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