Silvana De Mari: Il cavaliere, la strega, la Morte e il diavolo

Il cavaliere la strega la Morte e il diavolo

Silvana De Mari è famosa soprattutto per i suoi romanzi fantasy L’ultimo elfo e i suoi seguiti L’ultimo orco, Gli ultimi incantesimi e L’ultima profezia del mondo degli uomini. Di L’ultimo elfo è appena stata pubblicata anche la versione audiolibro con la voce di Mietta. Io devo ancora leggeri. Curiosamente mi sono avvicinata alla scrittrice con un saggio prima, Il drago come realtà, e con un’opera “minore”, un’antologia di racconti, poi.
Ho appena terminato Il cavaliere, la strega, la Morte e il diavolo, nel quale in fantastico compare in quantità davvero limitata, ed è un volume bellissimo. Fin dalla copertina, con un particolare dei Proverbi fiamminghi di Pietre Bruegel il Vecchio, opera che rende perfettamente l’insensatezza di certe azioni umane e la caoticità della realtà in cui viviamo. Tempi bui in ogni epoca, con le persone che spesso non vedono o non vogliono vedere chi o cosa si trova al loro fianco.
Il volume contiene nove racconti – sei dei quali pubblicati gratuitamente in forma lievemente diversa sul sito della scrittrice – e una serie di riflessioni.

I racconti possono essere letti a questo link: http://www.silvanademari.com/racconti.htm

Tema comune a tutti i testi è la morte, anzi, la Morte. A volte sconfitta, a volte vittoriosa, sempre vicina ai protagonisti delle vicende e al lettore.
Durante la lettura alcune frasi mi hanno colpita particolarmente, le riporto insieme a qualche mia considerazione.

Erano ubriachi di avere il loro Dio che combatteva con loro e che era contento della loro guerra, veramente convinti, come tutti gli utenti di guerre giudicate sacre e sante, che Dio sia veramente contento dei loro morti ammazzati. Chissà perché a nessuno viene in mente mai che Dio forse ha creato pure gli altri, quelli da sterminare.” Pag. 13

Una scrittura aspra, quella della De Mari. Forte e diretta come un pugno nello stomaco. Non so se sia così anche nei romanzi o se, visto che almeno per L’ultimo orco, il pubblico di riferimento sia giovane, addolcisca un po’ il modo di presentare le cose. Certo il suo punto di vista contro tutte le guerre e tutti i fanatismi è chiaro, come ben sa chi legge il suo blog, attivissimo nel proporre temi che parlano di minoranze e sfruttamento dei più deboli nel tentativo di far sì che le cose cambino. Perché Dio, comunque lo si voglia chiamare (ricordate Eraclito l’Oscuro con il suo “L’unità, l’unica sapienza, vuole e non vuole essere chiamato Zeus”?), se esiste ha creato pure gli altri.

Quel suo primo giorno di battaglia lo aveva sognato per mesi attraverso deserti sterminati, e paludi impenetrabili, sognato come una promessa di gloria e onore.
In effetti un giorno di gloria era stato. La massima gloria possibile per l’appartenente a qualsiasi armata. non avrebbe obbedito, non avrebbe creduto, non avrebbe combattuto quando il prezzo sarebbe stato l’anima propria e i bambini altrui.
” Pag. 20

È sempre più semplice fare ciò che ci viene detto, ma è sempre giusto? I nazisti di Norimberga hanno risposto “noi abbiamo solo obbedito agli ordini”, ma, come già sapeva un certo Dante Alighieri tanti anni fa, “fatti non foste a viver come bruti, / ma per seguir virtute e canoscenza” (Inferno XXVI, 119-120). Noi abbiamo un cervello, e dobbiamo adoperarlo. E più le circostanze sono difficili, più è importante ricordarsi di farlo. Il prezzo per la perdita della memoria può essere la nostra stessa anima.

Assisteva ai parti e medicava le ferite. La sua scienza le veniva dal padre medico, che aveva studiato sugli antichi testi dei latini, che erano pagani, e degli ebrei, che erano nemici di Gesù Cristo, e lei oltretutto era femmina, per natura più corruttibile, anzi già corrotta ancora prima di venire al mondo.” Pag. 22

In poche righe sono ricordate le discriminazioni contro chi ha una fede diversa dalla propria e quella ancor più grave contro la donna, cioè contro metà del genere umano, considerato anche ora inferiore all’altra metà. Perché, come ricorda Elena Gianini Belotti, “L’ordine familiare e sociale esige che le donne siano consenzienti a sobbarcarsi il compito di addette ai servizi domestici, poiché il loro rifiuto metterebbe in crisi contemporaneamente la casta maschile, condizionata a essere servita, e l’intera struttura sociale, che si rifiuta di sopportare i costi del lavoro domestico femminile e quelli necessari all’impianto di un’organizzazione che lo sostituisca.” (Dalla parte delle bambine, pag. 86-87), e nel Medioevo in cui è ambientato il racconto per la donna c’era ancora meno considerazione di adesso.
A me queste righe fanno anche un altro effetto, richiamano subito alla mente la Jehane protagonista di The Lions of Al-Rassan. Prima o poi parlerò di Kay, scrittore straordinario ignominiosamente trascurato dagli editori italiani, qui mi limito a rilevare che Jehane è figlia di un medico e medico a sua volta in un mondo fantasy che per molti versi richiama la Spagna dell’epoca della cacciata dei Mori. E, volendo trovare un altro punto di contatto fra le idee espresse dalla De Mari e Lions of Al-Rassan ricordo che contiene personaggi simpatici, e in gamba, in entrambi i fronti dello schieramento. Non ha importanza chi vincerà alla fine del romanzo, personaggi amati soffriranno comunque, e nell’ultimo capitolo prima dell’epilogo, anche in rilettura, qualcuno viene ucciso e io non posso trattenere le lacrime.

Quello che fu certo è che nessuno osò opporsi alla diceria, se non altro per non fare la figura dello stolto, di quello che non aveva capito niente: una costante della storia è che le peggiori ingiustizie avvengono più per imbecillità che per autentica cattiveria.” Pag. 22

Probabilmente le mie parole a commentare queste, come molte altre righe, sono superflue, Silvana è chiara e diretta senza bisogno dell’intervento di nessuno. Quante volte non diciamo nulla per paura di fare brutte figure? Quante ci adeguiamo al sentire comune perché è più semplice? E quanto le voci possono trasformarsi senza che noi ce ne rendiamo conto e diventare col tempo molto diverse da ciò che erano all’origine?

Bradamante era femmina e non avrebbe avuto diritto a un’arma, ma suo padre figli maschi non ne aveva avuti e allora aveva insegnato a lei” Pag. 26

Altra associazione personale, quella con Lady Oscar. In moltissime opere le fanciulle devono solo essere salvate, o stare alla finestra e ammirare le imprese compiute dal grande eroe della situazione. Sempre la Gianini Belotti spiega perché in un saggio che non mi stancherò mai di raccomandare e che tutti dovremmo leggere, specie i genitori dei maschietti. Comunque Oscar agiva, come Bradamante, e anche se certe cose le aveva volute per lei il padre è lei a forgiare il proprio destino. Un’eroina straordinaria, ben lontana dalle più moderne e apparentemente emancipate Winx, interessate a combattere solo dopo aver controllato il proprio look.

Era che per la prima volta si affacciava l’idea che il destino non erano soltanto gli altri a deciderlo: i re, i guerrieri, i vescovi, la cavalleria cristiana o quella dei nemici, come una manata sui moscerini.
Era che per la prima volta si affacciava l’idea che loro, le femmine e gli infanti dei morti di fame, forse non stava scritto che il destino non se lo facevano mai. Forse non stava scritto che il destino loro altro non fosse che il capriccio di un guerriero, la strada scelta dal suo cavallo in corsa, come una manata sui moscerini.
Forse non stava scritto che loro i e i loro figli altra parte mai avessero nella storia se non quella del moscerino
.” Pag. 26-27

Forse, se ne prendiamo coscienza, non siamo moscerini. Ma dobbiamo pensare e avere coraggio, e non sempre sono cose semplici. Specie se chi ci sta intorno (il potere, l’autorità, le consuetudini) fa di tutto per scoraggiarci.

La strega voleva dirlo, cercò di dirlo che lei non era capace, che non si poteva, che queste cose esistono solo nella fantasia degli uomini, perché è troppo atroce accettare che tutta la sofferenza non è per l’odio del demonio, ma solo per il caso.” Pag. 27

ché tutte le guerre, finiti il dolore e la distruzione, lasciano un infinito strascico di cianfrusaglie senza valore.” Pag. 50

Tutte le guerre, senza distinzione, non importa quanto vengano giudicate giuste o sante. Partono da un piccolo fuoco e poi si espandono a dismisura, travolgendo tutto, e fra le cianfrusaglie senza valore ci sono anche i corpi inutili e vuoti di coloro che il caso ha posto nel luogo sbagliato al momento sbagliato.

Aveva parlato di Dio, degli Uomini e della Storia. Aveva esagerato. Da quelle parti non usava. Tutto quello che bisognava insegnare era a leggere e a scrivere e anche un po’ di latino, proprio perché sapessero seguire una messa e non fare la figura del bifolco a corte. Nessuno aveva mai chiesto al collegio di insegnare a pensare. O di insegnare la storia, quello che era successo davvero, perché poi la gente imparasse a pensare da sola, che forse di tutte era la sciagura peggiore.
Il folle aveva parlato anche di Voltaire, come se non bastasse aveva detto che nel Vangelo gli uomini sono uguali. Parlò delle donne, ché non ci sono solo al mondo madonne e puttane. Disse che le puttane non nascono puttane, nascono bambine come tutte le altre, e ci sarebbero meno lupanari se la miseria fosse un po’ di meno
.” Pag.79

La cosa più pericolosa per chi sta in alto, al vertice della piramide di ricchezza e di potere, è che chi sta sotto possa usare la propria testa per pensare e per vedere le ingiustizie. Per questo in passato si è usata l’ignoranza così come ora si usa la televisione. “Panem et circenses” dicevano gli antichi romani, non affamare il popolo e svagalo un po’ così che non si accorga di come stanno realmente le cose. E riscrivi la storia, come l’hanno sempre riscritta i vincitori, perché non bisogna sapere quel che è successo davvero ma quel che fa comodo a chi comanda, come avviene nel bellissimo e angosciante 1984 di George Orwell. Dai informazioni sbagliate o non darle del tutto, controlla i mezzi di comunicazione e svia l’interesse della gente su casi brutali e drammatici quanto vuoi, come quello della povera Yara, per non parlare di altro che potrebbe creare problemi seri alla Casta. In fondo il libro di Gian Antonio Stella e Sergio Rizzo è roba vecchia, chi se lo ricorda più?

Di Una storia come tante, il sesto racconto, non riporto nessuna citazione. Per la verità non credo sia l’unico del quale non cito nemmeno una parola, anche se non ho controllato. Voglio però segnalarlo perché mi è piaciuto molto. Il tono è più leggero, la scrittura meno aspra. È un diario personale, e all’inizio c’è da rimanere allibiti nel vedere le condizioni di vita della protagonista. Poi tutto si spiega e arriva anche a essere giustificato, e non si può non essere grati all’elemento imprevedibile che ha dato una scossa a una situazione stagnante. Perché a volte bastano anche piccoli gesti perché tutto possa cambiare.

Di Cronache di vascello del capitano Aquindici invece qualche frase la riporto. Anche questo racconto mi ha colpita con una forza notevole. Inizia in modo leggero, scanzonato, e si colloca subito nell’ambito della fantascienza per la presenza di un’astronave extraterrestre e dei suoi due membri dell’equipaggio. Finché restiamo con loro è un raccontino, simpatico ma non certo memorabile. E poi c’è l’incontro con il dramma terrestre, quello di una madre la cui figlia è in coma a seguito di un incidente con il motorino. E qui la disperazione della donna si sente, e l’atmosfera cambia del tutto, anche perché è chiaro che la situazione è davvero difficile. A un certo punto mi sono anche resa conto che la ragazzina si chiama Ilaria, come la mia bimba di nemmeno due anni. E come tutti i genitori la donna si chiede se avrebbe dovuto rifiutare l’acquisto del motorino, e si assume colpe che non ha. Io so già che, se dovessero volerlo, comprerò il motorino alle mie figlie, anche se preferirei che usassero la bicicletta. E so che è rischioso, ma quando capita di leggere sui giornali di pedoni ammazzati mentre camminavano sul marciapiede da auto sfuggite al controllo dei loro guidatori capisci che, per quanto puoi essere prudente, non puoi mai essere certo di essere al sicuro. Puoi solo sperare che incidenti non ne capitino più, e che se proprio devono capitare non capitino mai a te, perché per quanto certe sofferenze non si augurano a nessuno è sempre meglio che – se sono inevitabili – tocchino ad altri piuttosto che a noi.
E così mi sono immedesimata completamente nella donna, e ho fatto il tifo per una soluzione impossibile, ma la speranza si aggrappa sempre a tutto.
I due diversi toni, quello dedicato ad Aquindici e quello dedicato alla madre, si amalgamano perfettamente, e il tema della morte ancora una volta fa risuonare al nostro interno corde profonde. Ma perché c’è la morte?

Non funzionava.
Non era abbastanza, cioè, no, era troppo… il fatto era che… il nocciolo del problema era…
Suonava idiota.
Non era colpa sua se suonava idiota. Era che lui non aveva la morte. Anche il viaggio oltre le Colonne d’Ercole sarebbe stata una buffonata se tutto quello che Ulisse ci avesse rimediato fosse stato un raffreddore e un bel po’ di mal di mare.
Mi batto, mi batto, mi batto e sfido impavidamente il rischio di una decurtazione di paga per un decennio o due.
Che dite? È inutile? Lo so.
Ma non ci si batte nella speranza di una promozione.
Senza la morte non era possibile la poesia, nessun tipo di poesia.
Ogni istante dei barbari doveva la sua luce al fatto di essere contato, il frammento di una vita finita.
Senza la morte l’unico ritmo possibile era quello insulso delle filastrocche, perché senza la morte ogni istante aveva un ché di qualsiasi, di ripetibile
.” Pag. 202-203

«Vede, quando paghiamo carissimo qualcosa che non ha prezzo, abbiamo comunque fatto un affare.»” Pag. 216

Vi voglio bene, piccoline mie. Siete tutta la mia vita, sappiatelo sempre. E anche tu amore mio, citato dopo ma ugualmente parte di me. Qualunque cosa accada.

Fine dell’intermezzo sentimentale. Immagino che a nessuno tranne a me importi granché, ma dovevo scriverlo. Probabilmente è colpa dei temi trattati da questo volume, che mi ha ricordato la caducità della vita. Bellissima, intensa, e destinata a finire. Per questo voglio che queste parole possano rimanere qui almeno un po’. Perché mi piace leggere e mi piace scrivere, ma la vita sono le persone che ho vicino e che amo con tutta me stessa.

In primo luogo c’è la colpa del sopravvissuto: se qualcuno a cui siamo legati è morto, in qualche maniera abbiamo fallito il compito di tenerlo in vita.
A questa si è aggiunto il senso di colpa del mentitore rispetto all’ingannato.
E poi c’era il senso di colpa per il non detto: per l’affetto non manifestato. Lo avevamo lasciato morire senza dirgli quanto gli abbiamo voluto bene e quanto eravamo fiere di lui; lo avevamo lasciato morire senza permettergli di dirci quanto ci aveva voluto bene, che cosa voleva che ricordassimo di lui.
” Pag. 229

Qui la De Mari sta ricordando il padre, morto dopo una malattia della quale “per il suo bene” non gli avevano mai rivelato la gravità. Gli avevano mentito, sommando dolore a dolore.

Noi cresciamo sulle crisi.
Questo non vuol dire che tutte le crisi, le sofferenze, si risolvano in una crescita. Molte si incancreniscono. Molte distruggono e basta.
Ma è solo con il dolore, per sfuggire al dolore, che noi possiamo trovare la forza di cambiare
.” Pag. 237

Non è possibile sofferenza senza amore.
Non è possibile amore senza sofferenza: se amiamo qualcuno la sua assenza è una mancanza, la sua morte una lacerazione.
Se sffriamo quando qualcuno muore, è perché lo abbiamo amato, e l’amore è un miracolo
.” Pag. 238

Grazie a Silvana De Mari per questo straordinario libro.

Questa voce è stata pubblicata in citazioni, donne, impressioni di lettura, Silvana De Mari e contrassegnata con . Contrassegna il permalink.

Lascia un commento

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...